23 ottobre 2019

A Fontevivo, sulle tracce di cistercensi e benedettini

di Valeria Canavesi

Un paesaggio orizzontale. Campi di mais, sorgive nascoste, trattori al lavoro. Filari di pioppi, cascine in mattoni rossi con ampi porticati, stradine e fossati che ricamano infiniti canali a reticolato. Siamo nella Bassa Parmense, a pochi chilometri da Parma e a ridosso del fiume Taro, in una zona dove molte località portano nomi d’acqua ispirati dai tanti fontanili che un tempo punteggiavano la piana: Fontanellato, Fontanelle, Fontane  e Fontevivo, la destinazione di oggi. Il contesto è quello mirabilmente narrato da Giovannino Guareschi, originario di queste parti: con un po’ di fantasia è davvero facile immaginare Don Camillo che pedala in bicicletta su queste strade diritte, punteggiate da gelsi, paesini di campagna e operose vaccherìe (le case contadine locali, così definite da Lucio Gambi nei suoi saggi sull’architettura e il paesaggio locale).

Una fitta rete viaria si snoda nell’intera pianura: è un retaggio dell’antica centuriazione, avviata dai Romani dopo la sconfitta dei Galli Boi (191 a.C.) e la conseguente conquista di vaste zone dell’Emilia. Si trattò della prima bonifica di queste terre, volta a organizzarle in un sistema strutturato di strade, canali e campi in grado di migliorarne colonizzazione e coltivazione. Paludi e acquitrini vennero trasformati in aree fertili straordinariamente produttive che tuttavia, dopo la caduta dell’impero, tornarono rapidamente nelle mani di madre natura. Declino, abbandono e un generale impoverimento segnarono le sorti di questo territorio fino all’arrivo, dal X secolo in poi, di numerose comunità di monaci cistercensi e benedettini. A Parma sorsero il complesso monastico di S. Giovanni Evangelista e la Certosa di Valserena, celebrata nel romanzo di Stendhal; a Fidenza fu innalzata l’abbazia benedettina di Castione Marchesi; a Priorato, frazione di Fontanellato, si installò una cella benedettina affiliata all’abbazia di Leno.

A Fontevivo, il 5 maggio 1142 venne fondata l’abbazia cistercense di S. Maria di Vivofonte, intitolata a s. Bernardo nel XV secolo. Fino all’arrivo dei monaci e dell’abate Viviano ‒ provenienti dall’abbazia piacentina di Chiaravalle della Colomba e sostenuti dalla potente famiglia locale dei Pallavicino ‒ tutta la zona era poveramente abitata: l’ambiente paludoso e infido, oltre che poco ospitale, si era rivelato fortemente malsano per uomini e coltivazioni.

Ci vollero tutta l’energia spirituale e organizzativa dei monaci per bonificare le terre e trasformarle in un miracolo di produttività: qui come in tutta Europa l’attività abbaziale fece da propulsore allo sviluppo sociale ed economico del tempo; preghiera e lavoro si incardinarono alla vita quotidiana di intere popolazioni in una rete salda ancorché invisibile di fede e operosità, tessuta nei secoli dal Belgio alla Francia, dalla Germania all’Italia tutta. I monaci del tempo non coltivarono solo la terra: nutrirono anche quei valori che, come narra magistralmente Paolo Rumiz nel suo libro Il filo infinito, costituiscono ancora oggi i concetti portanti del nostro sentire europeo. A Fontevivo si percepisce ancora con forza l’eco delle loro opere: il paesaggio ripropone in chiave attuale l’ordine esercitato dall’uomo sulla natura; i campi, le coltivazioni, i fiumi e i canali convivono in armonia; nelle cascine e nei caseifici si ripetono gesti secolari, che hanno dato vita ad autentiche eccellenze del Made in Italy ‒ Parmigiano Reggiano in primis.

 

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                                                                                                           Abbazia di Fontevivo - Facciata (foto di V. Canavesi)

 

E poi c’è l’abbazia, incastonata nel cuore della cittadina: un edificio dall’aspetto romanico in laterizi rosa, con tre navate imponenti che organizzano gli spazi interni, severi e verticali. Si respira intatta la volontà di spingersi ‒ figuratamente e non ‒ verso l’alto mentre il silenzio risuona, e non è un paradosso, tra le colonne e le volte a crociera. L’essenzialità formale della chiesa sa accompagnarsi a manufatti di incredibile interesse storico e artistico: la lastra sepolcrale in marmo rosso del cavaliere templare Guidone Pallavicino (morto nel 1301), il monumento funebre del duca Ferdinando di Borbone (XIX secolo) e la pregevole Madonna della Rosa, gruppo scultoreo attribuito a Benedetto Antelami.

 

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                                                         Abbazia di Fontevivo - Lastra sepolcrale del cavaliere templare Guidone Pallavicino (foto di V. Canavesi)

 

Nel 1546 l’abbazia passò ai Benedettini, che vi restarono fino al 1892 perpetrando anche qui la sacra regola dell’Ora et Labora. Oggi, fuori dalle sue mura, la vita continua a scorrere come l’acqua nei canali, memoria di uomini e tempi lontani capaci di riconnetterci ai valori laici e religiosi delle nostre radici più profonde: quelle di Fontevivo, dell’Italia e di tutta la nostra Europa.

 

Immagine di copertina: Vaccherìa della Bassa (foto di V. Canavesi)

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