30 ottobre 2018

A Pitigliano, nella “Piccola Gerusalemme” d’Italia

di Valeria Canavesi

A ottant’anni dall’entrata in vigore delle leggi razziali in Italia e in concomitanza di un clima di preoccupante e crescente xenofobia, vale la pena organizzare una visita a Pitigliano, in provincia di Grosseto. Il luogo merita una sosta attenta perché, al di là della sua oggettiva bellezza, costituisce un esempio virtuoso di tolleranza, profondo senso civico e difesa dei diritti umani. A Pitigliano infatti hanno pacificamente e proficuamente convissuto per secoli ebraismo e cristianesimo: una tradizione che non cessò nemmeno nel secolo scorso, negli anni bui delle deportazioni, cui l’Italia – malgrado la memoria davvero corta di alcuni – contribuì attivamente.

La comunità ebraica pitiglianese, oggi in verità pressoché scomparsa, trovò dimora qui e in altri centri maremmani a partire dal Quattrocento. Nei secoli successivi contribuì al fiorente sviluppo della città e crebbe significativamente anche di numero, con l’arrivo di nuove famiglie di banchieri, medici e commercianti che lasciavano i centri urbani dei dintorni a causa della loro distruzione (come quella di Castro, nel 1649) oppure per la crescente ghettizzazione a cui erano sottoposti. Furono in migliaia a trasferirsi qui, tanto che nel Settecento l’unica comunità ebraica di tutta la Maremma era proprio quella di Pitigliano: ai suoi membri erano garantiti i diritti civili e i suoi rappresentanti partecipavano a pieno titolo al consiglio comunitario cittadino. Un secolo dopo gli Ebrei pitiglianesi costituivano il 12% della cittadinanza e contribuivano in modo consistente alle attività culturali ed economiche locali. La loro integrazione si tradusse in un raro esempio di rispetto, stima e sviluppo per tutti: una convivenza virtuosa, che valse a Pitigliano il meritato appellativo di Piccola Gerusalemme. Nel nome, una missione che la città seppe confermare in almeno due importanti occasioni: nel 1799, quando i pitiglianesi difesero gli Ebrei e le loro case dai soldati antifrancesi, determinati a saccheggiare il Ghetto; nel secolo scorso, dopo la proclamazione delle leggi razziali nazifasciste, quando la comunità tutta si chiuse a riccio a protezione dei suoi concittadini israeliti, nascondendone e salvandone molti. La guerra e le persecuzioni avviarono tuttavia la fine di questa straordinaria esperienza umana e civile: nel dopoguerra tanti Ebrei emigrarono all’estero o in città più grandi; nel 1960 venne chiusa per sempre la sinagoga, a distanza di oltre 350 anni dalla sua costruzione.

Eppure i segni di quella esemplare convivenza restano vivi nel tessuto urbano e in quello civico: la sinagoga stessa, insieme al forno degli azzimi, al bagno rituale, al cimitero e al museo ebraico, è stata più volte restaurata ed è aperta al pubblico durante tutto l’anno. Questi edifici si trovano tra le scalinate in tufo e le viuzze in saliscendi del Ghetto, un settore della città perfettamente inserito nel contesto generale, accrescendone – se possibile – il fascino e la suggestione. Il sentimento della Memoria si sovrappone a un’ammirazione incondizionata che inizia già ai piedi di Pitigliano, quando si scorge la cittadella fortificata edificata su uno sperone tufaceo a picco su un pianoro. Boschi e fiumi ne circondano i confini; torrioni, fortificazioni e l’acquedotto ursineo del XVI secolo si alternano a edifici prerinascimentali o settecenteschi, come la cattedrale; porte cittadine, piazze e fontane punteggiano una rete urbana fitta fitta, disegnata da vicoli stretti e scalinate in pietra che dal centro conducono ai bastioni. Portali in travertino, stemmi nobiliari e cortili medievali fanno da contrappunto al vivace viavai di cittadini e turisti che affollano le vie maggiori, i negozi, i ristoranti caratteristici. Su tutto domina il palazzo-fortezza Orsini, imponente baricentro della cittadella. Nel centro storico di Pitigliano è bello camminare senza preoccuparsi di sbagliare strada: le mura circondano ogni percorso e consentono di non perdersi mai, godendosi appieno un’atmosfera che sembra essersi fermata a tempi lontani. Tempi in cui una piccola città dimostrò al mondo che l’uguaglianza e il rispetto tra i popoli sono diritti irrinunciabili. E un enorme vantaggio per tutti.


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