19 maggio 2020

Comando

 

Nonostante per l’immaginario collettivo l’idea del “Comando” sia spesso legata ad un’idea di potere, di sovraordinazione rispetto a coloro verso cui l’azione del comandare si esplica, ho sempre sentito, fin da giovane, il forte ed autentico spirito del “servire”, al meglio delle mie possibilità, le piccole e poi vieppiù importanti unità di uomini e più tardi, finalmente, donne, che mi venivano affidate.

 

L’esempio, la responsabilità, l’essere in grado di rivestire – per ciascuno di loro – il massimo del supporto, del sostegno, della guida verso gli obiettivi assegnati, sono alcuni dei riferimenti che aiutano un comandante a formarsi in un percorso che non terminerà.

 

Ho iniziato il mio cammino di Ufficiale al tempo dell’Esercito di Leva, una condizione fattasi difficile, negli ultimi anni, fin quando la Leva stessa fu sostituita, nel 2005, dall’Esercito professionale. Due realtà differenti, entrambe appassionanti per le sfide che presentavano. La prima, che continuo a ricordare con grande piacere, nel far accettare le privazioni di un anno di vita, per motivazioni inesorabilmente lontane dal sentire comune. La seconda, per molti aspetti più facile, incentrata sull’educare, più che istruire, accompagnando i continui progressi nel pieno compimento di capacità incrementali, di uomini e donne che come me, avevano scelto di servire il Paese “in armi”, come si usa dire.

 

 

Esistono senz’altro diverse modalità di esercitare l’azione di Comando. Io ho sempre sentito poco familiare il pur funzionale cliché della severità. Perché credo che la coerenza di comportamento sia fondamentale per ottenere il rispetto e la fiducia dei propri collaboratori. E per essere coerenti, bisogna anzitutto essere sé stessi.

 

Avere la determinazione, la fortitudo di mantenere ferma e vigorosa la tensione verso gli obiettivi ed i compiti ricevuti. La condivisione di essi con i propri uomini e donne è – per me – imprescindibile. Parimenti, finché possibile, lo è la sincerità. Insieme al coraggio morale di affrontare gli errori propri e degli altri con equilibrata durezza. E sempre, costantemente, desiderare ed impegnarsi ad essere migliori.

 

 

Ho comandato reparti a livello di plotone, compagnia, battaglione, reggimento, brigata, tanto sul territorio nazionale, che in operazioni all’estero. Non ho mai trovato grandi differenze con il modificarsi delle condizioni a contorno. Esempio, impegno, studio continuo, “voglia”, soprattutto, di vivere insieme ai propri Graduati, Sottufficiali, Ufficiali. Ognuno di loro, ha sempre qualcosa di interessante, di piacevole, di unico da donare al proprio Comandante. Ed io ho avuto dalla vita il dono di essere autenticamente attratto da questo scambio di ricchezza.

 

I “miei” uomini, le “mie” donne”. L’aggettivo possessivo è sostanziale ed ha funzione figurativamente palindroma. Io sono stato il “loro” Comandante, sono stato una loro proprietà. Il mio tempo, le mie forze, il mio sacrificio, il mio coraggio... tutte cose “loro”. Il bisogno di conoscerli, di saper godere della loro allegria e saper discernere lo sguardo spento, il comportamento non lineare, il capire quando è il caso di intervenire, di parlare, di alzare la voce o di tacere. Può sembrare tutto così complesso ma forse, in fondo, è davvero così semplice.

 

 

La sintesi più efficace di questa condizione privilegiata è il comando in operazioni. Circostanze nelle quali la lontananza, il rischio, la morte, costituiscono la sfida più alta, in primis con te stesso, nell’essere all’altezza del compito che ti è stato affidato. È capitato di entrare presto, un mattino, alla vigilia di una partenza, in una Chiesa. E chiedere il dono più grande: portarli tutti e sani, indietro. Ce l’ho fatta. Non ce l’ho fatta. Ho pianto la mia disperazione sulle bare dei miei fratelli caduti. Ma ho provato la consolante consapevolezza di sentirmi pronto e al posto giusto, nel guidare i miei nel momento del pericolo, in quello della paura. Ho avuto l’inquietudine di essere il Comandante che quegli occhi, quei cuori meritavano. Il beneficio di credere che Loro ritengano lo sia stato. Ho dato, candidamente, quello che un Comandante deve: tutto me stesso. E ne ho ricevuto assai di più.

 

Perché, semplicemente, in una mattina di ancor giovane primavera, io l’ho giurato, “di essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la Costituzione e le Leggi e di adempiere, con disciplina e onore, tutti i doveri del mio stato, per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere Istituzioni”. Sono stato quello che volevo essere. Un soldato. Italiano.

 

 

 

* Generale di Divisione dell’Esercito Italiano, Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Difesa

 

 

 

Immagine: Andrey_Popov. Crediti: Shutterstock.com

 


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