Questo sito contribuisce all'audience di
05 luglio 2017

Beatrice Rana, dalla Puglia al mondo e ritorno

di Grazia Lissi

Intervista a Beatrice Rana  

Il pianoforte la costringe a viaggiare. Oggi la sua terra d’origine, la Puglia, è diventata il suo rifugio. «Ci torno appena posso, qui riesco a prendere ogni mia decisione» racconta Beatrice Rana. Ventiquattro anni, nata a Copertino, è considerata, sia dalla critica che dal pubblico, fra le più interessanti e innovative pianiste che hanno esordito negli ultimi anni. Nel 2016 si è aggiudicata il prestigioso premio della critica musicale “Franco Abbiati”. Collabora con alcuni dei maggiori direttori d’orchestra internazionali, fra cui Antonio Pappano, con cui ha inciso il “Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in Sol minore op. 16” di Sergei Prokofiev e il “Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in Si bemolle minore op. 23” di Pëtr Il´ič Čajkovskij. Da pochi mesi è uscito il suo primo album da solista “Bach Goldberg Variations” (Warner Classics) ed è entrata subito in classifica. Una carriera artistica luminosa, a cui aggiunge una nuova tappa: il festival musicale “Classiche Forme”, che si terrà dal 7 al 9 luglio presso il teatro sotterraneo di Spongano, di cui è ideatrice, direttrice artistica e interprete.

La Puglia è una regione generosa sia nella natura che nell’arte, ma ci sono tantissimi talenti musicali che non hanno grandi scenari in cui esibirsi. La vita mi ha portato ad incontrare musicisti incredibili, con cui ho suonato. E ho pensato di condividere la mia vita musicale con il luogo da cui sono partita.

 

Non c’è nulla di personale?

La vita di una pianista-concertista è molto solitaria. Fra i musicisti è sicuramente quella che più vive in solitudine. Desideravo creare una situazione non solo professionale ma conviviale in cui fare musica in libertà.

 

Cos’altro le ha dato la Puglia?

Tanto. Ho studiato al Conservatorio di Monopoli e mi sono trovata benissimo; da un punto di vista concertistico è una regione che non offre grandi opportunità, ma possiamo cambiare. Essere nata a Lecce, con le sue preziosità nascoste, sicuramente ha innescato in me un senso della bellezza. Ho vissuto un’infanzia magnifica: la campagna dai nonni, il mare, un vissuto con la natura che mi ha reso solida. Soffro di nostalgia acuta ogni volta che debbo andare via per lavoro.

 

Quando ha scoperto il pianoforte?

È stata la prima voce che ho ascoltato, i miei genitori sono pianisti. Non l’ho scoperto, era una certezza di quotidianità. Ho iniziato a studiarlo seriamente in una scuola di musica. Avevo poco più di tre anni. Solo crescendo ho realizzato che la musica non era parte integrante della vita di tutti i miei compagni di scuola.

 

Quanto è stato importante, per lei, avere genitori pianisti?

Nella mia famiglia abbiamo sempre vissuto la musica con naturalezza, ne parlavamo, l’ascoltavamo, andavamo insieme ai concerti, i miei sono sempre stati illuminati, l’importante era conoscerla, studiare uno strumento. Non per tutti è così. Molti giovani colleghi, figli di musicisti, rivelano una competitività esagerata, spesso trasmessa dai loro stessi genitori.

 

Chi ha scelto per lei il pianoforte?

Non ho mai pensato ad un altro strumento. Quando mia sorella minore decise di suonare il violoncello provai un po’ di invidia per la sua scelta autonoma. Io e Ludovica abbiamo formato un duo; ho suonato spesso con amici ma l’emozione di suonare con mia sorella è unica. Fra noi c’è la complicità dell’infanzia, l’affetto, non ci sono barriere emotive, abbiamo gli stessi gusti musicali.

 

Per il suo primo album da solista ha inciso le “Variazioni Goldberg”. Come si confronta con le esecuzioni dei grandi interpreti del passato?

A dieci anni mi chiesero di preparare un concerto interamente dedicato a Bach. In quell’occasione suonai l’“Aria delle Goldberg” e cominciai a leggerle. Non volevo suonarle in pubblico, solo studiarle. Non mi sentivo mai pronta, fino a qualche anno fa, quando ho iniziato a proporle nei concerti. Poi, mi hanno chiesto di registrarle. Sentivo di avere finalmente qualcosa da dire, non mi sono confrontata con le interpretazioni dei grandi pianisti ma solo con lo spartito.

 

Quali sono quelli che più ha amato ascoltare?

Glenn Gould, soprattutto all’inizio della mia attività, Artur Rubinstein, Horowitz, Arrau, Martha Argerich. Fino a nove, dieci anni li ho ascoltati perché i miei genitori ascoltavano i loro CD, poi ho iniziato a selezionarli da sola e ad avere i miei preferiti.

 

È molto giovane ma affronta un repertorio di grande profondità

Credo che la musica vada oltre le coordinate umane, altrimenti non si spiegherebbe come mai alcuni bambini che non hanno ancora vissuto i grandi momenti della vita suonino così intensamente. Ci sono autori che mi mettono più in difficoltà di altri, ad esempio Beethoven. Ogni volta che l’affronto avverto la freschezza dei miei ventiquattro anni sfiorare l’uomo scontroso e solo, sordo e pieno di problemi che si sente nelle composizione delle ultime sonate.

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata