15 maggio 2015

Boccaccio e Petrarca non sono più quelli di un tempo

di Carlo Pulsoni

Come qualsiasi creazione, un testo letterario vive e si trasforma nella storia a prescindere dalla volontà del suo autore. Questo processo può essere involontario, verificandosi, a esempio, nelle fasi di copia (è cosa nota che tanto più un testo si rivela fortunato nella tradizione manoscritta, maggiori sono le possibilità che esso si diversifichi dall’originale), oppure conscio, tramite il deliberato intento del copista o dell’editore di modificarlo per ragioni ideologiche, religiose o così via. In entrambe le circostanze, un lettore non ha normalmente indizi che lo spingano a dubitare della veridicità della lezione del suo testo e, nel caso in cui dovesse utilizzarlo nelle parti “incriminate”, si troverebbe suo malgrado a scrivere cose sbagliate. Prendiamo il caso di due classici della nostra letteratura: il Decameron di Giovanni Boccaccio e i Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca, che oggi riteniamo “immutabili” per via dell’esistenza dei loro rispettivi autografi. Eppure nel corso dei secoli non è sempre stato così: l’edizione de Il Decameron di Messer Giovanni Boccacci curata da Lionardo Salviati (in Firenze, Nella Stamperia de’ Giunti, Del mese di Novembre, 1582) non dipese infatti solo dalla lezione dei manoscritti o delle stampe prese a riferimento, ma anche da un conscio lavoro di rassettatura atto a purgare le parti licenziose dell’opera in accordo con il clima religioso post-tridentino (ricordo che nella seconda novella dell’Ottava giornata il “prete”, protagonista della vicenda, che giace con “Monna Belcolore” viene modificato in “maestro” e “pedagogo”). A partire dalla princeps, e considerando le numerose ristampe che questo testo ebbe nel corso del Seicento, resta da capire quanto un lettore dell’epoca fosse realmente consapevole del fatto che esso era profondamente diverso da quello originale, al punto che il neonato Vocabolario degli Accademici della Crusca (in Venezia, appresso Giovanni Alberti, 1612) si limita a menzionare esplicitamente tra le sue fonti, per più di un secolo, solo l’edizione del Salviati, pur ricorrendo alla lezione anche di altri testimoni. Una situazione similare si verifica anche per i Rerum vulgarium fragmenta. A giudicare dalla tradizione manoscritta riconducibile al XV secolo, un lettore del periodo leggeva quest’opera in maniera diversa rispetto ad oggi, sia nella disposizione dei componimenti che nel loro computo. Limitandoci alla prima parte del Canzoniere, nella gran parte dei codici si ha la posposizione del sonetto 2 (Per fare una leggiadra sua vendetta) dopo il sonetto 3 (Era il giorno ch’al sol si scoloraro), e quella della sestina 80 (Chi è fermato di menar sua vita) dopo i sonetti 81 e 82 (Io son sí stanco sotto ‘l fascio antico e Io non fu’ d’amar voi lassato unquancho); la collocazione della ballata Donna mi vene spesso nella mente, che il Petrarca deciderà di rimuovere dalla stesura definitiva, dopo il sonetto 122 (Dicesette anni à già rivolto il cielo) e prima del 123 (Quel vago impallidir che ‘l dolce riso); e infine il madrigale 121 (Or vedi, Amor, che giovenetta donna) collocato tra i sonetti 242 e 243 (Mira quel colle, o stanco mio cor vago e Fresco, ombroso, fiorito et verde colle). Anche il numero dei componimenti risulta pertanto diverso rispetto ai 366 attuali. In molti casi ci si limita a 367, visto che all’epoca Petrarca non aveva ancora eliminato la ballata Donna mi vene. Questa cifra non è avvertita come anomala, non solo dai copisti che la inseriscono in testa alla canzone finale, Vergine bella, ma anche dai lettori che ebbero tra le mani questi codici. In altri manoscritti l’inserimento di più componimenti poi rifiutati da Petrarca – le cosiddette Disperse – , giustapposti senza soluzione di continuità a poesie del Canzoniere fa lievitare di molto il numero dei testi e soprattutto non dà modo al lettore di differenziare i componimenti facenti parte della raccolta da quelli estravaganti. Bastano questi esempi per rendersi conto delle trasformazioni che possono subire i testi nel corso del tempo, al punto che potremmo chiederci se i nostri posteri non scopriranno a loro volta che anche noi siamo vittime ignare di letture “falsate” di altri classici.


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