09 dicembre 2015

87 ore: cronaca di un crimine psichiatrico

di Nicola Boccola

87 ore: tanto dura la permanenza di Franco Mastrogiovanni nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, dov’era ricoverato in seguito a trattamento sanitario obbligatorio, prima di trovare la morte nell’agosto del 2009. Le telecamere di sorveglianza avrebbero poi acclarato i motivi di quel decesso: il maestro più alto del mondo, come lo chiamavano i suoi alunni delle scuole elementari, era stato sedato e legato al letto con polsi e caviglie, lasciato pressoché senza alimentazione e cure. L’edema polmonare che lentamente lo ha asfissiato e finito trae origine da quel disumano trattamento, per il quale sono stati condannati in primo grado (falso in atto pubblico, sequestro di persona, morte in conseguenza di altro reato) i medici di turno in quei funesti giorni.

87 ore è anche il titolo del veemente film-documentario che mostra il calvario dell’uomo, visibile ora nelle sale cinematografiche e il 28 dicembre su Rai 3. L’opera riprende proprio quelle immagini di sorveglianza bidimensionali, sgranate, a scatti. La coraggiosa scelta registica di Costanza Quatriglio esprime con efficacia l’inumanità dello sguardo ricevuto da Mastrogiovanni in quel reparto, ed è accompagnata dalla voce dei testimoni come la nipote Grazia Serra, la cui presenza in quei giorni torridi era stata respinta - avrebbe potuto, secondo il medico di guardia, “destabilizzare il paziente”. Le testimonianze scandiscono dapprima le fasi surreali della cattura: la caccia a Mastrogiovanni da parte di un singolare spiegamento di carabinieri, polizia municipale e guardia costiera mentre lui, riparato in mare, intona il canto anarchico Addio a Lugano e si sposta in acqua, con i pubblici ufficiali che lo seguono simmetricamente dalla riva. Poi la docile resa, il cammino in ambulanza (“non mi portate a Vallo che lì mi ammazzano”, le sue ultime parole da uomo libero) e le immagini del suo ricovero. Dalla quasi normalità dei due operatori che gli porgono la mano e del medico che gli misura la pressione si passa a Mastrogiovanni nudo, sedato e legato, un lenzuolo steso sulla faccia al momento del cambio come se fosse un oggetto, un’operatrice che lava per terra la pozza di sangue sgorgato dai polsi allacciati stretti. Lunghi piani che non lasciano scampo alla sofferenza del maestro in preda alla fame d’aria, e allo sconcerto di chi guarda. E al quarto giorno l’improvviso affaccendarsi di medici e infermieri su quel corpo ormai consumato.

Il film ha il potere di sollevare interrogativi sul trattamento sanitario obbligatorio, provvedimento emanato dal sindaco in virtù della legge Basaglia, che dispone il trattamento con cure psichiatriche di una persona contro la sua volontà, su proposta di due medici: nel caso specifico l’intervento era stato improprio a livello procedurale e anche clinico (un perito della difesa dei medici coinvolti avrebbe rivelato che la stessa patologia di Mastrogiovanni, sindrome bipolare affettiva su base organica, non ha impedito a Cossiga di divenire Presidente della Repubblica). E in generale si pongono dubbi di costituzionalità per uno strumento che dovrebbe tutelare il paziente a salvaguardia della sua salute, ma se usato scorrettamente o abusivamente permette una limitazione della libertà personale su una semplice proposta non documentata da referti. Per non parlare del riproporsi di un tema caro proprio a Basaglia, quello dell’etichetta da malato e del doppio legame psicogeno che crea il transito per un luogo della psichiatria: se accetti il TSO sei malato, se ti rifiuti di accettarlo e ti ribelli lo sei comunque. Concetto espresso nitidamente in TSO – Un’esperienza in reparto psichiatria, romanzo autobiografico di Magda Guia Cervesato (ed. Sensibili alla foglie, 2012): “ma se mi spoglio con la luce accesa questi non è che mi prendono per un’esibizionista e mi diagnosticano un disturbo di personalità istrionica? Se accetto di denudarmi in pubblico sono matta, ma se rifiuto sono normale? Oppure se mi infilo il pigiama sono sanamente obbediente, altrimenti una pericolosa dissidente? Solo voglio sapere: dov’è il tranello? C’è un tranello?”.

Ma è soprattutto la contenzione meccanica a essere sotto processo. Limitare i movimenti dei pazienti di reparti psichiatrici e geriatrici sembra essere prassi diffusa e non l’extrema ratio nei casi in cui l’operatore sanitario valuti attentamente la mancanza di alternative per evitare che la persona arrechi danno a sé stessa o agli altri, come indicato dai manuali psichiatrici. È stata proprio la contenzione a cui è stato sottoposto Francesco Mastrogiovanni ad essere giudicata dai magistrati illecita, impropria e antigiuridica, configurante il reato di sequestro di persona. Quando la cura diventa tortura, come nel caso del maestro salernitano, tornano in mente i versi di Primo Levi sulla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz: “Voi che vivete sicuri/ nelle vostre tiepide case,/ voi che trovate tornando a sera/ il cibo caldo e i visi amici:/ considerate se questo è un uomo,[…]/ che muore per un sì o per un no”.

 


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