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14 novembre 2017

A Orvieto, nella “Piccola Cappella Sistina”

di Valeria Canavesi

Quando si dice Orvieto, il primo pensiero va alla cattedrale di S. Maria Assunta, uno degli esempi più belli e significativi dell’architettura gotica in Italia. Il Duomo, edificato per ospitare il corporale del miracolo di Bolsena (1263), costituisce senza dubbio il cuore della cittadina, sorta su uno sperone tufaceo sovrastante le valli del fiume Paglia e dell’affluente Chiani. La sua magnificenza risplende letteralmente nella facciata a tre cuspidi di Lorenzo Maitani (1305), che subentrò al precedente capomastro ideando perfino i compositi bassorilievi tra i portali, delicatissimi ricami di pietra raffiguranti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. A molti basta ammirarlo così, il Duomo di Orvieto: disegni, sculture e opulenza delle decorazioni esterne, insieme ai mirabili mosaici di Andrea Orcagna (XIV secolo), sono spesso sufficienti ad appagare gli occhi.

E invece no. È all’interno che questo luogo d’arte e spiritualità custodisce opere che meritano tutta la nostra attenzione: tra le altre, la Madonna (1425) di Gentile da Fabriano, la Deposizione (1579) di Ippolito Scalza, gli affreschi trecenteschi nel coro dedicati alla Vita della Vergine, opera di Ugolino di Prete Ilario (autore anche dei dipinti nella Cappella del Corporale, dove è custodito il telo di lino del miracolo di Bolsena).

Su tutti, si impone però un capolavoro ancora non sufficientemente conosciuto ai più: il sorprendente ciclo di affreschi della Cappella Nuova (detta anche di S. Brizio per la presenza dell’antica, omonima icona della Madonna qui custodita) dedicati al Giudizio Universale. Ci lavorarono inizialmente il Beato Angelico e il suo discepolo Benozzo Gozzoli, che però  ̶  richiamati a Roma dagli incarichi di Papa Niccolò V  ̶  ultimarono solo il Cristo Pantocratore e il Coro dei Profeti in due vele nelle volte. A loro subentrò Luca Signorelli, che nel 1502 completò tutta la decorazione realizzando probabilmente la sua opera più significativa: una serie di raffigurazioni pittoriche incredibilmente innovative e dalla straordinaria plasticità espressiva, che seppero ispirare perfino Michelangelo Buonarroti (fermatosi a Orvieto prima di giungere a Roma dove, pochi anni dopo, avrebbe realizzato la Cappella Sistina).

Le ragioni di questo contagio artistico sono facilmente intuibili: basta ammirare le espressioni dei volti, l’energia delle azioni e dei movimenti, gli innumerevoli dettagli anatomici del corpo umano con le sue nudità, i suoi muscoli e i suoi nervi, per comprendere la grande forza comunicativa di questi dipinti. Le cinque scene maggiori descrivono la Predicazione dell’Anticristo, che parla alla folla per conto del diavolo (nell’angolo in basso a sinistra si riconosce un tributo del Signorelli ai suoi maestri predecessori, ivi raffigurati); la Resurrezione della Carne, dove gli scheletri riemergono dalla terra ritrovando man mano le loro sembianze umane; il Paradiso, con i Beati dai corpi nudi e perfetti, accolti da schiere di angeli; l’Inferno, dove i Dannati vengono percossi e gettati nel fuoco da diavoli orrendi; il Finimondo  ̶  sulla parete sopra la porta di ingresso  ̶  dove la Sibilla e il Profeta Davide constatano il tragico avvento del dies irae. Il raffinato controllo della prospettiva, la rara abilità nella raffigurazione dei corpi (conseguita dall’artista anche grazie alla pratica delle dissezioni anatomiche dei cadaveri), la capacità di conferire un’incredibile potenza espressiva anche nei dettagli più piccoli comunicano, ancora oggi, l’importanza della sua opera. Emblematica la figura dell’uomo in primo piano nella scena della Resurrezione, che più di altre colpisce e attrae lo sguardo: un uomo bello, fiero e quasi sfrontato nella sua totale nudità sfida, per di più in un luogo sacro, convenzioni e falsi pudori.

Non è semplice puntare gli occhi altrove, ma Orvieto, fuori, aspetta: tra palazzi papali ed edifici rinascimentali, il Pozzo di San Patrizio e le necropoli nel tufo, si può cogliere la dimensione idealistica di questo luogo, che seppe richiamare artisti straordinari lasciando loro la libertà di osare, immaginare, raccontare. Creando opere immortali, capaci ancora oggi di farci sgranare gli occhi.


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