13 luglio 2017

A Buggerru, sul treno dei minatori sardi

di Valeria Canavesi

È tempo di vacanze, la Sardegna svetta nelle classifiche turistiche italiane per la bellezza delle sue spiagge e del suo mare cristallino. Il Sulcis-Iglesiente non fa eccezione, aggiungendo alla ricca proposta balneare un itinerario di scoperta meno noto ma non meno affascinante, che conduce dritto dritto nelle miniere del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna - Patrimonio UNESCO dal 1997.

L’archeologia industriale mineraria del territorio annovera, infatti, siti di ampia rilevanza storica e culturale, capaci di proiettare i visitatori in un tempo non troppo lontano, eppure dimenticato in fretta: quello dell’attività estrattiva nazionale, che fiorì tra il XIX e il XX secolo e che promosse anche in questa zona la costruzione di autentici capolavori di ingegneria e architettura industriale. Tra gli altri, si ricordano Porto Flavia, con un sistema ingegnoso di nastri trasportatori che caricavano i materiali estratti direttamente sulle navi; la grotta di Santa Barbara nella miniera di San Giovanni, con le gallerie contorte e i cristalli di barite; la laveria Lamarmora nei pressi dell’abitato di Nebida, fronte mare, dove fino agli anni Trenta si “lavavano” i minerali e li si imbarcavano sulle bilancelle. Tutti questi siti meritano un attento sopralluogo, ma la Galleria Henry, nei pressi di Buggerru, propone un’esperienza davvero singolare.

Il tunnel si snoda nell’altopiano di Planu Sartu per circa un chilometro, a 55 metri sul livello del mare, e costituisce un’opera ingegneristica di rara complessità, soprattutto se riferita ai tempi in cui venne realizzata. La galleria, oggi completamente illuminata e messa in sicurezza, fu scavata a partire dal 1865 dalla Société anonyme des mines de Malfidano per trasportare in treno i materiali appena estratti (soprattutto calamina) fino alle distanti laverie. Grazie alla costruzione di questo percorso ferrato, dalla sezione di circa 11 mq, una locomotiva a vapore trainante vagoni con casse in ferro sostituì dal 1892 il lavoro bestiale del vagonaggio a mano, fino a quel momento a totale carico di uomini e muli. Oggi la locomotiva a vapore non viaggia più ma si può salire a bordo di un altro treno, utilizzato dai minatori in epoca più recente, che percorre parte del tragitto di allora con il suo carico di curiosi, turisti e appassionati. La tratta di andata prevede l’attraversamento in treno della galleria e si conclude in una zona di scavi a cielo aperto, con edifici e magazzini che sembrano usciti per incanto dal Far West; quella di ritorno si compie a piedi, seguendo un comodo camminamento obbligato, che riporta al punto di partenza attraversando alcuni tunnel e ricamando l’orlo delle falesie, davanti a spettacolari faraglioni in dolomia e al mare blu cobalto. Ai più sentimentali possono tremare un po’ le gambe in entrambe le direzioni: tunnel oscuri, panorami mozzafiato, clangore dei vagoni e segni di antiche esplosioni accompagnano ogni momento, lasciando in adulti e bambini il ricordo di un’esperienza difficilmente replicabile altrove.

Tuttavia, l’ardito sistema ferroviario di Buggerru non finisce così di raccontare la propria storia. Pochi lo sanno, ma il primo sciopero operaio italiano si svolse proprio qui, e qui si concluse con un esito tragico. Fu proclamato il 4 settembre 1904, lo stesso giorno in cui il segretario della Federazione regionale dei minatori Giuseppe Cavallera si faceva portavoce delle istanze dei lavoratori presso la direzione della miniera: venivano chieste migliori condizioni per una “professione” contraddistinta da turni massacranti, ambienti bui e insalubri, fatiche insopportabili, gravi infortuni. Nulla cambiò, non quel giorno: le forze dell’ordine spararono sugli scioperanti che attendevano in piazza il risultato della trattativa, uccidendo 4 persone.

Gli echi della storia risuonano forti, alla Galleria Henry. Sarà l’emozione del paesaggio, tra i più potenti della selvatica Sardegna. Oppure, sarà l’emozione suscitata dalle fotografie storiche esposte all’ingresso: uomini, donne e bambini con le mani nere e senza sorrisi, buste paga irrisorie guadagnate con la fatica della disperazione. O ancora, sarà l’incrocio di tanti destini contrapposti, che unì in un unico disegno ingegneri visionari, imprenditori senza scrupoli e folle di lavoratori senza diritti, capaci di resistere a tutto, o quasi.

La miniera di Planu Sartu chiuse definitivamente nella seconda metà del secolo scorso. Le visite guidate sono gestite dal Comune di Buggerru.

 


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