27 febbraio 2020

Civita di Bagnoregio, la città da salvare (anche da noi stessi)

Il consiglio è quello di andarci in questi mesi di falso inverno, per evitare la ressa insopportabile che popola questo luogo nelle altre stagioni dell’anno. Le temperature miti di questo inizio 2020 possono agevolarne la scoperta e contribuire ad apprezzarne meglio l’instabile, disarmante bellezza.

Siamo in Tuscia, a Civita di Bagnoregio, antico borgo in sbriciolamento svettante sulla valle dei Calanchi in provincia di Viterbo. La cittadina di fondazione etrusca è fragilissima eppure sta lì da 2.500 anni: nonostante gli scossoni di madre Terra e l’erosione dell’altura sulla quale poggia, Civita continua a sfidare il tempo e le leggi della statica. Lo chiamano il “paese che muore”, ma forse non è tutta colpa dello sgretolamento: se da una parte il turismo di massa ha dato nuovo slancio a un borgo ormai disabitato, dall’altra lo ha contaminato con le (il)logiche del business e della fruizione selvaggia. Per ora Civita sopravvive: molto frequentati i bar e le attività commerciali, i ristoranti e le case vacanza; il ponte che la collega a Bagnoregio è quasi sempre un fiume in piena di studenti in gita, sposi in viaggio di nozze e gruppi in visita guidata. Le emozioni sono contrastanti perché l’aspettativa di malinconiche e affascinanti suggestioni può facilmente tramutarsi in una netta insofferenza per la ressa da cui si rimane travolti. Il silenzio, il sospiro del vento, il suono dei propri passi nelle viuzze medioevo-rinascimentali sarebbero la colonna sonora ideale della scoperta della città, sdraiata da millenni sul ciglio dell’abisso: invece no, molto più probabile che ad accogliervi siano vociare scomposti e suonerie di cellulari a volumi esagerati.

La città muore, eppure sembra che non importi a nessuno.

 

 

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                                          Porta di Santa Maria a Civita di Bagnoregio (foto di V. Canavesi)

 

Dopo lo spettacolare ponte-istmo in cemento armato si varca la Porta di Santa Maria (o porta Cava), l’unico accesso alla città rimasto in piedi. Sui lati del varco fortificato fanno la guardia due leoni in pietra che artigliano teste umane: un monito e una testimonianza storica, murata sull’ingresso dopo la ribellione dei cittadini al dominio dispotico della famiglia Monaldeschi a metà del XV secolo. Molti ci passano sotto senza neanche vederli: la direzione, a passo svelto, è quella che porta alla piazza centrale punteggiata di bar, osterie e dalla chiesa di S. Donato con la sua elegante facciata rinascimentale. In tanti si fermano subito: un caffè, un gelato, il sagrato dove sedersi dopo la sfacchinata a fiato corto sul ponte. Altri indugiano un momento e poi si intrufolano nei vicoli, a caccia del belvedere affacciato sulla valle, da cui scattare l’ennesima foto-trofeo della giornata. Qualcuno inizia un percorso di conoscenza, senza la necessità di un’attrazione eclatante e davvero, va bene così: perché l’essenza di Civita risiede nella sua precarietà ed è questo il filo di Arianna da cui farsi guidare, scoprendone a passo lento i segni e gli indizi. Uno su tutti è il Museo geologico delle frane dentro Palazzo Alemanni, dove approfondire i fenomeni idrogeologici in corso e conoscere le istanze del “Manifesto per salvare Civita”. Un’urgenza, un grido di aiuto, un dito puntato sul futuro incerto.

 

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                                      La chiesa di S. Donato a Civita di Bagnoregio (foto di V. Canavesi)

 

Ma cosa significa, per noi viaggiatori, salvare Civita? Non è forse il nostro sentire che dovrebbe variare con la situazione e la personalità di un luogo come questo? Forse sì. Forse dovremmo entrare in punta di piedi e in sintonia con la sua meravigliosa e vacillante fragilità. Dovremmo alzare lo sguardo al di là dell’apparenza, delle fioriere con i gerani colorati, le vivaci tovaglie delle trattorie e le insegne anticate dei bed and breakfast. Forse salvare Civita non è venire qui a scattare l’ennesimo selfie, ma saper riconoscere le rughe della sua instabilità e le sue ferite a cielo aperto: qui un’edera che spacca la crepa di un muro distrutto; lì un’edicola a ricordo della casa giovanile di s. Bonaventura, crollata insieme ad altre botteghe e abitazioni; ai piedi della città il tunnel Bucaione, collegamento sotterraneo chiuso dopo l’ennesima frana. O ancora, le spettacolari creste dei Ponticelli Perduti nella valle dei Calanchi: lame argillose, abbacinanti e verticali, che un tempo fungevano da passaggio per i contadini ‒ e oggi non più.

Non più, come tutto ciò che a Civita è stato ed è scomparso per sempre. Basterebbe pensare a questo per voler bene alla città che muore. E iniziare a salvarla, una volta per tutte.

 

Immagine di copertina: Civita di Bagnoregio e la valle dei Calanchi (foto di V. Canavesi)
 

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