28 marzo 2019

Continuità di culto tra l’Iran di Zoroastro e quello di ʿAlī

Ci sono luoghi in Iran carichi di una tale spiritualità che trascende i confini dei singoli orizzonti religiosi. Uno di questi è il santuario sciita di Bībī Šahrbānū su una collina nelle vicinanze della città di Ray, a sud di Teheran.

La leggenda legata al santuario ha come protagonista Šahrbānū, una figlia dell’ultimo re sasanide, Yazdegerd III (632-51), la quale, catturata dagli arabi durante la conquista della Persia, è condotta a Medina, dove diviene la moglie di al-Ḥusayn, figlio di ʿAlī, il terzo imam sciita. Dal matrimonio nasce ʿAlī ibn al-Ḥusayn, il futuro quarto imam, chiamato Zayn al-ʿĀbidīn. Dopo la battaglia di Karbalā (680), in cui al-Ḥusayn perde la vita, la principessa fugge in Persia, inseguita dai nemici del marito. Quando giunge nei pressi di Ray, disperata, cerca di invocare Dio, ma invece di pronunciare “Yāllāhu”, riesce a dire “Yā kūh!” (“O montagna”). La montagna si apre miracolosamente, lasciando entrare al suo interno la principessa, la quale continua a vivere tra le sue rocce.

Nel luogo, all’interno delle rocce, in cui la principessa trovò protezione, fu eretto nel X secolo un santuario, ancora oggi meta di pellegrinaggio e particolarmente frequentato dalle donne, le quali invocano Šahrbānū per chiedere delle grazie (nasr) riguardanti il parto e i figli.

La storia di Šahrbānū risale al IX secolo. Le fonti scritte sciite, tuttavia, non menzionano l’episodio dell’occultamento (ghaib šodan), ma ci informano della morte della principessa dopo il parto. Al contrario, alcune scene delle opere teatrali tradizionali eseguite ogni anno in onore di Ḥasan e Ḥusayn (ta'zieh) menzionano l’episodio della fuga di Šahrbānū a Ray e il miracolo della montagna.

La protagonista della storia fondativa del santuario di Ray è dunque una principessa sassanide la quale, giunta a Medina dopo la conquista islamica della Persia, sfida il califfo ʿUmar e, supportata da ʿAlī con il quale parla in persiano, sceglie al-Ḥusayn come marito, dando alla luce ʿAlī Zayn al-ʿAbidin e divenendo così “la Madre dei Nove Imam”. La storia è dunque prosciita e filoiraniana, elementi centrali dell’identità iraniana, in un’ottica oppositiva rispetto a un’ortodossia sunnita arabocentrica.

L’associazione di Šahrbānū con la città di Ray sembra essere basata sul fatto che il santuario fosse in origine un luogo di culto dedicato alla yazatā (divinità) zoroastriana Anāhīd. Ciò è confermato anche dal nome stesso della principessa. Šahrbānū è in realtà un titolo piuttosto che un nome e significa “Signora del Paese” (Iran). La principessa è chiamata anche Šāh-Jahān “Re del mondo”, Šāh-e zanān “Re delle donne” e Jahān-Bānū “Signora del mondo”. L’appellativo Bānū “Signora” era regolarmente usato per la dea Anāhīd, la “Signora delle acque”.

Ardwīsūr Anāhīd, nome medio persiano di Arədvī Sūrā Anāhitā, è celebrata in Yašt 5, uno degli inni dell’Avestā meglio conservati. Si tratta della dea delle acque, legata alla fertilità, colei che purifica il seme degli uomini e i grembi delle donne. Il suo culto crebbe durante periodo achemenide a partire da Artaserse II (405-358 a.C.) e continuò durante il periodo arsacide e poi sasanide. Proprio sotto i Sasanidi, Anāhīd divenne la divinità protettrice della regalità, come confermata dalle scene d’investitura dei sovrani Narseh a Naqš-e Rostam e Cosroe II Parvēz nella grotta sul lago di Ṭāq-e Bostān.

Che il santuario di Ray fosse in origine un luogo di culto zoroastriano dedicato alla dea delle acque è supportato dalla presenza di una piscina sacra ai piedi della collina. Come menzionato da alcuni resoconti etnografici, la principale offerta rituale al santuario è una ciotola d’acqua, che richiama l’antico culto rivolto ad Anāhīd. In alcune zone del Khorasan iraniano, tra i rituali di lutto che segnano i primi dieci giorni del mese di Moharram per la commemorazione dei martiri di Karbalā, vengono cantate delle elegie dedicate a Šahrbānū mentre si attraversa un cimitero zoroastriano. Secondo la credenza, se non si compiono in tal modo i rituali, i villaggi saranno vittime di siccità o, al contrario, d’inondazioni, elementi legati appunto all’acqua.

Un’altra prova a favore di una continuità cultuale del santuario è data dal fatto che una storia fondativa molto simile è associata a un complesso di sei santuari zoroastriani nei pressi di Yazd, meta di grandi pellegrinaggi. Collettivamente i santuari sono conosciuti come i pīran (“i santi”). Gli abitanti zoroastriani di Yazd hanno utilizzato una terminologia sciita, pīr (“santo”), per definire i loro santuari.

Tale storia fondativa è legata, come nel caso del santuario sciita di Šahrbānū, all’ultimo sovrano sassanide Yazdegerd III. Durante l’invasione araba, la famiglia del re sasanide si rifugiò a Yazd. Qui però gli inseguitori la raggiunsero, così la regina e i suoi figli furono costretti a fuggire di nuovo. La regina giunse solo un po’ oltre le mura della città prima che la debolezza la soprafacesse, fu così che la terra del deserto si aprì per proteggerla. I suoi figli si sparpagliarono e fuggirono singolarmente tra le montagne circostanti. Nel momento di disperazione, ognuno di loro pronunciò una preghiera a Dio. Per ognuno la montagna si aprì, facendoli entrare. Tuttora questi principi e principesse vivono nelle rocce, dove oggi troviamo i santuari.

Tra questi santuari di grande importanza è il santuario di Bānū-Pārs, “Signora del Pars”, situato su una piattaforma naturale al di sopra di un letto del fiume, di solito asciutto ma che si riempie durante le stagioni piovose, al quale si uniscono altri due corsi fluviali appena sotto il santuario. Sotto il santuario si trova anche una fonte naturale che riempie una piccola piscina.

Secondo la leggenda, la principessa inseguita dagli arabi incontra un contadino al quale chiede qualcosa da bere. Il contadino munge la sua mucca, ma proprio mentre la ciotola ricolma di latte si trova tra le mani della principessa, l’animale la calcia. A causa dell’avvicinamento degli arabi, la principessa è costretta a proseguire. Perse le speranze, pronuncia il suo disperato appello a Dio, che apre la roccia davanti a lei. Oggi questa roccia è il luogo del santuario, meta di un pellegrinaggio annuale, della durata di cinque giorni, che si svolge a luglio.

Sappiamo che almeno fino al XIX secolo erano eseguiti sacrifici di vacche al santuario. Questo ci collega ad Anāhīd. Il sacrificio animale ad Anāhīd, di “100 cavalli, 1.000 mucche, 10.000 pecore” è ripetutamente attestato nell’inno zoroastriano a questa divinità. Plutarco ci informa che le mucche erano sacrificate ad Anāhīd e che in Armenia si allevavano grandi mandrie di mucche dedicate alla dea. Secondo la leggenda, il sacrificio della mucca rappresenterebbe la punizione per l’episodio della ciotola di latte. Si noti che la venerazione nell’area di Yazd nei confronti della dea zoroastriana Anāhīd è confermato dalla popolarità del nome femminile Āb-Nāhīd.

Il santuario sciita di Bībī Šahrbānū testimonia una continuità di luoghi di culto dal mondo preislamico zoroastriano e a quello islamico-sciita. Si tratta di un luogo dedicato in origine ad Anāhīd, dea zoroastriana delle acque e della fertilità, protettrice delle regalità degli antichi imperi persiani. L’elemento connettore è certamente l’acqua, sacra alla dea Anāhīd, e centrale nel culto sciita di Bībī Šahrbānū, ma anche dei santuari zoroastriani nei pressi di Yazd, come quello di Bānū-Pārs e Pīr-e Sabz, così come il ruolo delle donne, metonimia della fertilità del paese, le quali si rivolgono a Bībī Šahrbānū/Anāhīd per avere figli.

Il culto di Bībī Šahrbānū è fondamentale per comprendere la continuità cultuale dall’Iran zoroastriano all’Iran islamizzato:

«C’è un hadīth – una tradizione sacra – diffuso nel sufismo iranico. Lo si trova in un contesto che fa riferimento al tempio del Fuoco quale forma e simbolo dell’amore divino soggiogante ed esclusivo. A questo amore Zarathustra (Zoroastro) diede forma visibile erigendogli l’altare del Fuoco. Quando gli eserciti dell’Islam ebbero conquistato l’Iran, tale mistero fu celato al mondo e si ritirò nell’intimo segreto dei cuori. Ma una figura di donna ne assunse in sé l’emblema: la principessa reale Shahrbānū […] Perciò direttamente dalle labbra del Profeta dell’Islam venne questo ammonimento: Non abbiate mai espressioni ostili o irriverenti nei riguardi di Zarathustra, giacché Zarathustra fu in Iran il profeta inviato dal Signore d’amore» (H. Corbin, Sufismo e sofiologia, in L’Iran e la filosofia, 1992, p. 183).

 

Immagine: Al centro la Moschea del venerdì di Yazd, Iran (11 dicembre 2007). Crediti: Ivan Mlinaric. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0) , attraverso www.flickr.com/photos

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