15 luglio 2016

Carrère racconta l’altra Calais

Il poeta è un fingitore, Emmanuel Carrère è doppiamente fingitore: primo perché è poeta, secondo perché recita la parte del cronista e simula di scrivere un reportage mentre, con la mano sinistra, sforna l’ennesima, abilissima, intelligentissima fiction. Che altro pensare, infatti, delle quasi cinquanta pagine («quarantamila battute» per quindici giorni di inchiesta in loco) di A Calais, da poco edito da Adelphi ( € 7,00)? Persino la lettera, inviata all’autore da una presunta giornalista locale e qui usata come fil rouge della narrazione, puzza di escamotage retorico, perfetto e ricorrente nella poetica meticcia di Carrère, nel suo ininterrotto cortocircuito tra realtà e finzione, documentario e letteratura, testimonianza e affabulazione.

A Calais – ovvero nella « Giungla» del campo profughi al confine tra Francia e Inghilterra, avamposto di tutti coloro che sognano una Brexit al contrario, una Brentrance, forse – , lo scrittore è approdato negli ultimi mesi del 2015 per imbastire un servizio per un giornale francese: da subito, ha deciso di non «andare nella Giungla come si va al fronte», cioè banalmente come i colleghi inviati dalle testate di mezzo mondo, né di documentare lo stato dell’arte, impietoso, dell’accampamento dei migranti. Con un pizzico di snobismo, Carrère ha scelto di raccontare solo vita, morte e miracoli dei calesiani doc, divisi tra «pro e contro i migranti».

Tuttavia, confonde le acque il poeta, «pro e contro i migranti sono espressioni bizzarre. Pro migranti nel vero senso della parola non ce ne sono, dato che nessuno è favorevole ad avere alle porte di una città di settantamila abitanti una popolazione di settemila disgraziati ridotti allo stremo, che dormono in tende di fortuna, nel fango, al freddo e che ispirano, a seconda del carattere di ciascuno, apprensione, pietà o sensi di colpa». 

Carrère l’equilibrista si muove con grazia sul filo della docufiction, inanellando cronache agghiaccianti e squarci lirici, descrivendo fabbriche di merletti e risse nei bar del porto, conteggiando gli elettori del Front National (più del 50% alle ultime regionali) e i superstiti di una «aristocrazia proletaria» in via d’estinzione. E poi vengono gli aperitivi a teatro e le ronde notturne di cittadini imbizzarriti, i siriani confusi per «siberiani» e l’alcolismo diffuso tra i residenti, la disoccupazione mortifera e la «fame di vita, l’energia» del campo profughi, gli intellettuali radical chic e gli zotici indignados, il prete sornione e umanissimo e il sensale marittimo, «un uomo che nella sua vita non è mai andato a dormire senza prima passare dal porto a guardare il mare»: e se non è da romanzo questo... 

L’autore ha la perfidia del diavolo che si nasconde nei dettagli, come quando intervista la calesiana di origine magrebina Ghizlane Mahtab: una giovane donna, e madre di famiglia, che si professa amica e sodale dei rifugiati, tollerante e serena, salvo poi vivere con le persiane chiuse, «al buio», barricata in casa persino a mezzogiorno. Ovviamente anche questa storia rientra appieno nel canovaccio emmanueliano, con tanto di coup de théâtre finale.

Intanto, per la cronaca e nell’ordine, sarà bene ricordare che: nei primi mesi del 2016 è iniziato lo sgombero della «Giungla»; quasi contemporaneamente, Unicef pubblicava lo studio “Neither Safe nor Sound”, “Né sano, né salvo”, per denunciare gli abusi sessuali sui migranti minori nei campi profughi nel Nord della Francia; a metà giugno, il Barbican di Londra ha ospitato uno «one-day festival per celebrare ed esplorare l’arte, l’architettura e la cultura emerse dai campi profughi europei» (sic); a fine giugno, dopo il referendum sulla Brexit, è tornata a tuonare il sindaco «sarkozista» di Calais, Natacha Bouchart, chiedendo ai vicini inglesi di accollarsi i migranti rimasti dopo gli sgomberi primaverili (circa 4.500-6.000, a seconda delle fonti) e promettendo a breve lo smantellamento dell’intero accampamento. Questa è l’ultima notizia, arrivata il 12 luglio scorso, dal fronte della «Giungla», un non-luogo che è «un incubo per tutti: per i migranti, per i CRS (gli uomini dei reparti antisommossa), per i camionisti e per gli automobilisti che temono ora di essere aggrediti da un migrante ora di investirne uno – ennesima variante, estremamente semplificata, dell’opposizione tra chi è pro e chi è contro». Ma sono tutte «espressioni bizzarre» e fasulle, ha detto l’uomo delle fiction.

 


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