6 dicembre 2018

“Attila” di Verdi apre la stagione della Scala

di Grazia Lissi

«L’Attila ebbe esito lietissimo. Li amici miei vogliono che questa sia la migliore delle mie opere; il pubblico quistiona: io credo che non sia inferiore a nissuna delle altre mie. Il tempo deciderà» scriveva il trentatreenne Giuseppe Verdi (1813-1901) forse consapevole di non aver scritto un capolavoro ma sicuro che presto lo avrebbe fatto. Era il mese di marzo 1846 e l’opera aveva debuttato con clamore al Teatro La Fenice di Venezia, città che il compositore aveva omaggiato nel prologo con la scena della tempesta e levar del sole a Rialto. Fu lui stesso a curare l’allestimento inserendo alcuni particolari effetti di luce per sostenere l’azione. Al Teatro alla Scala di Milano l’opera fu rappresentata il 26 dicembre dello stesso anno infiammando il pubblico sempre più verdiano e patriottico. È proprio per la prima scaligera che l’autore scrisse l’aria Oh dolore per il tenore Napoleone Moriani che interpretava Foresto.

Lavoro giovanile di Verdi, oggi poco rappresentato, Attila apre il 7 dicembre la stagione del Teatro alla Scala; una scelta importante che conferma l’impegno del maestro Riccardo Chailly a riscoprire il repertorio italiano nella sua interezza. Il dramma lirico è costruito da un prologo e tre atti; fonte del libretto è la tragedia Attila. König der Hunnen (1808) di Zacharias Werner, poeta romantico che divenuto sacerdote cattolico appassionò le platee del Congresso di Vienna con i suoi sermoni. Verdi scoprì il libro leggendo le citazioni contenute in De l’Allemagne di Madame de Staël. Incaricò prima Francesco Maria Piave, poi Temistocle Solera che, costretto a fuggire per debiti in Spagna, lo lasciò con il lavoro a metà. Il compositore richiamò Piave che lo finì senza grande sforzo. Il libretto era un po’ un pasticcio e Verdi rimediò creando per i protagonisti arie memorabili già nel prologo, fra cui Santo di patria indefinito amor per la vendicativa Odabella e Tardo per gli anni e tremulo per il generale Ezio.

L’opera sviluppa le contraddizioni dei protagonisti, alla brutalità di Attila si contrappongono le ambiguità degli avversari italiani, la potenza del condottiero unno si intreccia con la fragilità nascosta di Odabella.

L’allestimento al Piermarini è affidato a Davide Livermore, che dopo il debutto scaligero con Tamerlano di Händel ha già collaborato con Chailly per Don Pasquale di Donizetti. Con il regista, lo studio Giò Forma di Florian Boje e Cristiana Picco che ha già lavorato per Expo 2015 e collabora alla realizzazione di grandi spettacoli di artisti del rock e del pop. Le scene sono arricchite dai video di D-Wok, immensi led wall scandiscono la scena, le luci sono di Antonio di Castro, i costumi sono Gianluca Falaschi, vincitore del Premio Abbiati per Ciro in Babilonia al Festival Rossini di Pesaro.

 

Crediti immagini: Brescia/Amisano - Teatro alla Scala

Sul palcoscenico, nel ruolo di Attila, Ildar Abdrazakov, al suo terzo 7 dicembre, Saioa Hernández, al suo debutto milanese, è Odabella, Fabio Sartori è Foresto e George Petean, Ezio. Francesco Pittari e Gianluca Buratto ricoprono i ruoli brevi ma non secondari di Udino e Papa Leone; infine, il Coro del Teatro alla Scala e quello di Voci bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala.

L’opera viene rappresentata per la prima volta al Piermarini nell’edizione critica curata nel 2012 da Helen Greenwald per University of Chicago Press e Casa Ricordi, Milano. «Attila è un tassello fondamentale nella musica di Verdi e lo porterà alla scrittura di Macbeth» spiega il maestro Chailly che dirige per la prima volta l’opera. «La partitura è uno specchio implacabile del suo tempo. In Attila si avvertono elementi di grande contemporaneità» racconta il regista Livermore che non vuole svelare in anticipo il contesto in cui colloca la vicenda. «Fra gli orrori del secolo passato, non ci sono riferimenti alla prima o alla seconda guerra mondiale, è un Novecento sospeso: un popolo invaso, disperato si affida a Dio».

La storia si concentra fra il desiderio di vendetta di Odabella e lo smarrimento del protagonista che sente vacillare le sue sicurezze di guerriero. Il basso russo, Ildar Abdrazakov, interpreta Attila: «Sappiamo che era un barbaro, un essere crudele. Ma Giuseppe Verdi ci racconta che non è stato solo un assassino, ha una sua umanità: è come tutti alla ricerca d’amore».

Il 7 dicembre, a partire dalle 17.45, lo spettacolo verrà trasmesso in diretta su Rai 1, Rai Radio 3, Rai1 HD canale 501. All’estero, diretta live su Arte (Francia, Germania e relativi territori linguistici), su Česká televize nella Repubblica Ceca, su MTVA in Ungheria e su RSI in Svizzera, e in differita su NHK in Giappone, su Il Media in Corea del Sud e su RTP in Portogallo. L’opera è trasmessa in diretta da 17 emittenti radiofoniche europee, dalla Russia all’Australia. Il live sarà trasmesso in più di 30 sale cinematografiche italiane, a cui si aggiungono sale in Spagna, Svizzera, Germania, Nord Europa, Ungheria e Russia.


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