9 ottobre 2019

Attualità del caso Dreyfus

Il film di Roman Polański J’accuse, presentato all’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia, ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale il celebre caso giudiziario che coinvolse a partire dal 1894 l’ufficiale francese di origine ebraica Alfred Dreyfus – accusato di tradimento per aver fornito documenti militari segreti ai tedeschi – di cui ricorrono il 9 ottobre i 170 anni della nascita. Il film è incentrato sulla figura del colonnello Georges Picquart, che dopo aver assunto nel 1896 la direzione dell’Ufficio informazioni dello Stato maggiore, diede un contributo decisivo per l’accertamento della verità e per la successiva assoluzione di Dreyfus. Il ruolo di Picquart fu certamente importante, ma non bisogna dimenticare che l’innocenza di Dreyfus fu sostenuta, dopo un primo momento di disorientamento, da un vasto movimento dell’opinione pubblica e da una straordinaria mobilitazione di intellettuali, che raggiunsero una ampiezza e una partecipazione senza precedenti. Si ricorda ovviamente soprattutto il nome di Émile Zola, ma aderirono alla celebre Petizione degli intellettuali a favore di Dreyfus Édouard Manet, Anatole France, André Gide, Marcel Proust, per citare solo alcuni dei più noti.  

L’accoglienza ricevuta dal film, che ha suscitato un dibattito a carattere storico in parte legato, forse un po’ forzatamente, anche alla complessa biografia del regista, dimostra l’attualità dei temi legati a questo caso giudiziario che divise la Francia in due fronti contrapposti: in primo luogo l’antisemitismo, che fu alla base delle accuse contro Dreyfus, unico ufficiale dello Stato maggiore di origine ebraica, e ancor di più la campagna di stampa e di odio scatenata contro di lui (dopo la sua riabilitazione Dreyfus subì un attentato contro la sua vita da parte di un esponente della destra cattolica e ultranazionalista, che peraltro fu assolto perché in quel momento non era responsabile dei suoi atti).

Alla conclusione del caso, si poteva avere l’impressione che l’antisemitismo fosse stato, in qualche modo, respinto dalla società francese come un retaggio del passato; invece era ben vivo in Francia e in Europa, in una forma nuova e terribile, come la tragedia dell’Olocausto avrebbe dimostrato pochi decenni dopo. Ma il caso Dreyfus riporta la nostra attenzione anche su altri temi, come l’intervento decisivo degli intellettuali e della stampa nella vita pubblica, la contrapposizione tra la ricerca della verità a ogni costo e la ragion di Stato, la separazione fra Stato e Chiesa e la subordinazione dell’esercito al potere civile. Non è sfuggito infatti a molti osservatori che l’attualità dell’affaire Dreyfus non si circoscrive al solo, tremendamente risorgente, antisemitismo: le società in crisi – di sicurezze economiche, di stabilità e di futuro – ritrovano nell’irrazionale richiamo al primato nazionale, nella possibilità di un immaginario ritorno all’identità etnica, non la risoluzione dei problemi reali, ma piuttosto la possibilità di oltrepassarli, di sublimarli in contrapposizioni al tempo stesso feroci e rassicuranti. Con il rischio di riprodurre una situazione simile alla Francia di quegli anni, a quello scontro senza quartiere che fece dire a Charles Maurras, molto attivo all’epoca nel fronte reazionario e antisemita, a proposito delle prove costruite a tavolino per accusare Dreyfus: «Falsi sì, ma patriottici».

 

Immagine: Alfred Dreyfus al processo di Rennes. Crediti: Fonte, Le Petit Journal (1899).  Own Work [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

0