24 settembre 2019

Antonio Perazzi, l’elogio della natura selvatica

Intervista ad Antonio Perazzi

Nelle storie più belle c’è sempre un giardino. È così anche per Here comes the sun, il vitaminico brano dei Beatles. Nel 1969, in un giorno di primavera, George Harrison – disertando una soporifera riunione tenutasi presso gli studi della casa discografica Apple – andò a trovare l’amico Eric Clapton per fargli ascoltare dei nastri. Finita la seduta di ascolto, i due si riposarono nel giardino della villa di Clapton, dove il sole era protagonista tra i cespugli rigogliosi e selvaggi. A George Harrison venne così l’ispirazione per una canzone. Pur non essendo citato nel libro di Antonio Perazzi, l’aneddoto prende il sopravvento per via della magia che lo avvolge.

Antonio Perazzi è un progettista di paesaggio che, dopo svariati lavori sul tema, ha messo insieme il materiale raccolto nel corso degli anni e dato alle stampe Il Paradiso è un giardino selvatico:

È praticamente un sunto del lavoro che svolgo ormai da più di vent’anni. Già da bambino m’interessavano gli animali, le piante e il rapporto che le persone riuscivano a instaurare con il paesaggio. Considero così importante il dialogo con la natura spontanea che ho riflettuto su quello che spesso sentiamo dagli adulti quando siamo bambini: “Guarda com’è bello questo angolo, sembra un giardino”. Un’affermazione che a me non è mai andata giù perché ho sempre pensato si dovesse dire: “Guarda com’è bello questo giardino, sembra natura selvatica”. La natura rimane più bella se non subisce un’azione.

 

Il tuo è praticamente un elogio della natura selvaggia

In un certo senso lo è. Qualche anno fa ho scritto un libro con Pia Pera dal titolo Contro il giardino, che scandalizzò molto gli addetti ai lavori. Il nostro, però, era un lavoro che conteneva un messaggio di speranza rivolto alla natura, che sa fare meglio di noi. Il Paradiso è un giardino selvatico è semplicemente un invito ad affidarsi alle piante – soprattutto a quelle spontanee – piuttosto che cercare di inseguire una catalogazione che porta a un progetto che non ha niente di naturale. Naturale, in fondo, è un’invenzione umana; selvatico, invece, non lo è, perché è una dimostrazione dell’aver compreso quanto sia importante la forza rigeneratrice che può avere la natura. 

 

Nel sottotitolo del libro si legge: “Storie ed esperimenti di botanica per artisti”. È un opera rivolta principalmente a loro? 

Ho sempre sostenuto che la figura del progettista del paesaggio avesse qualcosa di artistico. Occupandomi di questo, penso ci si debba sentire artisti; anche perché non c’è un’altra attività artistica che può dare così tanti benefici e piacere. Mi piacerebbe che la professione di progettista di giardini fosse insegnata in un’accademia d’arte, più che in una facoltà di agraria o di architettura. 

 

Anche perché, proprio negli ultimi anni, il progettista del paesaggio ha creato armonia, bellezza e benessere. Soprattutto nelle periferie

Con il mio studio di progettazione abbiamo coniato il termine “botanica temporanea”, promuovendo – a costo zero – dei progetti di coinvolgimento sociale. Prendersi cura di uno spazio sprona l’individuo a sentirsi parte di quel luogo e a volergli bene. Un giardino può essere anche esteticamente meno bello, ma, se è amato, porta nel tempo a dei risultati stupefacenti. La bellezza è parte di una società; fare un giardino in un luogo dove ci sono delle controversie sociali porta sicuramente a delle scoperte straordinarie. In questi giorni, a Bergamo, mi hanno chiesto di fare un allestimento per una piazza riservata a un incontro internazionale sul paesaggio. Ho coinvolto il carcere di Bollate, che ha uno dei più bei vivai d’Italia, gestito dai detenuti. Ecco, penso sia importante innescare un racconto sul paesaggio in luoghi in cui ci sia l’urgenza di riavere un messaggio di speranza. Credo sia il risultato più alto per chi fa il mio lavoro. 

 

Qual è la presa di consapevolezza maggiore del lavorare con la natura?

Comprendere come la natura abbia un tempo diverso dal nostro. A un albero non interessa contare gli anni come facciamo noi, ma il susseguirsi delle stagioni che gli permettono una crescita più sana e armonica. Più stagioni favorevoli attraverserà, più sarà un organismo longevo e sano, che esercita supremazia sullo spazio intorno. Non dimentichiamo che le piante sono organismi opportunisti, e non hanno il senso della correttezza e della solidarietà, se non per garantire la vita delle proprie discendenze; ma, allo stesso tempo, ogni organismo vegetale sa bene che per sopravvivere deve impegnarsi a mantenere l’ambiente sano. 

 

Racconti di ambienti. Ambienti da assecondare

Sì. A diciannove anni ho ricevuto da mio nonno Edoardo un terreno su un’alta collina del Chianti. Mio nonno era un sindacalista socialista e tolstojano, e aveva un’idea di socialismo esteso alla natura: non usava il decespugliatore, ed era convinto che gli animali dovessero morire di vecchiaia. Quando ho ereditato quel luogo, però, non avevo soldi. Per iniziare a fare il giardino, ho pensato che l’unica possibilità alla mia portata era quella di affidarmi solo a piante che potessero cavarsela da sole nei diversi ambienti di questo terreno. Il lavoro mi porta a spostarmi spesso, e da ogni viaggio ho cercato di riportare con me delle piante che potessero essere autonome e sorprendermi. Non abito sempre in Toscana, il mio studio è a Milano. Non ho impianti di irrigazione e non ho giardinieri. Il giardino di Piuca esiste, ha una vita propria, ed è la dimostrazione pratica di come si possano metter su dei giardini senza soldi, senza strutture particolari, con poca acqua e con terre di diverso tipo. Semplicemente, dunque, assecondando gli ambienti. 

 

I tuoi racconti evocano tempi lontani, a tratti seducenti e poetici. Nel libro si legge persino delle lucciole tra le sterpaglie

Sì, perché conduciamo una vita sempre più difficile. L’avvento degli smartphone ha creato una sorta di spaesamento; ci si trova più a proprio agio nella tecnologia, alla quale si chiede rifugio, piuttosto che nella natura. Noi siamo animali abituati a vivere all’aria aperta, non possiamo vivere chiusi in casa, in città. Abbiamo bisogno di immergerci nella natura, in termini fisici. Questo, però, viene spesso dimenticato velocemente. Lo spirito infantile della sorpresa è la componente più importante della vita di ciascuno di noi, e a un certo punto è come se tornassimo bambini nelle sensazioni inconsce, per riscoprire qualche lontano momento di meraviglia. Abbiamo dimenticato la sensibilità, e dobbiamo necessariamente ritirarla fuori per trovare dei dispositivi il più possibile naturali. 

 

Un esempio? 

Camminare in luoghi silenziosi, in cui ci sono le piante, aiuta a rigenerarsi. Non perché il verde produce meccanicamente aria, ma perché fa stare meglio. Le piante ci insegnano molto: sono testarde, tenaci, vitali e adattabili; molto più di noi che al primo sbalzo di temperatura dimostriamo di essere delle scimmie tropicali nude, bisognose di cure e medicine. 

 

A proposito di passato. Sfogliando il tuo profilo Instagram, si nota una tua foto da bambino con Alekos Panagulis. Panagulis è stato il compagno di tua zia Oriana Fallaci. Nel “giardino di Piuca”, sulle colline del Chianti, a cui fai riferimento, c’era anche lei

L’Oriana… Da Piccolo non potevo chiamarla zia perché s’imbestialiva. Dovevo per forza chiamarla Oriana. Era anche divertente questa situazione. Ha avuto un ruolo molto importante nella mia vita: è stata il padre che mi è mancato, che andò via di casa quando avevo due anni, ed è come se non lo avessi mai conosciuto. Non lo sentivo praticamente mai, né per i compleanni né per le scelte di vita. L’Oriana, si sa, era una terribile testa calda, ma anche una persona molto seria. Era la vera anarchica di famiglia, perché ha fatto dell’esser contro uno stile di esistenza, valutando sempre i pro e i contro. Così, quando morì il nonno, malgrado lui non fosse stato il vero proprietario del podere in Toscana, lei non esitò a trasmettermelo solo perché lui le lasciò scritto di farlo per riconoscenza del tempo che avevo trascorso con lui. Oriana accettò perché, pur vivendo sempre da sola, aveva un forte senso di famiglia. Aveva un rapporto strettissimo sia con suo padre che con suo zio, Bruno Fallaci, il giornalista più importante di famiglia prima di lei. Amava molto girare per i boschi per cercare funghi, andare a caccia, che ai tempi era una dimostrazione di amore per la natura. L’area boschiva qui intorno è una sorta di Alaska italiana, in cui è più facile incontrare caprioli, istrici e cinghiali che persone. Oriana – che aveva scelto di vivere negli Stati Uniti, e di vivere una vita in mezzo alle celebrità più importanti – appena poteva veniva in campagna a trascorrere lunghi periodi. Ma, un po’ come me, non è mai riuscita a lavorarci perché questo è un luogo che ha una forte capacità di seduzione; merito dell’orizzonte lontano, che dà quasi l’idea di un deserto dei tartari, più che di una culla dorata in cui fermarsi a scrivere, come invece avrebbe fatto Hermann Hesse in un bel rifugio sulle Dolomiti. 

 

Che rapporto aveva Oriana con la natura? 

Quando è andata in America è rimasta molto colpita dalla conflittualità tra la società e la natura. Ho fatto con lei grandi discussioni sulla tipologia di piante che dovevano stare nel giardino. A me piacevano le specie selvatiche, che esistono già in natura senza manipolazioni, e si comportano ovunque come fossero nel loro luogo d’origine. A lei, invece, piacevano le piante borghesi, da diva. Preferiva le rose baccarat, quelle con stelo lungo, da tagliare e mettere in un vaso dentro casa; un mazzetto di mughetti, invece, finiva dritto nella spazzatura. L’Oriana aveva una visione del bello tipica della sua epoca. Non avrebbe mai potuto concepire l’idea del selvatico in giardino, perché gli unici paesaggi selvaggi che conosceva erano quelli raccontati da Jack London, autore collocato al posto d’onore nella biblioteca di famiglia, e in cima ai ricordi letterari d’infanzia di tutti noi. Lo tradusse pure per la Bur. 

 

E il giardino della sua townhouse newyorkese? 

Spesso mi chiamava per andare a sistemarlo. Per me, ovviamente era bello così com’era: rettangolo schiacciato tra un giardino e un’altra casa, con alberi selvatici – perché lei non ci metteva mai piede – divenuti un’oasi per uccelli urbani newyorkesi. Mai niente di più. L’Oriana non aveva vie di mezzo: o stava seduta alla scrivania o stava all’aria aperta. Fece addirittura causa al vicino che si era azzardato a tagliare un tralcio del glicine che aveva invaso il giardino dell’Oriana: lui pensava di essere stato gentile, ma mia zia lo prese come una prevaricazione insopportabile che qualcuno avesse impedito a una pianta di fare quello che voleva. Ripensandoci, forse, anche lei amava la wilderness

 

Il ritorno alla natura selvaggia potrebbe essere una scialuppa di salvataggio? 

La contemporaneità non è poi così brutta come sembra. Anche gli architetti hanno scoperto le piante e la natura, e questo lascia presagire che in futuro le città potrebbero essere sempre più piene di verde, e di verde selvatico. La natura ha un potere salvifico su chi avrà la capacità di abbandonare il telefonino per dedicarle del tempo. Penso sia giunta l’ora di rivolgersi alla natura come si farebbe nei confronti di un’altra persona che non parla la nostra lingua. È un po’ come se ci rivolgessimo a un migrante dandogli solo ordini e senza curarci di chi è e di quale potrebbe essere il suo posto nella nostra società. In fondo il rapporto con la natura è una questione di criterio, e se poi nasce anche una relazione speciale, in un certo senso di amore, allora il criterio diventa arte e nasce un giardino. Anche la natura può arricchirci con la sua narrazione, nel momento in cui noi siamo disposti ad ascoltarla, e non nel momento in cui la regolamentiamo affinché prenda un’altra traiettoria. Soltanto così riusciremo a perderci in giardino, senza più le illusioni che i telefonini hanno introdotto nelle nostre vite. 

 

Immagine: Antonio Perazzi, Crediti: © Emanuele Zamponi

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