12 novembre 2019

Cerillae, tra i resti della città che non c’è più

di Giovanni Negri da Brusciano

Una città non si estende mai solo nello spazio. Ogni città ha una dimensione temporale che non è fatta di confini definiti, ma di luoghi spesso ignoti; sono racconti e storie lontane che costruiscono una città invisibile. Un ponte è il riparo da un acquazzone, una finestra è rimasta aperta per la fretta di andare a cena, un comignolo ci dice del forno che cuoce il pane per una settimana, il campanile scandisce il tempo e il pugno nel muro è del condannato.

Cerillae esiste solo nei libri di storia, al suo posto sono rimasti ruderi ed erbacce. Gli abitanti si sono trasferiti sulla costa tirrenica e hanno dato il nome di Cirella alla nuova città ‒ oggi frazione di Diamante, in provincia di Cosenza.

 

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                                             Cerillae, i resti della città (foto di G. Negri da Brusciano)

 

Gli importanti storiografi Strabone e Plinio il Vecchio attestano l’esistenza di Cerillae nel I secolo d.C. Molto probabilmente la città è nata sulla costa, vicino al grande porto dei Focesi: il “Portus Parthenius Phocensium” come racconta Plinio.

Fonti incerte e contraddittorie attribuiscono alla piccola città una particolare responsabilità già durante la Seconda guerra punica: impegnata in soccorso al generale cartaginese Annibale nella battaglia di Canne del 216 a.C.; secondo altri, invece, fu Annibale per primo a distruggerla perché schierata contro di lui con i romani. Fatto sta che con la conclusiva vittoria romana la città venne ricostruita e completamente assoggettata a Roma. Da Cerillae giungevano a Roma ricchezze di ogni tipo, in particolare un gustoso e pregiato vino: il Chiarello di Cirella.

È proprio per lo scambio di questa preziosa bevanda che, secondo la leggenda, Cerillae fu nuovamente distrutta. Stavolta su ordine di un commerciante romano e per mano dei saraceni che intorno all’anno 850 d.C. compivano continue aggressioni e assalti alle ricche città delle coste italiane.

Per l’esigenza di scongiurare e difendersi da successive incursioni, la popolazione migrò nell’entroterra, non molto lontano dal mare. Per la sicura e strategica posizione fu scelto il promontorio del monte Carpinoso, a circa 172 metri sopra al livello del mare. Lì fu edificata la città murata. Solo tre gli ingressi, un carcere, due chiese: S. Nicola Magno e S. Maria della Neve, un palazzo baronale e una torre d’avvistamento.

 

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                                                     Cerillae, la torre (foto di G. Negri da Brusciano)

 

Così la città visse e prosperò fino al 1808 circa, anno in cui le truppe napoleoniche si contendevano il territorio con l’esercito inglese e, con buona pace di chi crede alla leggenda delle formiche giganti che mangiarono tutti gli abitanti, a distruggere Cerillae, per la terza volta, furono le truppe straniere. Instancabilmente la città fu rimessa in piedi e ricostruita, stavolta però ritornò sulla marina dove la troviamo tutt’oggi.

Sul promontorio del Carpinoso, invivibile ma non invisibile si conserva l’impronta della vecchia città. I ruderi – così chiamati dagli abitanti del luogo – sono visibili da molto lontano e, siccome durante la stagione estiva Cirella quintuplica i suoi abitanti, molti sono i curiosi che si spingono fin lì su. La posizione dominante, strategica per avvistare incursori, è oggi il motivo principale per essere avvistata dai visitatori e così continuare ad esistere nelle parole e nei ricordi degli uomini, non solo nei libri di storia.

Saliti in macchina fin sul promontorio si continua a piedi costeggiando le mura di Cerillae, si lambiscono foglie di cactus dai frutti mai raccolti, che caduti rinascono come nuove piante fino a creare vere e proprie pareti di spine. Dall’altro lato il mare come una palpebra che si chiude sul pendio. Nella scarpata, quasi del tutto sepolti dall’erba alta, esuli resti di antiche mura sembrano schiene di montoni che grufolano. Sul resto del promontorio qualche ulivo, nato selvaggio, brilla d’argento tra l’erba ingiallita di fine agosto.

Giunti alla porta d’accesso una sbarra di ferro impedisce il passaggio. È messa lì per questioni di agibilità del sito, ma chi arriva fino a quel punto non demorde e, aggirato l’ennesimo ostacolo, entra in città.

 

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                                                             Cerillae, i resti della città (foto di G. Negri da Brusciano)

   

La scena è sconsolante: resti di mura in piedi tra l’erba mal resistono al tempo. L’ispida vegetazione confonde la strada con gli spazi delle case crollate. L’unico sentiero percorribile è quello creato da chi, per primo durante la stagione estiva, si è fatto largo piegando con i piedi l’erba. Quest’unica strada attraversa tutta la città fino ad arrivare al pendio prima della scarpata. Il punto migliore per vedere il tramonto e per fare selfie. Le mura diventano panchine e poggia birra. Qualcuno incide una frase per unire nel tempo un ricordo su una casa crollata. Pochissimi si spingono oltre, tra le pietre di quella città arrampicata e cadente.

Con la storia che è pensiero, si cerca di ricostruire quella città partendo da cosa manca: una parete è una casa, il campanile una chiesa, un comignolo un camino, forse un forno, i buchi tra le mura fori per le travi.

Le informazioni della città visibile ci mettono in-forma una città invisibile. Diventiamo così custodi di qualcosa che non c’è più, fatto di pietre, di nuvole, di saraceni e di vino.

Il resto rimane nell’erba fitta ancora nascosto. Il vento, unico e solingo abitante, scava tra le pietre corrodendo l’amalgama che le tiene unite l’una all’altra, soffiando in lontananza alza in aria una busta di plastica strappata che si incaglia tra i rami di un albero secco e comincia a sventolare, come una vera bandiera di una città invisibile.

 

Immagine di copertina: Cerillae, la torre (foto di G. Negri da Brusciano)

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