14 febbraio 2018

Berlinale 2018: cinema senza confini

Prende il via il 15 febbraio a Berlino la 68a edizione del Festival internazionale del cinema che dal 1951 offre uno spazio di incontro a cinematografie di tutto il mondo, ad approcci e temi spesso sottorappresentati, a una molteplicità di storie che cercano di dare voce alla complessità del reale. E poiché l’arte e la cultura sono indissolubilmente legate a ciò che avviene nella società, la manifestazione accoglie tradizionalmente i temi ‘caldi’ della contemporaneità (ricordiamo per esempio l’edizione del 2016 vinta da Fuocoammare di Gianfranco Rosi sul tema dei migranti). Quest’anno la Berlinale sarà all’insegna del ‘no alla discriminazione’ e nel programma dell’edizione diretta da Dieter Kosslick, al di là dei film, ci sarà modo di discutere anche del movimento #metoo e delle sue implicazioni, non solo nell’ambito del mondo del cinema, in incontri e panel.

Sarà il film di animazione di Wes Anderson Isle of dogs, ambientato in un distopico Giappone del 2037 ad aprire la kermesse; ritorna Lav Diaz, che nel 2016 proprio a Berlino si è guadagnato il premio Alfred Bauer con A lullaby to the sorrowful mystery e che quest’anno ci riporta nel clima violento delle Filippine degli anni Settanta, con Season of the devil, un film che il regista stesso definisce una sorta di opera rock, tra musica e drammatica cronaca storica. Il norvegese Utøya 22. Juli di Erik Poppe ricostruisce invece un tragico episodio di pochi anni fa, la strage compiuta dal neonazista Anders Breivick nel 2011, mentre Transit del tedesco Christian Petzold è sospeso tra passato e presente tra la Seconda guerra mondiale e la contemporaneità a suggerire accostamenti tra i fuggitivi e i perseguitati di ogni tempo. E ancora sui rifugiati di oggi, sui percorsi quasi ‘obbligati’ – dal salvataggio in mare ai centri di accoglienza all’illegalità – si sofferma Eldorado dello svizzero Markus Imhoof. Dall’Iran arriva Khook, di Mani Haghighi, un’acre commedia nera sulla difficoltà di fare film in questo Paese e sul narcisismo che può portare gli artisti stessi a perdere il senso delle priorità. Molta attesa anche per Don’t worry, he won’t get far on foot di Gus Van Sant, biopic in cui Joaquin Phoenix interpreta John Callahan, disegnatore finito sulla sedia a rotelle per un incidente, che riesce a reinventarsi una vita attraverso la sua creatività. Sono 24 i film della sezione Competition (4 dei quali fuori concorso) e moltissimi i temi trattati, dai più intimisti a quelli di denuncia sociale; dall’Italia concorre Laura Bispuri, che già due anni fa aveva presentato proprio a Berlino il suo Vergine giurata e che in questa edizione presenta Figlia mia, una storia, quella di una bambina divisa tra due madri, tutta al femminile e ambientata in Sardegna.

Ma la Berlinale non è solo la competizione per aggiudicarsi l’Orso d’oro, e in questo consiste il suo straordinario valore: è un laboratorio di idee e uno spazio di confronto in cui ogni anno centinaia di film di ogni genere e lunghezza animano per 10 giorni la manifestazione, con una sezione dedicata ai corti e una ai film per ragazzi, sezioni che accolgono progetti pionieristici e sperimentali, focus di approfondimento sulla prospettiva tedesca, uno spazio dedicato ai piaceri del cibo ma anche agli aspetti inquietanti della sua produzione nel nostro tempo. E ancora retrospettive, omaggi, interviste e dibattiti. Ma senza rinunciare a un tocco di glamour e a un patinato red carpet.


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