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16 maggio 2018

Carabba, come un giovane uomo

di Tamara Baris

Come un giovane uomo di Carlo Carabba, è una di quelle «armi buone per salvarsi dalla morte e dal tempo», per riprendere la citazione di Carlo Levi in epigrafe al romanzo. Carabba si salva scrivendo, proprio attraverso le digressioni, gli incisi, la sua sintassi ricercata. Con una scrittura personalissima e formalizzata («dalle forme non c’è scampo», o forse, invece sì), cristallizza il suo passato e racconta il suo lato più profondamente umano, tutti i suoi timori, alle prese con le tappe fondamentali della propria vita, con la fine dell’età felice della giovinezza e quel momento in cui ci si trova a dover fare i conti con quello che è la nostra vita di adulti. Nostra, perché il romanzo di Carabba racconta poeticamente con una prosa vera e lucida, la reazione dell’uomo – perché molti di quei pensieri sono suoi e solo suoi, ma sono anche di molti di noi – di fronte alla morte, e ai fantasmi che ogni vita si lascia dietro e si porta dentro.

«Una citazione la si può fare avendo letto solo quella, come si può essere capace di una presa o di una leva senza saper fare nient’altro. Capacità isolate, avamposti senza retrovie, apparenze», scriveva qualche anno fa Antonio Franchini (Quando vi ucciderete, maestro?); Carabba dimostra, invece, di essere tutt’altro che apparenza perché la letteratura la conosce bene e la racconta con una voce che non è una voce colta solo nel momento di una presa o di una leva, ma ha le carte in regola per battersi, senza paura (anche se il romanzo racconta timori, incertezze). Del resto, non gli è estraneo neanche il combattimento, se è vero che, come scrive nel libro, a un certo punto della sua vita è proprio la boxe a fornirgli una chiave («speravo che alla trasformazione del corpo che avrebbe dovuto far seguito alla durezza degli allenamenti ne sarebbe corrisposta una analoga dello spirito», p. 120), a portarlo a cercare di essere qualcun altro («diventare altro da chi ero io», p. 122), in quel rapporto intimo instauratosi col maestro, maestro distratto, in realtà, ma che grazie alla sua distrazione fornisce a Carlo l’occasione di diventare un Francesco, di mettere un’altra maschera, una delle tante («un profondo vuoto al centro del mio essere, come se quella possibilità di essere tante personalità diverse mostrasse che ero privo di una personalità mia», p. 123).

Come un giovane uomo, Carlo Carabba cerca un filo che leghi tra loro gli eventi, una causa, un’origine, e spesso si scontra con una verità inevitabile: tante volte non c’è niente, in realtà, a tenere unite le cose, nonostante gli abili incastri, le fantasticherie ben costruite sui timori di quell’età di mezzo in cui non si riesce, se non con molte difficoltà, ad adattarsi a quello che è, che sarà poi per diversi anni, l’età adulta, portandosi dietro un senso perenne di «inadeguatezza alla vita» (p. 15). Che è, forse, quel senso di inadeguatezza di chi difficilmente si è arreso alla presunta mancanza di bellezza della vita di uomo maturo, di chi spera che una nevicata lo riporti all’incanto perduto dell’infanzia e di quella vita che accompagnava l’infanzia («quella porzione irripetibile della vita in cui tutto è chiaro e pieno, in cui ogni cosa ha un senso e ogni futuro possibile è il tempo sorridente delle opportunità», p. 29), di chi vuole credere che quella nevicata avrà un ruolo nella propria esistenza («restava soltanto la sensazione che, il giorno in cui sarebbe finalmente tornata a cadere, la nuova neve avrebbe portato con sé una svolta, avrebbe diviso un prima da un dopo», p. 21).

Come un giovane uomo racconta il nostro essere disarmati, anche quando sappiamo come combattere, di fronte al dolore e di fronte alla morte, quel continuo senso di colpa che ci coglie in determinati momenti e ci impedisce di compiere automaticamente qualsiasi azione, quella necessità di correggere ogni cosa che facciamo («badando a imprimere una sfumatura di tristezza ai sorrisi che seguivano il piacere del ricordo», p. 51).

Carabba in questo romanzo indaga sé stesso, e molti di noi, indaga l’età adulta, osserva chirurgicamente l’uomo e le sue debolezze, i rimorsi, più dei rimpianti. È una storia, vera, di colpe e di assoluzioni cercate nella voce degli amici di una vita quando la morte porta via Mascia, la migliore amica della giovinezza, e quando il funerale di Mascia coincide con la firma del contratto che porterà il protagonista definitivamente nell’età adulta mettendolo di fronte a un’evidenza: il suo comportamento, dopo la morte dell’amica, «si era rivelato una serie continua di omissioni» (p. 80): mancanza di coraggio? Eccesso di responsabilità? Quel senso di estraneità che da sempre lo aveva accompagnato anche nel rapporto con la città materna e quella paterna? («non conoscevo nulla del loro universo e parlavo perfino un’altra lingua», p. 91). Come un giovane uomo è la storia della fragilità umana, in fondo, e di uomini più fragili di altri che quella fragilità sanno raccontare, spaventati da quello che potrà accadere, dopo aver visto quello che è già accaduto («L’incertezza del futuro, la paura che tutto sarebbe andato male, che tutto aveva già iniziato ad andare male mi terrorizzava e mi bruciava», p. 164).

 

Carlo Carabba, Come un giovane uomo, Marsilio, 2018, pp. 174


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