20 gennaio 2016

Acqua e cibo a Venezia

di Maristella Tagliaferro

Venetorum urbs divina disponente

providentia in aquis fundata, aquarum

ambitu circumsepta, aquis pro muro

munitur: quisque igitur quoquo modo

detrimentum publicis aquis inferre

ausus fuerit, et hostis patrie

iudicetur: nec minore plectatur paena

quam qui sanctos muros patriae violasset.

Huius edicti ius ratum perpetuumque

esto.

 

La città dei Veneti, per volere della Divina Provvidenza fondata sulle acque e circondata da una cerchia di acque, è protetta dalle acque in luogo di mura: e pertanto chiunque in qualsiasi modo oserà arrecar danno alle acque pubbliche venga condannato come nemico della patria e punito non meno gravemente di chi violasse le sante mura della patria. Il disposto di questo editto sia immutabile e perpetuo.

Cosiddetto Editto di Egnazio, iscrizione cinquecentesca oggi al Museo Correr

 

È un monito potente quello che risuona dall’iscrizione su marmo originariamente collocata nel Palazzo dei Dieci Savi a Rialto, dove aveva sede il Magistrato alle Acque: eppure questa solenne prescrizione, che assegna a sé stessa il nome di editto, non è un documento ufficiale della Repubblica di Venezia, ma l’opera di un umanista, Giovanni Battista Cipelli detto Egnazio (1478-1556). “È l’omaggio di un cittadino a Venezia e alle sue acque. Utilizzando un registro stilistico altissimo, ci ricorda che la città vivrà se vivrà la laguna. E che ogni cittadino ha titolo a dirlo agli altri cittadini, con urgenza e con forza, prendendo su di sé il peso e la voce di una tradizione civica multisecolare - rileva Salvatore Settis nella premessa al catalogo di “Acqua e Cibo a Venezia. Storie della laguna e della città” (Marsilio editore), la ricca mostra allestita nell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale. - Questa mostra concorre a mostrare che la città-arcipelago ha bisogno urgente di un grande progetto pubblico di rifunzionalizzazione dell’intera laguna secondo un’accurata poetica del riuso, che in nessun luogo come a Venezia potrebbe dispiegarsi come il manifesto di una modernità sapiente e non distruttiva”.

Visitabile fino al 14 febbraio 2016, la mostra è curata da Donatella Calabi, con il coordinamento scientifico di Gabriella Belli, e prodotta dalla Fondazione Musei Civici di Venezia con la Fondazione di Venezia. Riunisce oltre un centinaio di opere, provenienti per lo più dalle principali collezioni veneziane, negli affascinanti ambienti che per secoli hanno ospitato il doge in carica e tutta la sua famiglia. Tra gli imponenti camini, i luminosi arredi in vetro, i dipinti che qui come in altri palazzi patrizi sottolineavano la costante ricerca di bellezza, ma anche tra le importanti mappe e i mappamondi che ricordano il dominio della Serenissima sui mari, troviamo ora plastici tridimensionali che illustrano il processo di trasformazione morfologico e idraulico del territorio che ha endemicamente condizionato la produzione alimentare, l’approvvigionamento idrico e le vie di comunicazione da e per la terraferma: alla straordinaria documentazione archivistica, iconografica e testuale si accompagnano infatti “narrazioni digitali” grazie al lavoro di giovani ricercatori dell’Università IUAV di Venezia.

“Questa mostra completa la connessione fra città storica di Venezia e territorio circostante, quella connessione che è stata aperta dalla legge sulle Città metropolitane. La Fondazione di Venezia nel 2017 aprirà a favore dell’impianto metropolitano un intervento su larga scala in un ettaro nel centro di Mestre. Intitolato M9, aprirà la strada a nuove tecniche museali interamente connesse con la tecnologia digitale in un ambiente dedicato al legame urbano fra Commercio e Cultura” annuncia Giuliano Segre, che non manca di sottolineare come “n ello studio del nostro passato si possono ritrovare spunti per un futuro in cui il nutrimento del pianeta, tra aumento della popolazione e cambiamenti climatici – sarà una questione sempre più ineludibile”.

La mostra ci ricorda che, appena insediati in laguna, i ‘Venetici’ cercarono di vivere dignitosamente “seminando acqua e raccogliendo sale”: ci riuscirono così bene che alla fine del primo millennio Venezia era la potenza economica del mondo mediterraneo. Ampio spazio viene riservato al noto dibattito cinquecentesco tra le «ragioni dell’acqua» sostenute da Cristoforo Sabbadino e le «ragioni della terra» perorate da Alvise Cornaro che avrebbe invece voluto estese bonifiche agrarie.

L’imponente tela di Jacopo Tintoretto La creazione degli animali (1550-1553) ci mostra la straordinaria ricchezza delle acque lagunari, popolate da un’incredibile varietà di pesci e uccelli: oggi la chiamiamo biodiversità. Se un’intera sezione è dedicata ai banchetti nei palazzi e alle feste istituzionali, a più riprese si ricorda che una buona distribuzione della ‘abbondanza’ tra i vari strati sociali era uno dei tratti distintivi della vita nella Repubblica di Venezia, la più longeva nella storia dell’umanità. Così, osservando la ricostruzione virtuale della Cantina Do Spade – ancor oggi esistente nel sestiere di San Polo – che offre la possibilità di ‘vivere’ l’esperienza di un cliente che avesse domandato vitto e alloggio alla storica osteria nel 1754, viene in mente il bel testo che apre Bigoi in Salsa (2015), l’album più recente del gruppo veneziano Batisto Coco. Al cliente che chiede cosa offra la cucina, il cameriere risponde: “Go, paganei, branzini, passarini, sarde, sardele, sardoni, marsioni, canoce, peoci, folpeti, bogoleti, rombi, sepioline, moleche, masanete, sfogi” ecc., per un totale di una cinquantina di varietà di pesce e crostacei.Con sottile ironia, l’autore Giorgio Bertan ci invita a non imitare la scelta del cliente nostro contemporaneo, che rinuncia a tutto questo “ben di Dio” e si limita a chiedere “un pacheto de cracker”.

 


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