14 gennaio 2020

Casa di foglie, di Mark Z. Danielewski

di Marco Tagliaferri

In un EP del 2012 composto di due sole tracce, Burial spinge alla luce del sole l’evanescenza spettrale di un brano straordinario: Truant; il quale, nei suoi dodici minuti, lascia trapelare attraverso frammentatissime dinamiche dubstep quell’atmosfera fantasmatica e hauntologica della quale Mark Fisher diede perfetta interpretazione nelle pagine di Spettri della mia vita o di The weird and the eerie. Un’atmosfera alla cui totale insostanzialità Burial offre paradossale forma attraverso la creazione di uno spazio sonoro che sembra sbucare all’improvviso dal nulla per farvi ritorno, poco dopo, in modo altrettanto brusco, uno spazio nel quale echi e voci, la cui unica realtà si trova nelle loro vibrazioni, attraversano l’oscurità più fitta.

Ma Truant (“pigro”), oltre a sembrare quasi l’inversione sillabica di Untrue, titolo dell’album pubblicato qualche anno prima dallo stesso Burial, addita anche un personaggio molto importante in Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (appena uscito nella nuova traduzione a cura di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti per i tipi, a dir poco encomiabili, di 66thand2nd): quel tatuatore dalle braccia ustionate che risponde al nome di Johnny Truant, appunto, il quale diverrà suo malgrado il redattore del manoscritto del defunto Zampanò, un vecchio vicino di casa del suo amico Lude:  pagine tormentatissime e frammentarie ove si compie l’analisi critica di un lungo documentario, La versione di Navidson, girato da quest’ultimo nella propria abitazione, all’interno della quale si è spalancato un oscuro e pericolosissimo labirinto di dimensioni e forma variabili, gigantesche. La più assoluta assenza di identità fra le misure esterne della casa e quelle interne, la perduta coincidenza fra di loro, apre una crisi di orrore metafisico con la quale non solo Navidson e la famiglia dovranno confrontarsi, ma anche chiunque metta mano alla loro storia. Lo smarrimento della misura porta al caos, il quale sarà da considerare come elemento ritmico, necessario passaggio alle Simplegadi, piuttosto che termine irreversibile: essenza più profonda della realtà per Danielewski sarà dunque il vuoto labirintico sbriciolante ogni limite, proteiforme proprio perché lo sono anche gli esseri umani, nigredo cui Ananke impone periodico ritorno.

Infatti, anche altri segmenti della Storia echeggiano fra le pagine del romanzo. Appare oggi più chiaro, grazie agli studi compiuti da Paolo Zellini, quanto «il calcolo riveli, al suo primo apparire in civiltà remote, una profonda affinità con pratiche e saperi di diversa natura»: «religione e matematica, metafisica e calcolo, azione rituale e pensiero esatto sembrano combinarsi, all’inizio, in un’unica, imponente compagine». Frutto fra i più impressionanti di questo pensiero è l’altare vedico dedicato ad Agni, la cui perfetta geometria sarà la condizione necessaria per ricomporre il corpo a brandelli di Prajāpati, signore e creatore del mondo, nella prospettiva di bruciare tutti i mali che impediscono la realizzazione della sua vera natura. L’altare sarà perciò capace di unire interno ed esterno, «Agni edificato è sintesi di interiorità ed esteriorità, di mente e di natura», allontanando da sé con ogni mezzo qualunque cosa non abbia l’immutabilità del numero il quale, sebbene soggetto a variazione, rimane sempre della medesima sostanza.

Ma in Casa di foglie questa identità, inequivocabilmente, svanisce: per mezzo di una tecnica narrativa che si dilata in un allontanamento di terzo grado di jamesiana memoria (The turn of the screw) da quel che sembra il nucleo centrale dell’opera, l’immensa oscurità spalancatasi all’interno della casa che Navidson riprende con la propria camera, e produce una sorta di “edizione critica” memore di Fuoco pallido di Nabokov, ove il testo ritrovato è sia un’eco della disperazione, del vuoto che Truant esprime nelle lunghe annotazioni, sia contagio, maledizione, libro della follia, come il Necronomicon di Lovecraft; grazie ad un’ambiguità profonda che Danielewski riesce a plasmare, rendendo il suo libro un immenso oratorio di fantasmi, di flatus vocis di cui è non solo del tutto impossibile appurare l’origine, ma anche e soprattutto l’esistenza così come comunemente essa viene intesa. 

Ma di questo oratorio, in definitiva, delle voci e delle immagini che si intrecciano nelle sue pagine, del mondo che da esse spicca, nulla si può dire che non sia apofatico: il buio labirintico scaturito nella casa è l’evento sincronico esteriore di ciò che intride l’interiorità di ognuno, di quell’oscurità densa e silenziosamente monumentale, palesemente indeterminata, che i tentativi normativi messi in atto dall’essere umano tentano di disinnescare. Non è casuale, infatti, che il feng shui ricorra spesso, con sfumature ironiche, fra le pagine del romanzo: l’idea cogente e predittiva concepita dalla moglie del protagonista di questa arte geomantica, infatti, ignora totalmente la sua più essenziale caratteristica, che è quella di avvertire le vibrazioni di un continuo e mutevole divenire. O, come suggerisce Danielewski, di un buio che è anche un vuoto senza fondo, gigantesco, e allo stesso tempo minuscolo e quasi impercettibile. Macrocosmo e microcosmo ritrovano così, in quest’ultimo slancio indifferente all’irreggimentazione e a qualsivoglia normalizzazione, sorprendente congiunzione nel nadir oscuro e angosciante di un labirinto al cui centro Asterione apparirà con l’esatta figura di chi gli andrà incontro.

 

Mark Z. Danielewski, Casa di foglie, traduzione di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, 66thand2nd, 2019 , pp. 760

 

Crediti immagine: Mama Siba / Shutterstock.com

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