9 novembre 2018

Claudia Ruggeri, la poesia della fragilità

di Augusto Ficele

Il sole fatica a non splendere, ma è uno strano splendore, emette una luce che incupisce i volti, non li esalta. L’entroterra del Salento odora di paglia bruciata, si presenta caldo e rosso, non solo perché compare desolato a sud di Otranto, la cava di bauxite, ma anche per le lacrime di sangue che ha assorbito in anni di invasioni e pace apparente. Esso chiama a sé l’emergenza di una magia violenta, lo scirocco non abbraccia i propri figli, li vìola senza indugio: la mattina del 27 ottobre 1996 Claudia Ruggeri – una delle poetesse più turbolente di fine Novecento – si confessa nella chiesa di S. Lazzaro, a Lecce, parla a un Dio distratto, poi torna a casa, e dal sesto piano della sua abitazione, prende il volo.

Ha solo 29 anni. Per il canto poetico è un anno di stragi, prima a febbraio, poi a marzo, moriranno Amelia Rosselli e Dario Bellezza, testimoni di taciturno malessere.

Il volto inquieto, mediterraneo, in alcuni scatti di luce, sembra quello della Cardinale, le fessure nere degli occhi si apprestano alla preparazione di un sabbath solitario, in cui il magma caotico della parola come ossessione, non si avvale di alcun cerimoniale. A casa del professore e confidente Walter Vergallo – con il quale segue un laboratorio poetico –, si versa del vino, che batte sulle sue labbra, a sedare gli spettri; ovunque traccia l’ombra di amori mancati, come il calco di un’arsura micidiale, il sorriso afflitto come una croce volontaria, porta dentro i canali del tormento, che invece di sfuocare, si accumulano, al padre Carlo scomparso prematuramente, si aggiunge la morte di Marcello Primiceri, suo regista teatrale. Quella di Claudia, è una bellezza antica, che monta sopra un obelisco, devoto solo allo strazio, e che conosce perfettamente il peso delle nuvole. Il lungo lavoro sulla verticalità della parola è un prepotente pastiche di modelli letterari (Catullo, Cavalcanti, Bodini, Sexton ecc.), che ha come base un complesso simbolismo biblico e grecale, fino a diramarsi in un percorso costituito da elementi trobadorici e postmoderni.

Franco Fortini definì la sua poesia «ingioiellata», forse non cogliendo appieno la musicalità che sarebbe, in un altro futuro, diventata più forte del dolore. Della giovinezza così si rimane prigionieri, quando il corpo della lingua è più potente ed esteso di qualsiasi movimento fisico, allora la produzione di versi visionari viene fraintesa come un profluvio di parole illogiche, dato dal periodo burrascoso e prolungato dell’adolescenza. La natura biologica si deforma, e si crea uno scontro lacerante con la propria terra, con la propria gente, senza saper contare più i tempi di recupero. Non a caso, la copertina della raccolta Uovo in versi (Terra d’ulivi Edizioni, 2015), curata da Anna Maria Farabbi, raffigura l’opera emblematica de il Cretto bianco, di Burri, volta proprio, per effetto di luce, a far coincidere quelle faglie materiche, con quelle interne della Ruggeri, suscitando un senso di smarrimento e d’impossibilità di identificazione. Resta il fatto che l’incisione del verso si dipana lì, così si viene a tracciare una dirompenza polimorfica, imprevedibile, dove realtà e segno si camuffano con irruenza, dove il mondo di questa vestale d’antan respira e si comprime di «articolazioni di armonia o assenza di queste». All’interno della raccolta sono riunite le due opere principali intitolate Inferno minore e Pagine del travaso, in più sono inclusi gli inediti con le sezioni cronologiche dal titolo Claudia fra i 15 e i 22 anni (1982-1989) e Claudia fra i 23 e 29 anni (1990-1996).

Nella prima silloge, per intensità e potenza, risulta difficilmente eguagliabile l’incipit de il Lamento della sposa barocca (octapus): l’immagine iniziale è quella che vede il gesto sacrale di lavare i piedi, riconducibile a quello compiuto dalla Maddalena penitente nei confronti del Cristo morto, la prima donna che si prese cura del folle, depositario della verità. Il canto dell’arcangelo Gabriele, di tappata veggenza, che viene messo in scena, ha l’acuto persistente, che si leva in alto, per sommuovere i cieli, per poi scendere sulla terra, e agitare tutte le creature incredule, sotto queste colonne dorate, che supportano le cattedrali barocche, le confidenti più vicine all’ascesi celeste. Così la Ruggeri assale la profondità e l’altezza delle cose, una lingua che di per sé è una battaglia, perennemente in tensione, disposta ad eternare questa splendida insanità:

 

«T’avrei lavato i piedi / oppure mi sarei fatta altissima / come i soffitti scavalcati di cieli / come voce in voce si sconquassa / tornando in folle ed organando a schiere / come si leva assalto e candore demente / alla colonna che porta la corolla e la maledizione di Gabriele, che porta un canto e un profilo che cade».

 

Ma anche i passaggi di gioia sotterranea bisogna cogliere come doni, la spaccatura con il mondo è fuori, ben visibile, questo non impedisce di carezzare la superficie quotidiana, benché certi di intimità fluttuanti, così in Dune:

 

«Una strada che non smette / e tu neppure – esserino / che togli a me i peccati / e li rivolgi al dissolvimento / dei contorni al cuore di luce / come trillo caldo, / un richiamo o un aiuto. // Ci sono aspre colline, vetture: / da qui a novembre ricostruiremo / ogni cosa e anche la stanza / sarà uguale a questa. // Ora siamo felici per uno studiolo / e una sigaretta – pochi capelli / che ti chiudi in tuffo, / in una bollicina a non pensare».

 

Il terrore di ricadere nel nulla è braccato dallo scambio complice e innamorato di due parole, rivitalizzanti e mai sufficienti, tessute dal vortice fumoso della sigaretta, breve quanto l’illusione di possedere il desiderio; così la Ruggeri si infiamma, avvalendosi di un fuoco che sente appartenere più alle sue corde, prendendo in prestito alcuni versi di Caproni, tratti dalla poesia intitolata Congedo del viaggiatore cerimonioso:

 

«così bello parlare / insieme, seduti di fronte; così bello confondere / i volti (fumare, scambiandosi le sigarette), (...) fino a poter confessare / quanto, anche messi alle strette, / mai avremmo osato un istante / (per sbaglio) confidare».

 

O ancora chiedersi se verrà prima la fatica o il fallimento, se la passione sarà più molesta della morte, si formula una diagnosi dell’incontro, ma si vorrebbe solo scalciare sull’abitacolo, rompendo tutti i vetri del tempo corrotto, così in A Lecce senza il Baedeker:

 

«So che riposerai nella confusa / allergia di tempo, in uno scoppiettio / di pietra in fiamme / – come Bisanzio ferita / in una striscia di secolo / uguale a questo. // Ancora in automobile – chiedi ricominciando – / se ora siamo indistruttibili, / solo una segnata felicità».

 

Uscire dalla pelle, respingere un antro di voci che chiedono insistenti il tuo ruolo all’interno della società, conoscere la sola direzione del tremito, ma la scrittura è donna nell’abbaglio con cui torna a sorprenderci. La morte è un apparente congedo, con Claudia la fragilità si scopre cifra stilistica, e non elemento di sottrazione, la parola sostiene l’assenza, sempre; è troppo grande e stupefacente per prenderla coi guanti, prima che si interroghi la rosa, bisogna vivere fino in fondo il prodigio delle spine. Una storia di scomparse e apparizioni, in cui la bellezza non si dà mai pace, ed è bene che splenda in un’immagine, sconosciuta ad ogni distanza:

 

«Aspetta, guardami / per un istante solo. // Per te questa notte / ho stirato il vestito più bello / in cui tu mi avresti guardato / per poco».


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