11 dicembre 2018

100 anni di Solženicyn, il mistico ribelle

Sono trascorsi 100 anni dalla nascita di Aleksandr Isaevič Solženicyn, premio Nobel per la Letteratura nel 1970, voce critica della Russia sovietica che raccontò prima ai sovietici e poi all’Occidente – un Occidente molto diverso da quello di oggi, con tutt’altro genere di complessità, e in cui in Europa i partiti comunisti erano riferimento e guida per milioni di persone – la realtà dei gulag staliniani, che aveva vissuto di persona dal 1945 al 1953. 

Caucasico, di origini contadine, aveva studiato a Rostov matematica e fisica e poi combattuto durante la guerra raggiungendo il grado di capitano. Fu arrestato a causa di una lettera inviata a un amico in cui attaccava Stalin e proprio nei campi iniziò, clandestinamente, la sua attività letteraria. Dopo un ulteriore periodo di confino nella regione di Džambul, in Kazakistan, dove aveva ripreso a insegnare, fu riabilitato nel 1957 e, in seguito al XXII Congresso del PCUS (1961) e al rafforzarsi della fase di destalinizzazione, decise che era giunto il momento di iniziare a proporre i suoi scritti. Il primo a essere pubblicato, dopo un accurato lavoro di editing (in cui per esempio alcune espressioni troppo rudi del gergo concentrazionario furono eliminate) e con l’appoggio diretto di Chruščëv, fu Una giornata di Ivan Denisovič, che uscì sulla rivista liberale Novyj Mir diretta da Tvardovskij: un racconto lungo sulla alienazione e la “disumanizzazione” dei campi di lavoro sovietici, la cui realtà era allora ancora ampiamente ignorata in Russia. Il racconto ebbe un grande successo in patria e un impatto molto forte sulla società e la cultura russe dell’epoca – «Ma dove siamo stati tutti questi anni? Come può uno scrittore del genere uscire dal fetore del lager?», commentò Vasilij Grossman –, e fu accolto favorevolmente anche da buona parte della critica.

La fortuna di Solženicyn nel suo Paese era però legata a quella breve stagione: il radicalizzarsi dei suoi atteggiamenti ribelli da un lato, e la destituzione di Chruščëv nel 1964 dall’altro, peggiorarono la sua posizione e i suoi difficili rapporti con il potere. Nel 1969 fu espulso dall’Unione degli scrittori e nel 1970 il conferimento del Nobel – esplicito gesto di solidarietà da parte della comunità internazionale – si trasformò per lui in una nuova occasione di aspra polemica politica. Ma fu la pubblicazione del primo dei tre volumi di Arcipelago Gulag (Parigi 1973) a rendere intollerabile la permanenza di Solženicyn nel suo Paese. In quello che è considerato il suo capolavoro, infatti, lo scrittore tratta la realtà concentrazionaria non come una disfunzione da denunciare e superare, bensì come una componente strutturale e organica dell’ideologia rivoluzionaria marxista-leninista, e non concede quindi al sistema socialista alcuna chance di riscatto.

Idealmente altrettanto lontano dal socialismo sovietico quanto dal capitalismo consumistico, Solženicyn immaginava un recupero della tradizione religiosa ortodossa e della morale contadina, auspicando per la Russia un nuovo passaggio verso un regime autoritario, nel quale solo successivamente si sarebbe potuto immettere qualche elemento di democrazia attraverso la restaurazione dei soviet, alcune forme di economia autogestita, la limitazione del potere del partito.

Dopo l’espulsione dal Paese e la perdita della cittadinanza nel 1974, visse in Svizzera e negli Stati Uniti. Solo nel 1994 fece ritorno in Russia, dove denunciò i rischi dell’occidentalizzazione postsovietica e continuò a pubblicare racconti, poesie e saggi, tra i quali Due secoli insieme (2007), sul problema dell’antisemitismo.

 

Crediti immagine: Unknown photographer. Fonte: Scan from Spiegel, 30/1999, p. 116 / 117. Public domain, attraverso Wikimedia Commons

 


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