7 maggio 2019

Caltagirone, veicolo di bellezze pluriculturali

di Giuseppe Labisi

«iṣn al-Janūn o Qalʿat al-Janūn […] sorge superbo alla sommità di un aspro monte: il suo territorio ha buoni campi da seminare e ci vuol di molti cubiti a misurarlo: esso produce assai miele»

 (Edrisi, Il libro di Ruggiero)

 

Chiunque abbia visitato Caltagirone e il suo territorio riconosce e rivede la descrizione concisa e pragmatica tipica di Edrisi. Una fortezza (ḥiṣn) o castello (qalʿa) che superbamente domina la valle dei Margi, arroccata su un monte “aspro”. La valle dei Margi (dall’arabo, “acquitrinosa”), ricca d’acqua e sapientemente sfruttata dai musulmani, a Caltagirone come in tutto il mondo di cultura islamica. Una terra che ha buoni campi da seminare, ma che rivela un connubio sapiente e naturale con il miele, in questo caso ibleo, essendo Caltagirone una delle porte degli Iblei dalla valle di Catania. E come non possono venire in mente i versi di Virgilio «Hinc tibi quae semper vicino ab limite saepes Hyblaeis apibus florem depasta salicti saepe levi somnum suadebit inire susurro» (Le bucoliche, ecloga I, vv. 53-55) che esaltano la bontà delle api iblee e i valori di una vita campestre di cui la cultura iblea, allora come oggi, è portatrice.

Caltagirone. Nominandola vengono subito in mente le ceramiche pregiate, le teste di moro, la monumentale scalinata di Santa Maria del Monte con le luminarie in festa. Ma cosa vuol dire “Caltagirone”? Il nome di una città è come il suo DNA, nelle cui lettere si nascondono le origini e le influenze, i segreti e le peculiarità. Caltagirone, dunque. Qalʿat al-Janūn, che Michele Amari traduce come “il castello dei genii”, essendo “janūn” il plurale di “jinn”. Ma i jinn non sono “semplici genii”, sono, secondo la tradizione islamica, degli esseri creati da Dio più volte citati nel Corano e appartenenti al “mondo nascosto”. Sono esseri più potenti degli uomini (ma come gli uomini aderenti all’islam), creati dal fuoco e dall’aria (l’uomo, invece, dalla terra e dall’acqua).

I jinn possono assumere ogni forma umana o animale (o ceramica, nel caso di Caltagirone), ma anche forme ctonie o ancora acquatiche. Abitano perlopiù in luoghi isolati e vivono intense storie d’amore con gli uomini, così come d’amore intenso è la storia delle “teste di moro” calatine.

 

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                                                                     Caltagirone, teste di moro (foto di G. Labisi)

 

L’origine della parola jinn è dal verbo janna, che vuol dire “essere nascosto”, “coprire”, “ricoprire”, ma anche “essere abbondante”, “essere tenebroso” e ‘‘far impazzire’’, caratteristiche che si ritrovano a Caltagirone e nel suo territorio. Jinn da janna, la stessa parola che compone “jannat al-Arḍ”, ovvero “Gianoardo”, il “paradiso/giardino della terra”, la residenza reale all’interno della quale si trova ancora il palazzo della Zisa di Palermo. Cosa rimane, quindi, dei jinn a Caltagirone?

Camminando per le vie di Caltagirone sembra di vederli raffigurati nelle teste di turco o moro, nei busti in maiolica policroma che raffigurano in realtà un moro e una donna cristiana, che una leggenda locale vuole tragicamente legati in una storia d’amore che rimane eternamente rappresentata in queste suggestive fioriere. Della tradizione islamica rimangono inoltre a Caltagirone le famose maioliche che armonicamente decorano la città di giallo, verde e blu, i loro colori tipici.

Per chi volesse scoprire l’origine di queste ceramiche basterà passeggiare per le sale del Museo regionale della Ceramica, il secondo in Italia dopo quello di Faenza, dentro le quali si può trovare un mondo siciliano poco conosciuto. Il museo conserva, infatti, diversi manufatti ceramici provenienti da tutta la Sicilia, pezzi di pregio di una ricca tradizione: dalle ceramiche invetriate decorate con motivi cufici, a quelle decorate con il tema del falconiere, elemento che ci riporta alla Persia e all’imperatore Federico II. E poi ancora i lustri metallici spagnoli, una ceramica lucente anch’essa tipica della tradizione islamica derivante dalla cottura di ossidi di metalli. O ancora gli stucchi provenienti dalla chiesa di S. Giuliano a Caltagirone, che ci rimandano alla ricca iconografia persiana di animali fantastici, quali il senmurv e i leopardi.

 

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                                                      Caltagirone, giardino comunale, palco della musica (foto di G. Labisi)

 

Il nome di Caltagirone è legato anche a quello di Antonino Ragona, maestro ceramista e ceramologo, che ha realizzato diverse opere d’arte in tutta la città. Basti citare il palco musicale del giardino comunale, progettato da Salvatore Montalto, ma decorato da Ragona, che si è ispirato ai motivi moreschi come le merlature e gli arabeschi, per i quali la maiolica di Caltagirone si fa veicolo di bellezza.

 

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                             Caltagirone, alzata della scalinata di S. Maria del Monte con dedica alla Beata Vergine (foto di G. Labisi)

 

Oppure la decorazione in maiolica della cupola della cattedrale di S. Giuliano o la scalinata di S. Maria del Monte, realizzata nel 1606, lunga 130 metri e composta da ben 142 gradini, capolavoro urbanistico e architettonico impreziosito da 142 “fregi” di maioliche calatine realizzati nel 1954 dal maestro Ragona e divise in 10 settori, uno per ogni secolo, ciascuno composto a sua volta da 14 gradini che racchiudono la storia della Sicilia: in essi si possono vedere, infatti, le odalische della Cappella Palatina di Palermo, i suonatori di ‘ud o ancora il buraq, il destriero mistico che guidò il profeta Maometto nel suo viaggio notturno o ancora le stelle di Davide e il simbolo della Baetae Virginis alla cui gloria Antonino Ragona dedica la scalinata.

 

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Ci si immaginerà di trovare a Caltagirone un santo patrono che abbia a che fare con la tradizione islamica. In un certo senso è così, poiché il suo patrono è s. Giacomo Apostolo, il “matamoros” (lo stesso Santiago sepolto a Compostela) ovvero colui che ha aiutato i cristiani nella reconquista della Spagna e il cui culto è stato diffuso nelle terre occupate dagli Spagnoli per accrescere quel sentimento di distinzione fra “noi e loro”, alieno perlopiù alle culture mediterranee e alieno allo spirito di Caltagirone, le cui maioliche affermano con forza radici culturali comuni esaltate nella bellezza.

 

Immagine di copertina: Cupola della cattedrale di S. Giuliano a Caltagirone (foto di G. Labisi)

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