29 gennaio 2015

Chi era "Cannonball" colosso del sax

di Andrea Dusio

Il sax alto è uno strumento straordinariamente agile. Somiglia ad un flauto, per la possibilità di correre veloci sui suoi tasti. É leggero, non presenta particolari problemi d'intonazione, ha una voce che si estende al di sopra di quella del tenore, chiara, senz'ombra. Se il suono del sax tenore evoca immediatamente i nomi di John Coltrane e Sonny Rollins, l'immaginario stesso del jazz è legato a una leggenda

del contralto, Charlie Parker, punta di diamante del be-bop e incarnazione del musicista di talento bruciato da istinti autodistruttivi. Se Parker ha indubbiamente contribuito ad avvicinare al sassofono una generazione di musicisti afroamericani, indicando una vita alternativa alla cantabilità dei grandi tenoristi della sua epoca, da Lester Young a Coleman Hawkins, un altro sax alto, spesso considerato dalla critica un mero intrattenitore, ha giocato un ruolo decisivo nell'evoluzione del jazz alla fine degli Anni Cinquanta. Si tratta di Julian “Cannonball” Adderley, di cui nel 2015 ricorre il quarantennale della morte, avvenuta l'8 agosto 1975 (a soli quarantasei anni) per emorragia cerebrale. Julian Edwin Adderley nasce nel 1928 in Florida, a Tampa, e cresce a Tallahasee, capitale dello Stato. Lui e il fratello Nat, trombettista, si fanno le ossa nell'orchestra di Ray Charles, alla fine degli Anni Quaranta. Figlio di insegnanti, prima di diventare musicista professionista è professore universitario di sassofono: l'attitudine alla didattica lo accompagnerà anche nella carriera di band leader: prima di ogni pezzo ama infatti intrattenersi a lungo col pubblico, spiegando le caratteristiche della sua musica. Proprio questa disponibilità alla divulgazione e al dialogo con la propria audience, lontana dall'attitudine scontrosa di molti jazzisti, è alla base di giudizi riduttivi sulla sua opera: Adderley è “Cannonball” (storpiatura di cannibal, appellativo legato al suo appetito pantagruelico), musicista mastodontico e bonario, che suona di per sé come un impedimento a indossare sino in fondo i panni scomodi e maudit del jazzista ai tempi dell'hard-bop. Dopo aver accompagnato nel 1955 il bassista Oscar Pettiford nelle serate al Cafè Bohemia nel Greenwich Village, sembra avviato a una carriera di comprimario di lusso, quando nel 1957 lo stile compassato del suo sax alto, così anticonvenzionale, viene notato da Miles Davis, che lo convoca in studio per alcune sessioni di registrazione. Tanto Adderley quando Davis stanno in quei mesi ragionando attorno a un'ipotesi di superamento della forma tonale attorno a cui si è sviluppata tutta la storia del be-bop, sino alle sue forme estreme e funky dei tardi Anni Cinquanta, basate su interminabili progressioni improvvisative dal disegno armonico elementare e sulla ritmica in sei/ottavi. Quasi operassero su cavalletti contigui, Cannonball e Miles portano a maturazione contemporaneamente le loro intuizioni, incidendo due album che suonano come la rivoluzione silente del jazz. Ma il celeberrimo “Kind of Blue”, inciso nel marzo/aprile 1959 in formazione di sestetto da Davis, con Coltrane al sax tenore, Adderley al sax alto, e Bill Evans al piano, è in realtà preceduto di dodici mesi da “Somethin' Else”, il disco di Cannonball dove per la prima volta gli accordi sono svincolati dalla tonalità, ossia dalla predominanza di una nota tonale, e le scale seguite da diversi musicisti sono “modali”, ciascuna dunque con una propria tonica, in modo da moltiplicare le possibilità espressive. In sostanza tanto “Somethin' Else” (in cui Davis compare in una delle sue rarissime performance non da leader) quanto “Kind of Blue” introducono uno stile meno aggressivo e frenetico, dove non conta più l'abilità funambolica dei solisti, e il be-bop si allarga in fraseggi più rilassati e meditativi, con accentuazioni liriche talvolta malinconiche, e un'adesione a forme cameristiche in cui riecheggia l'influenza della musica per piano di tardo Ottocento, da Debussy a Satie, studiati e amati da Bill Evans, che recita un ruolo decisivo nel lavoro successivo di Adderley, “Know what I mean”. Attorno a un'ossatura composta dal fratello Nat alla tromba, Sam Jones al basso e Lou Hayes alla batteria, Adderley mette a punto l'assetto di un quintetto aperto alla collaborazione di diversi musicisti-dal pianista Joe Zawinul al vibrafonista Victor Feldman, sino al tenorista e flautista Yusef Lateef. Con questa formazione inciderà diversi album dal vivo, spostando progressivamente la propria scrittura verso una forma di contaminazione di diversi stilemi, in cui riemergerà a tratti l'influenza giovanile di Ray Charles (si pensi al successo di “Mercy Mercy Mercy, vera propria hit), l'interesse per i ritmi latino-americani e l'attitudine incontrovertibile per una musica solare, lontanissima dalle rarefazioni intellettuali cui andrà incontro il jazz nella seconda parte degli anni Sessanta. Proprio quando sembra avviato a una produzione di facile consumo, Adderley ha però un'impennata, ancora una volta dettata dal dialogo, evidentemente ancora vivo, con Miles Davis. Nel 1968 il grande trombettista, come reazione alla crisi creativa del suo secondo quintetto acustico, rifonda di fatto l'idea di jazz dando luogo a una produzione elettrica, con nuovi strumenti e musicisti, e un legame molto stretto con quanto sta accadendo nel mondo del rock. Nascono allora album come “In a silent way” e “Bitches Brew”, i lavori con cui Miles getta i presupposti per il genere fusion, e a cui contribuisce in maniera decisiva Joe Zawinul, il musicista di origine austriaca che ha mosso i primi passi proprio con Cannonball, e che poi, assieme a un'altra leggenda del sax, Wayne Shorter, fonderà i Wheater Report. Cannonball sembra inizialmente seguire da lontano, senza troppo interesse, l'evoluzione del vecchio compagno di avventure. Poi però con “The Black Messiah” dà vita nel 1970 a un mastodontico disco dal vivo di jazz elettrico. È la registrazione di un concerto al Troubadour di Los Angeles (pubblicata dalla Capitol due anni più tardi, nel 1972), in cui ricorrono tutti gli elementi che attraversano gli anni di maggiori tensione politica nella comunità afroamericana. Il titolo stesso dell'album apre per la prima volta alla suggestione di un presidente nero, per cui l'America dovrà aspettare ancora quarant'anni. È il visionario canto del cigno di Julian “Cannonball” Adderley, uomo e musicista che sembrava disegnato nelle forme stazzonate del disimpegno, e si scoprì engagé mentre il jazz stava per dissolversi nel pop.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0