17 maggio 2020

Arte e comunità. Intervista a Marinella Senatore

 

Intervista a Marinella Senatore

 

Nel corso della tua carriera hai realizzato performance, dipinti, collage, installazioni, video e fotografie, focalizzandoti su tematiche sociali quali l’emancipazione e l’uguaglianza… Si può dire che il processo sociale connesso alla creazione, alla distribuzione e alla ricezione dell’arte sia per te fondamentale e fondante. In questo periodo di profonda crisi epidemiologica si parla costantemente di “distanziamento sociale”: quanto questo fenomeno sta cambiando o cambierà il tuo “agire” artistico?

Ho sempre lavorato sul concetto di environment, quindi di un ambiente creato dall’associazione, ma anche dalla dissonanza, di tanti elementi. Questo sia nelle azioni urbane che di fronte alla tela bianca, al foglio di carta o sullo schermo, quando si è trattato di video. Per me i linguaggi sono possibilità di relazione.

Credo che oggi tantissime persone abbiano capito quello che più o meno dico dal 2006, dopo aver lavorato con oltre 6 milioni di persone in tanti posti diversi del mondo, e cioè che il senso di appartenenza è veramente un desiderio fortissimo. “Community feels good”, come diceva Bauman, che è una frase molto semplice ma allo stesso tempo molto significativa.

Quindi se proprio devo individuare un qualcosa che accomuni persone diverse, per nazionalità, per età, per estrazione e ruolo sociale, per costumi, alla fine è sempre e solo questo, ovvero il bisogno di essere parte di qualcosa, di emanciparsi nella relazione con l’altro. Io credo quindi che adesso questo sia evidente ai più e che non si possa ignorarlo.

Il mio lavoro in questo senso non cambierà, anzi, cercherà di sviluppare e di portare sempre più avanti quello che io già considero fondamentale.

Il distanziamento sociale, che a quanto dicono gli scienziati dovremo rispettare ancora per un altro periodo di tempo, ha generato nelle persone questa consapevolezza: la consapevolezza del fatto che forse è interessante unirsi: forse è interessante il concetto di assemblea, di “bodies in alliance” (che mi piace moltissimo come definizione). Proprio per questo credo che tante cose che prima erano invisibili, che non erano percepite o in qualche modo non erano molto chiare, adesso siano diventate visibili. Anche tutto il discorso sulla relazione. La famiglia è sicuramente un nucleo importantissimo, un fondamento della nostra cultura, ma poi c’è il gruppo, c’è la comunità, c’è l’appartenenza.

Sono sicura che la cultura sarà chiamata, proprio dal suo pubblico, ad aprirsi a queste tematiche; il pubblico chiederà sempre di più una sua presenza nelle operazioni artistiche e una sempre meno passiva fruizione dell’opera. Io questo lo trovo molto contemporaneo e lo trovo estremamente affascinante, positivo e virtuoso. Del resto non mi è mai interessata l’arte o qualunque linguaggio creativo che fosse destinato solo ad un’élite…

 

Per quanto mi riguarda sto continuando a lavorare sulle mie piattaforme, che già esistevano e già utilizzavano le tecnologie che oggi, con il lockdown, sono diventate imprescindibili. La mia radio, Estman, è nata quando comparivano i primi podcast. Ancora oggi ricevo contributi da persone di tutto il mondo; è una sorta di microfono aperto, dove non c’è solo musica, ma anche dibattiti, slam poetry… Una varietà incredibile di elementi. Chiunque può e sa di avere una piattaforma. Niente viene rimosso, come in un grande archivio.

Poi c’è la School of Narrative Dance che già aveva utilizzato, nonostante sia conosciuta più per le performance in strada, una propria piattaforma digitale. Nel 2018 la Peggy Guggenheim Collection di Venezia mi ha commissionato un progetto che ha visto il coinvolgimento di oltre 1.800.000 bambini delle scuole primarie, dal Nord al Sud Italia: più di 8.000 classi coinvolte. La School si dotò dunque di una piattaforma on-line per mettere in contatto questa enorme comunità di ragazzi. In quel caso, come per tutti i progetti della School of Narrative Dance, si parlava del lavoro sul corpo, del movimento.

Poi c’è il mio progetto delle soundtracks, sinfonie o composizioni musicali di vario tipo, che vengono create grazie ai contributi di cittadini e compositori provenienti da piccole e medie comunità. Anche questo è diventato un archivio sensibile incredibile, di memoria collettiva e privata.

Io quindi, per il momento, non farò altro che andare avanti, ampliando e sviluppando ancor di più queste piattaforme.

 

Risulta dunque più che mai importante, oggi, una riflessione su quella che Beuys definirebbe “la questione della necessità dell’arte, che è senza dubbio anche la questione delle libertà”...

Ho sempre utilizzato questa definizione… L’arte, dal mio punto di vista, deve essere utile. Ho avuto sempre un grande dilemma nella mia vita: se fare l’artista, che è la cosa che mi viene più naturale, o iscrivermi a medicina. Non c’erano per me altre possibilità. Dunque, anche se è una definizione che non piace a molti intellettuali, per me l’arte deve essere utile e questa utilità può essere intesa in vari modi. Può offrire visioni, e già in questo c’è un grandissimo potenziale: di liberazione, di resistenza, addirittura di rivoluzione. E questa capacità rivoluzionaria, che si imprime nella società e che entra nel tessuto sociale, nelle sue trame, è forse l’agente più potente. Un codice che io ritrovo nell’arte, e che mi viene difficile riconoscere in altri ambiti…

 

Da anni lavori in tutto il mondo: Cina, Sudafrica, Ecuador, Stati Uniti, Danimarca… Pensi che il ruolo dell’artista nella società venga percepito in Italia in maniera diversa rispetto all’estero?

Il nostro è un Paese che non dà ancora l’idea di investire sul contemporaneo, a livello fiscale ma anche a livello di riconoscimento del ruolo dell’artista come lavoratore, credo che si sia ancora molto indietro. A seguito di questa pandemia, del lockdown, si è effettivamente tornati a parlare di questa questione: i diritti del lavoratore artista. Non c’è un sussidio alla disoccupazione, non c’è un albo, non c’è un sindacato e non ci sono quegli investimenti e quei premi realmente forti che altre nazioni hanno e che permettono a noi artisti di viaggiare tra i vari Stati con programmi di residenza. Ecco, tutto questo è ancora da costruire. Ci sono ottime basi, ottime gallerie, ottimi collezionisti, buonissimi artisti, ma credo che si debba fare molto di più.

È un ruolo, purtroppo, ancora non percepito; è ancora difficile far capire alle persone, ma paradossalmente anche agli esperti del settore, che questo per noi è un lavoro, non è un hobby. Non si può vivere soltanto dell’arte del passato: ci sono tante istanze a cui l’arte contemporanea può dare una risposta, ma si deve mettere l’artista nelle condizioni di poter fare questo mestiere e anche di poterlo insegnare, cosa che io trovo estremamente importante.

Dunque sì, la responsabilità sociale che l’artista assume, poiché è assolutamente importante che la assuma, è qualcosa che va di pari passo con una legittimazione dei diritti e anche delle possibilità.

 

Immagine: Dettaglio di Bodies in Alliance/Politics of the Street - special edition, di Marinella Senatore. Crediti: © Treccani

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