18 gennaio 2017

Cinghiali che sono più uomini degli uomini

di Tamara Baris

Il gioco del paese Ci sono romanzi che ti fanno riflettere più di altri, perché spesso sono pagine di semiosi illimitata, di confini non definiti, di tempi mai morti, di nostalgie e fantasmi; sono lo specchio della nostra anima (o delle nostre anime, intese quelle dell’umanità). Il cinghiale che uccise Liberty Valance, di Giordano Meacci è uno di questi, un’opera mondo: tutto il mondo è paese, ogni paese è infinito, come Corsignano. Anche se spesso ce lo dimentichiamo: perché forse abbiamo smarrito le nostre mappe, soprattutto le indicazioni che viaggiano in noi stessi, che non hanno mai una segnaletica definita, ma si muovono su più piste, seguono diverse tracce: è come se la nostra anima fosse Il gioco del mondo di Cortázar, è come se Il cinghiale di Meacci, e i libri che indagano i nostri spazi e i nostri tempi fossero Il gioco del paese, che tutti – anche chi paesano non è – ci portiamo dentro (non necessariamente da leggere in maniera lineare).

 

Animali con l’anima Dentro ci portiamo il paese che siamo: i nostri film, i nostri amori, le nostre letture, la vita vissuta, quella raccontata, immaginata, vista o ascoltata; ci portiamo l’indefinito e la natura nostra umana e anfibia (essere anime e animali). I cinghiali, quelli del libro, quelli come Apperbohr, ma anche come gli altri suoi compagni, hanno a che fare con l'anima più ottusa di noi. Perché tolta la letteratura, o nella letteratura stessa che mappa le nostre esistenze, una percentuale marcata della nostra geografia è il sostrato della nostra ferinità.

 

Polifonie corali e tempi reali o immaginati Meacci ce la racconta, racconta il nostro essere animali, e l’aspetto umano di chi ci sembra così distante da noi. Ci racconta la realtà di Corsignano («addormentata e sola sulle colline da cui nasce», p. 16) che potrebbe essere un qualunque posto vero o inventato, o noi stessi: i luoghi più nascosti di noi (non il luogo, perché le anime sono polifoniche e corali, entrambe le cose, se le ascoltiamo bene). E quante volte, se ascoltassimo il tempo che ci batte dentro, potremmo capire che siamo sospesi su un confine, sui confini che delimitiamo illudendoci che allo scoccare di una fatidica data possa cambiare tutto: il romanzo racconta giornate del 1999 e del 2000, due anni che per tutti rappresentavano una fine e un inizio epocale, due anni che invece, forse, erano caratterizzati più da continuità che discontinuità, come tanti anni, o mesi, o giorni, o attimi, in cui pensiamo che diventeremo improvvisamente altro, invece – al massimo – saremo ancora uno dei tanti noi stessi che eravamo.

 

Le parole per dirlo Certo, non tutti abbiamo la consapevolezza delle nostre anime come Meacci (Meacci è Corsignano), e non tutti – soprattutto – riusciremmo a raccontarci come si racconta (e ci racconta): il fascino delle molteplici possibilità della lingua, e allo stesso tempo il confine del potere della parola: la scoperta della lingua per Apperbohr cinghiale che travalica i suoi confini e riesce a comprendere la lingua degli «Alti sulle zampe», ma sperimenta il fallimento, suo di cinghiale, il non poter raccontare agli altri suoi simili quello che prova, quello che sa e ha capito («aveva capito le cose e s’era trovato dentro cose nuove che non sapeva di avere», p. 198): la musica, l’amore, la morte, la cognizione del tempo. Il tempo esiste, ma cos’è che succede quando finisce? Questo non sa dirlo. Tanto vale, allora, per i cinghiali e per gli umani (l’afasia l’abbiamo sperimentata e la sperimentiamo tutti nella vita) vivere al massimo grado delle nostre possibilità, usare tutto quello che siamo e sappiamo. Così, i cinghiali iniziano una lotta contro gli umani (che ugualmente, tra loro, non si comprendono e si comportano come se fossero animali, come se fossero più che animali). Le vite degli umani sono affidate alla «contabilità fantasma dei ricordi di paese» (p. 45), alle voci di Corsignano che hanno sotto controllo ogni centimetro dello spazio in cui vivono eppure ignorano, o dimenticano, fatti e ragioni. Meacci racconta una realtà, anzi, meglio, tante realtà, tanti fotogrammi e se due amori si fondono (i cinghiali e il cinema, ma anche l’amore per l’amore), allora nel testo vediamo come il tempo narrativo stesso risenta dell’influenza del mondo del cinema, con l’autore che costruisce il suo periodo accelerando o rallentando o, meglio ancora, dilatando il tempo di lettura: una moviola sapiente di tutti gli incisi e le parentesi che siamo (e spesso ignoriamo). Tra la notte di Walter e Fabrizio passata a raccontarsi un film (che riecheggia nel titolo); un suicidio misterioso; i ricordi della Resistenza passata in quel paesino tra Umbria e Toscana; numeri che ricorrono; amori, tradimenti; Walter e Andrea; Agnese e Amedeo; lotta tra uomini e cinghiali («cignàli», come dicono a Corsignano). Ci sono scrittori padroni della lingua: la piegano, la modellano; plasmano; costruiscono; se necessario, univerbano creando («il persempre», p. 15). Ci sono autori che ne inventano anche altre, di lingue (con tanto di «prontuario cinghialese», a fine romanzo). Meacci fa tutto questo. Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole? Tu senti di avere tanti mondi dentro di te, e raccontale con tutti gli strumenti in tuo possesso: mancherà qualcosa, alla fine, comunque? La penserai così, forse, perché «è tutto duello. E riguarda l’amore quanto la morte. Vuole dire che la vita o si fa scontro tra due. O non è» (p. 326).

 

Il cinghiale che uccise Liberty Valance, Giordano Meacci , Minimum Fax, 2016, pp. 452.

 


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