07 marzo 2016

Adonis contro l'Islam totalitario

«La stragrande maggioranza della società araba è ancora dominata dall’ignoranza, dall’analfabetismo e dall’oscurantismo religioso… Purtroppo, bisogna constatare che il pensiero arabo, anche quello che viene definito moderno, rimane dogmatico e prigioniero di una mentalità tribale… Non siamo mai usciti dal Medioevo». A dirlo non è un politico reazionario né un militante di estrema destra né un cronista fallaciano (nel senso di Fallaci, non di fallace), ma un raffinatissimo poeta siriano, di formazione filosofica e studi internazionali, più volte candidato al Nobel e da anni di stanza a Parigi: Ali Ahmad Sai‘id Esber, alias Adonis.

Al di là della feroce invettiva storico-politica contro la confessione musulmana, quel che è più stimolante e inedito, in questo j’accuse intitolato Violenza e Islam, è l’interesse per la forma e metamorfosi linguistiche nel mondo islamico, perché – si chiede lo scrittore – «se la lingua non si è evoluta, come si può creare una modernità?». È la lingua, ad esempio, a smascherare lo strisciante sessismo e maschilismo di quella cultura: «Non esistono parole arabe per designare queste forme di maltrattamento nei confronti della donna, né alcun termine giuridico per nominare lo stupro coniugale». Quanto alla misoginia, «“vergine” si dice solo al femminile e la menopausa è l’“epoca della disperazione”… La donna è scomparsa a tutto vantaggio della matrice; la femminilità è stata ridotta a campo da coltivare per l’uomo». Pure della sessualizzazione del corpo, e viceversa della sessuofobia che costringe a coprirlo e velarlo, c’è traccia nel lessico: esistono, infatti, due lemmi per indicare il “corpo”, di cui uno è per «il corpo erogeno, libidico».

Da poco edito da Guanda (traduzione di Sergio Levi, pagg. 190, € 14,00), il saggio raccoglie lunghe conversazioni tra l’intellettuale e la psicoanalista Houria Abdelouahed, spesso troppo inchiodata al suo credo psicologico, così come Adonis è smaccatamente ateo: è questa duplice radicalità, forse, l’unico neo del libro, che nel complesso ha una encomiabile potenza drammatica e scuote più di tanti studi e variazioni sul tema. Lo choc è riservato soprattutto alle anime belle dell’intellighenzia progressista: qui non esiste il cosiddetto islam moderato perché «c’è un solo islam»: «L’uguaglianza e la democrazia non derivano dal testo coranico, né dalla storia degli arabi, ma dal mondo occidentale». Anche l’Occidente tuttavia ha le sue colpe, che sono – come sopra – in primis linguistiche: la parola “burqa”, ad esempio, non dovrebbe essere usata per designare il velo integrale, poiché significa “pecora, bestia da soma”. Politicamente poi l’Occidente «ha sempre contribuito al mantenimento delle dittature nel mondo arabo. E oggi sostiene i fondamentalisti».

Il pamphlet è decisamente sbilanciato sulla Pars destruens, anche perché, a detta dei due autori, finora poca o nulla è stata la messa in discussione dell’islam, del suo Testo, della sua Storia: «Nel mondo arabo manca dolorosamente, ancora oggi, un lavoro storiografico… C’è evidentemente una mancanza di spirito di ricerca e di innovazione. Si direbbe che agli arabi manchi una sana tendenza a mettere in discussione le cose». Nemmeno la recente “Primavera” è stata «una rivoluzione, bensì una guerra di matrice confessionale, tribale e non civica, musulmana e non araba… Ciò che è in corso a partire dal 2011 è una sorta di ritorno al pre-umano, al selvaggio». Nei secoli, i moti rivoluzionari interni e le rivolte progressiste sono stati pochi e risibili: prima repressi nel sangue e poi epurati dalle cronache ufficiali, senza che si potesse sedimentare alcuna memoria storica o coscienza civile.

L’islam è una religione «totalitaria», intrinsecamente politica, e quindi, per contro, la politica è sempre confessionale. Bandita la laicità, la fede è stata facilmente strumentalizzata a fini di controllo politico e arricchimento economico, come ha dimostrato l’Isis, il quale, «per estendere il proprio potere, si impadronisce dei pozzi di gas e di petrolio e si arricchisce vendendo pillole ai jihadisti. Ancora una volta, denaro e sesso». L’islam «è nato come potere politico ed economico, e fin dall’inizio ha adottato la violenza delle guerre e delle conquiste… L’altro va annullato in quanto altro. Di qui la violenza che pervade il jihad».

La guerra santa non ha risparmiato neanche la mistica e la spiritualità, in una religione, peraltro, «le cui basi erano più pulsionali che simboliche». Il paradiso è diventato una promessa materiale di carne vergine, «bere, magiare e copulare». La donna è ridotta a «un sesso, un oggetto», mentre l’uomo è «un libertino». Altro grave delitto è quello della cultura e dell’arte: la poesia e la filosofia sono state osteggiate e censurate, decretando la scomparsa della «dimensione estetica e di quella scientifica… Questa Umma (comunità, ndr) non ha alcuna presenza creatrice in alcun settore della civiltà umana. Nel mondo contemporaneo gli arabi sono assenti. È la morte». Oltretutto, la fede ha annichilito se non annientato l’io, la soggettività e quindi il libero arbitrio: il futuro, il progresso è tutto e solo nel passato, sempre idealizzato, e «il Testo è più importante della realtà».

Nell’apocalittica visione di Adonis, l’unica «speranza è che l’Isis rappresenti il canto del cigno di questo islam… Se guardiamo da vicino la sua bandiera nera, notiamo che mancano i punti diacritici. Persino la scrittura è invitata a regredire». Più che un Profeta, alla causa araba servirebbe un degno Poeta, o almeno un correttore di bozze.

 


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