15 maggio 2015

Banksy fra pop e santità; focus sui lavori napoletani

di Federica Belmonte

È riuscito in operazioni che altri nemmeno osavano immaginare, come entrare nella Tate Gallery e appendere furtivamente un suo quadro alle pareti o dipingere sul muro di separazione fra Israele e Palestina. Ha scioccato genitori e bambini installando nel parco giochi Disneyland un fantoccio travestito da detenuto di Guantanamo bendato e ammanettato, e mimetizzato un elefante fra la tappezzeria durante una sua mostra. Da diversi anni ormai ogni sua opera, gesto, dichiarazione catalizzano l’interesse del mondo dell’arte e dei media; si parla di Banksy ovviamente, lo street artist più famoso e discusso al mondo. Le sue azioni di guerrilla art, i suoi murales e soprattutto i suoi stencil, grazie alla loro indiscussa potenza comunicativa, sono arrivati ad un pubblico vastissimo, eppure, paradossalmente, di lui si sa poco o nulla; le scarse notizie sulla sua figura trapelano dai suoi lavori, da alcuni testi autografi, dalle centellinate dichiarazioni o dai pochi eletti che hanno avuto la possibilità di incontrarlo. La scelta dell’anonimato ha contribuito a creare su di lui leggende e una serie di bufale mediatiche, come quelle riguardanti un suo arresto, che ciclicamente si diffondono sul web. Di certo c’è solo che Banksy, forse più di molti altri artisti contemporanei, sta lasciando un’importante traccia del suo passaggio nel mondo della storia dell’arte; i suoi stencil e più in generale i suoi lavori raccontano di noi e della nostra società, ci spingono a riflettere, ci rappresentano nelle nostre assurde contraddizioni con dissacrante ironia. E se oggi la Street Art è un fenomeno così potente tanto da convincere anche i critici d’arte più scettici, in parte il merito è anche suo.

Banksy ha lasciato un segno in ogni parte del globo; Bristol, sua città di origine, Londra, New York, Betlemme, Timbuktu e Napoli.

Napoli è infatti l’unica città italiana ad aver avuto il privilegio di ospitare fra le sue mura ben due stencil dello street artist; uno in via Benedetto Croce, purtroppo perduto poiché coperto da un altro graffito nel 2010, e un altro, fortunatamente ancora visibile, realizzato in Largo Gerolamini. Sui due stencil si è concentrato molto interesse nel corso degli anni; articoli, reportage, dibattiti sull’effettiva paternità dello street artist, e recentemente addirittura una proposta di restauro preventivo effettuata dalla Inward, osservatorio sulla creatività urbana, per l’opera superstite.

Eppure entrambi i lavori mancano di una più approfondita ricerca, il che fa sì che spesso le ispirazioni o le citazioni in essi presenti vengano rimandate a capolavori del passato che non corrispondono nei fatti; emblematico il caso dello stencil di via Benedetto Croce ormai indissolubilmente, e ingiustamente, associato all’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini. Ancora più vaghe risultano le notizie sulla Madonna con la pistola (così è ormai noto lo stencil in Largo Gerolamini) dove in realtà la figura femminile ritratta è una santa!

Una delle prerogative dello street artist è la meticolosa premeditazione che è a monte di ogni sua azione; Banksy colpisce l’obiettivo con precisione militare, scegliendo con cura il luogo, il momento e  il messaggio. Tanta precisione da un lato e tanta distrazione (la nostra) dall’altro.

Si può provare a dipanare qualche dubbio con la breve analisi che segue, frutto di uno studio personale realizzato ai tempi dell’università, dove vengono suggerite ipotesi di attribuzione dei capolavori ispiratori sperando che possano risultare di arricchimento al dibattito in corso sui lavori napoletani.

 Lo stencil ormai perduto realizzato in via Benedetto Croce ad esempio si ispirava sì ad un’opera del Bernini, ma non all’Estasi di Santa Teresa d’Avila come è ormai opinione comune, bensì al monumento alla Beata Ludovica Albertoni realizzato dallo scultore fra il 1671 e il  1674 e custodito nella chiesa di San Francesco a Ripa a Trastevere. È una scultura che, pur nelle sue modeste dimensioni, possiede un fascino tale da non poter rimanere insensibili alla sua vista. E insensibile non deve esserlo rimasto nemmeno Banksy, visto che scelse proprio questo capolavoro, meno conosciuto ma non per questa ragione meno suggestivo, della più celebre Estasi di Santa Teresa posta nella Chiesa di Santa Maria Della Vittoria sempre a Roma per il suo stencil. È sufficiente confrontare, purtroppo solo in via fotografica, le due opere per rendersi subito conto delle differenze con la Santa Teresa e, al contrario, della fedelissima ripresa della scultura della Beata Ludovica Albertoni così evidente nella mano che si porta al petto, nel prezioso ricamo del cuscino, nell’inclinazione del viso. Nello stencil l’espressione estatica della beata veniva stravolta in una smorfia di disgusto dovuta al consumo di un McDonald’s Menù, perfetto prodotto-icona, nella visone dell’attivista Banksy, di una società ormai massificata vittima e complice allo stesso tempo di multinazionali e modelli preconfezionati. Fra le lotte sostenute dall’artista c’è inoltre quella contro il cibo spazzatura in favore di una nutrizione più salutare, possibilmente vegetariana, che in questo lavoro trova un perfetto manifesto.

Non c’è, che si sappia, un elemento che garantisca una datazione precisa per quest’opera, è però probabile che sia stata realizzata durante lo stesso arco di tempo in cui comparve lo stencil nel piazzale antistante l’ingresso della chiesa dei Gerolamini su via dei Tribunali, presumibilmente fra il 2003 e il 2004. Il 2004 è infatti l’anno d’uscita del libro autografo Cut It Out (Banksy , Cut it out, Weapons Of Mass Disruption, Londra, 2004 ) dove a pag. 38 risultava pubblicata la foto dello stencil napoletano, il che dimostra che a quella data il lavoro era già compiuto. Vi è rappresentata una figura femminile, una santa, intenta a fissare con sguardo rapito una pistola che, come un’epifania, le si manifesta sul capo. Ma chi è la donna raffigurata? E, soprattutto, è ispirata ad un’altra opera d’arte? E se sì, a quale?

Sulla spinta di queste domande la ricerca si mosse lavorando per associazione con lo stencil perduto ispirato al monumento beniniano. Probabilmente anche in questo caso Banksy aveva lavorato su un’immagine di un capolavoro del passato; il soggetto, l’impostazione, i dettagli come la ghirlanda di fiori a decoro della veste sembravano condurre ad un ambito italiano, barocco magari, il  fondo scuro dello stencil induceva a pensare infatti ad una tela del ‘600. Il secolo era corretto, ma la ricerca andava dirottata in campo scultoreo, più precisamente fra le statue di sante.

Sante poiché non ci sono elementi iconografici per poter pensare ad una Madonna; nessun velo, né corona di stelle, né mezzaluna ai suoi piedi. E non è convincente nemmeno la leggenda popolare che vuole lo stencil ispirato a una scultura posta sulla facciata della chiesa di Santa Maria della Colonna che dà su Largo Gerolamini che, per quanto somigliante, si presenta più tozza.

Ci sono nell’opera di Banksy un panneggio ardito, svolazzante e un’atmosfera sacra, opulenta, manierista per certi versi, che continuavano a portare a Roma. Ed è proprio a Roma che si concluse la ricerca, è infatti in questa città che è custodita l’ispiratrice dello stencil: la Santa Agnese sul rogo scolpita da Ercole Ferrata nel 1660. La statua del Ferrata realizzata per la chiesa di Sant’Agnese in Agone è un perfetto incontro fra le due correnti scultoree preponderanti del tempo: da un lato l’influenza berniniana palese in quelle lingue di fuoco che dalla base vorticosamente salgono increspando il panneggio, e dall’altro il classicismo di Algardi, di cui il Ferrata fu allievo, così evidente nell’impostazione ponderata dell’opera. Confrontando l’immagine dello stencil con quella della scultura è impossibile non notare la puntuale citazione;  identica la posa, l’impostazione, il panneggio, il rogo, la corona di fiori all’altezza del petto. Ogni dettaglio coincide, non ci sono dubbi. La sola differenza fra le due è che nel lavoro di Banksy l’immagine appare speculare, probabilmente la maschera utilizzata per lo stencil fu capovolta in corso d’opera.

Nello stencil la figura della santa fra le fiamme e il suo sguardo rapito diretto alla pistola restituiscono un’immagine questa volta meno ironica del solito ma anzi, per certi versi drammatica. È ormai una nuova icona napoletana che, a suo modo, racconta le contraddizioni di questa città perennemente in bilico fra sacro e profano.

Il fatto che anche l’altra opera realizzata a Napoli sia stata ispirata da un capolavoro del barocco romano lascia supporre che probabilmente Banksy abbia compiuto un viaggio a Roma prima di lasciare i suoi lavori a Napoli. Ipotesi avallata da una semplice riflessione: perché scegliere due lavori così poco noti al grande pubblico eppure collocati in due fra le chiese più importanti della capitale? Non è forse probabile che lo street artist abbia avuto modo di vedere da vicino con i suoi occhi tali opere e rimanerne interessato al punto tale da riproporle attraverso straniamenti di senso in chiave pop? È ovviamente solo un’ipotesi che lascia il tempo che trova, non avendo modo di poter chiedere al diretto interessato, ma è plausibile che un artista rimanga ispirato da ciò che vede, da ciò che prova. Chissà se anche questa volta è andata così.

Ovviamente, al di là di quali siano state le effettive ispirazioni, dei lavori di Banksy interessa altro: il messaggio, l’impatto emotivo e comunicativo, la bellezza. Quando si parla di arte però, in forma legale o illegale, che sia su un muro o in una chiesa, è necessario uno sforzo in più, proprio in nome di quella cultura che ha fatto grande questo Paese e di cui siamo eredi. Non perdiamo l’occasione.


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