2 agosto 2019

2 agosto, in memoria dello sterminio dei Rom

Il 2 agosto è la Giornata europea di commemorazione delle vittime dell'Olocausto dei Rom: in quella data, nel 1944, avvenne uno degli eventi più drammatici della persecuzione nazista contro gli zingari, lo sterminio di 2897 di loro nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau, dove dal 1943 avevano iniziato a essere deportati. Non fu facile, quella volta, per i tedeschi eseguire gli ordini, e il comandante del lager Rudolf Höss, nel suo memoriale pubblicato postumo sotto il titolo Comandante ad Auschwitz (1958; fu giustiziato nel 1947 sotto un crematorio del campo), ricordò che, «fino ad allora, nessuna operazione di sterminio degli ebrei era stata così difficile». I Rom, infatti, erano riusciti a opporsi a un primo tentativo di annientamento nel maggio di quello stesso anno, con una delle rare rivolte avvenute ad Auschwitz (un’altra fu quella dei Sonderkommandos nel successivo ottobre), durante la quale, armati degli scarsi mezzi a disposizione, riuscirono a respingere le SS, uccidendone 11, e rinviando così il tragico epilogo di alcuni mesi.

La loro condizione e il loro status nel campo di sterminio erano particolari rispetto a quelli degli altri internati. Marchiati con il triangolo nero degli asociali, venivano radunati in un’area speciale, lo Familienzigeunerlager, il campo per famiglie zingare, in cui clan e nuclei familiari non erano divisi, alle donne era concesso di partorire, non erano almeno al principio costretti ai lavori forzati. Vivevano tuttavia in condizioni di totale deprivazione, la mortalità era altissima, soprattutto tra i bambini (sembra che nessuno dei nuovi nati sia sopravvissuto), e divennero tra le cavie preferenziali degli esperimenti sadici di Mengele.

La loro persecuzione era iniziata dai primi anni del regime, ma aveva seguito percorsi diversi – e in certo senso antitetici – rispetto a quella degli ebrei, poiché nella perversa logica razzista dei nazisti, alcune stirpi zingare discendevano in linea diretta dagli “antichissimi popoli indogermanici”, e originariamente appartenevano dunque alla razza ariana. Ciò però non rappresentava un vantaggio: “censimenti” (che nel linguaggio della mistificazione nazista significava schedatura), esperimenti genetici e studi antropometrici, interrogatori, indagini genealogiche erano volti a distinguere una minoranza di zingari ancora “puri” (da raccogliere «tutti insieme, a scopo di studio, esattamente catalogati e protetti come monumenti storici», come ancora scriveva Höss nel citato memoriale), da quelli invece “ibridi”, considerati “ariani degenerati” e quindi razza inferiore particolarmente odiosa. In entrambi i casi, non persone, bensì aggregati genetici da analizzare.

Nel 1942, dopo anni di vessazioni, partì l’ordine di deportare «tutti gli individui di tipo zingaresco» del Reich ad Auschwitz, e nel luglio del 1943 Himmler, che aveva constatato di persona le condizioni reali del Familienzigeunerlager («le condizioni generali a Birkenau erano tutt’altro che adatte ad un campo per famiglie», constatava Höss), decretò lo sterminio definitivo, senza più preoccuparsi della presunta purezza o meno degli internati.

Dopo la guerra, la rimozione dell’Olocausto degli zingari fu immediata e la specificità del loro dramma subito negata. Persino negli aiuti dei giorni successivi alla liberazione, «gli zingari furono ex deportati di ultima categoria» (G. Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la Seconda guerra mondiale, parte seconda, 1995): da un rapporto del 14 settembre 1945 redatto dalle autorità di Karlsruhe, che riportava le cifre stanziate per gli ex internati, risulta che ai perseguitati religiosi venivano offerti 283 marchi, agli ebrei 263, ai prigionieri politici 229, agli zingari 42. Nessun sopravvissuto fu ascoltato al processo di Norimberga, benché molte furono le testimonianze di altri sulle torture da essi patite. Il processo contro Eichmann del 1961 a Gerusalemme, quello da Hannah Arendt elaborato nella Banalità del male, nonostante le evidenze contrarie, concluse che non era «stato provato che l'imputato sapesse che gli zingari erano portati via per essere sterminati». Nessuna conseguenza subirono due tra i loro maggiori persecutori: lo psichiatra Robert Ritter e la sua assistente Eva Justin, che avevano teorizzato le fondamenta pseudoscientifiche della persecuzione. Mengele, come noto, fuggì in Sud America e morì in Brasile di morte naturale nel 1979. E poiché la base razziale del genocidio fu negata ipocritamente in tutto il dopoguerra, e la “questione zingara” ridotta di nuovo a problema di ordine pubblico, le vittime non poterono ottenere nessun risarcimento: solo nell’aprile del 1980 il governo tedesco ammise finalmente che gli zingari erano stati oggetto di persecuzione razziale.

Più di 23.000 furono i Rom uccisi ad Auschwitz, circa 500.000 secondo le stime più accreditate in tutta l’epoca nazista, nei lager, nei ghetti o direttamente alla cattura.

 

Immagine: Deportazione di Sinti e Rom, Asperg, Germania (22 maggio 1940). Crediti: Bundesarchiv, R 165 Bild-244-48 / CC-BY-SA 3.0 [CC BY-SA 3.0 de (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en)], attraverso Wikimedia Commons

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