12 giugno 2019

Anna Frank e Miep Gies, la “giusta” che cercò di salvarla

«Per qualche motivo mi è stata data la grande opportunità di trovare e custodire il diario, di essere in grado di recapitare al mondo il messaggio di Anne. Non saprò mai il perché».

(Miep Gies, Il mio centesimo compleanno, in Si chiamava Anna Frank, 2009, 1a ed. 1987)

 

«Miep lavora con papà dal 1933 ed è divenuta una nostra intima amica, così come il suo novello sposo Henk. Miep arrivò, mise in una borsa scarpe, vestiti, biancheria, calze, e li portò via promettendo di tornare la sera. Poi vi fu silenzio nella nostra casa; nessuno di noi quattro volle mangiare, faceva ancor caldo e tutto appariva tanto strano»: era l’8 luglio 1942 ed era la prima volta che Anna Frank – di cui ricorrono il 12 giugno i 90 anni dalla nascita – presentava Miep Gies (nata Santrouschitz) a Kitty, come chiamava il diario che le era stato regalato qualche settimana prima. Miep fu la donna coraggiosissima che – insieme al marito Jan Gies (che Anna nel diario chiama Henk, poiché aveva falsificato tutti i nomi, tranne proprio quello di Miep) e ai colleghi Victor Kugler («il signor Kraler»), Johannes Kleiman («Koophuis») e Bep Voskuijl («Elli»), tutti impiegati nell’azienda dei Frank – tentò in tutti i modi, mettendo a rischio la vita, di salvare Anna, suo padre Otto, sua madre Edith, sua sorella Margot e gli altri loro compagni di clandestinità.

La mattina seguente, all’alba, con addosso quanti più vestiti poteva indossare per non dare nell’occhio portando una valigia, Anna fu accompagnata da Miep nel rifugio, dove avrebbe trascorso i successivi due anni insieme alla sua famiglia, a quella dei van Pels (Hermann, Auguste e il loro figlio adolescente Peter) e più tardi al dentista Fritz Pfeffer, nessuno dei quali salvo Otto sarebbe sopravvissuto ai campi.

Fu Miep, poche ore dopo l’arresto avvenuto sotto i suoi occhi di quelle povere persone il 4 agosto 1944, a ritrovare il diario di Anna, a nasconderlo fino alla liberazione e a consegnarlo a Otto, senza essersi permessa mai di leggerlo: una fortuna, spiegò, perché altrimenti si sarebbe vista costretta a distruggerlo, per via della riconoscibilità delle persone in esso menzionate (lo lesse solo dopo la pubblicazione nel 1947).

Miep era nata a Vienna nel 1909 e nel 1920 era stata inserita in un programma di aiuto per bambini denutriti e quindi adottata da una famiglia in Olanda, dove sarebbe rimasta poi per il resto della vita. Nel 1933 era stata assunta come segretaria nell’azienda di Otto, ebreo tedesco fuggito ad Amsterdam con la famiglia in seguito all’emanazione delle leggi razziali.

Miep si occupò del sostentamento materiale dei suoi amici durante la clandestinità, anche grazie al marito che militava, a sua insaputa, nella Resistenza, e che poteva quindi fornire con più facilità tessere annonarie false: «Miep – scrive Anna l’11 luglio 1943 – lavora come una bestia da soma a portarci roba. Quasi ogni giorno scova da qualche parte della verdura per noi e se la carica sulla bicicletta in grosse borse da pesca».

Portava notizie di quanto avveniva all’esterno, cercando però, come notava Anna, di censurare almeno le peggiori: «Miep cominciò a lasciarsi sfuggire di tanto in tanto qualche parola sulla tremenda sorte di un amico, e ogni volta mamma e la signora Van Daan [Auguste van Pels] si mettevano a piangere, cosicché Miep preferì non raccontar più niente» (20 novembre 1942). Trascorreva talvolta le notti nel rifugio, per sollevare loro il morale, o portava regali per festeggiare speciali ricorrenze, come in un’occasione un paio di scarpe con il tacco ad Anna, entusiasta, e soprattutto ogni sabato cinque libri della biblioteca, attesi da tutti con ansia («Chi vive normalmente non può sapere che cosa significhino i libri per noialtri rinchiusi. Lettura, studio e radio sono le nostre distrazioni», 11 luglio 1943).

Rischiò talvolta anche oltre il necessario: «Dussel [Fritz Pfeffer], indirettamente, ci ha messo in pericolo di vita. Si è fatto portare da Miep un libro proibito che dice corna di Hitler e Mussolini. Per la strada Miep fu urtata accidentalmente da un’auto delle SS. Perse il controllo di sé, gridò: “Vigliacchi!” e pedalò via. Meglio non pensare a quello che sarebbe successo, se avesse dovuto andare con loro al comando» (10 agosto 1943).

Rifornì Anna di fogli dopo che il quaderno su cui scriveva il diario era finito.

Quando Anna e gli altri furono arrestati, ebbe il coraggio di presentarsi alla Gestapo offrendo dei soldi, raccolti attraverso una colletta, per chiederne il rilascio. E nel corso della sua lunghissima esistenza – morì nel 2010 a 101 anni – protesse la memoria dei suoi amici con la stessa cura che aveva loro prestato quando erano in vita, pubblicando interviste, portando la sua testimonianza nelle scuole, vigilando sulla correttezza delle informazioni che su di essi furono nel tempo diffuse: difendendo per esempio Otto dalle accuse di rimaneggiamento o falsificazione dei diari della figlia, e Pfeffer, di cui Anna aveva lasciato, con grande dispiacere della sua compagna non ebrea sopravvissuta alla guerra, un’immagine ingiustamente negativa, per gli inevitabili attriti che avvenivano nella casa.

Nella postfazione alla nuova edizione del suo libro Si chiamava Anna Frank (scritto nel 1987 in collaborazione con Alison Leslie Gold e riedito nel 2009) si leggono queste dolcissime parole: «Mentre erano nascosti l’unico mio desiderio era che finisse la guerra, che potessi entrare nel rifugio, spalancare le porte e dire ai miei amici: “Andate a casa!”. Ma le cose non andarono così. Magari, quando arriverà il momento in cui potrò unirmi a Jan e ai nostri amici nell’aldilà, sposterò la libreria, mi ci infilerò dietro, salirò per i ripidi gradini in legno, attenta a non sbattere la testa nel punto in cui il soffitto era basso e Peter aveva attaccato il vecchio asciugamano. Al piano di sopra, troverò Jan appoggiato al bordo del comò, le lunghe gambe distese, il gatto Mouschi tra le braccia. Tutti gli altri saranno seduti intorno al tavolo e mi saluteranno. E Anne, con la sua solita curiosità, si alzerà e correrà da me dicendomi: “Ciao Miep. Che mi racconti?”».

Miep e tutti gli altri (molti dei quali furono poi arrestati, ma si salvarono) furono riconosciuti tra i Giusti tra le Nazioni.

 

Immagine: Il diario di Anna Frank (28 settembre 1942). Crediti: [public domain], attraverso rm.wikipedia.org

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