25 gennaio 2017

"Conversazioni sullo scrivere" con Giuseppe Pontiggia

Un libro è bello se ti fa venir voglia di leggerne altri; dunque, Dentro la sera di Giuseppe Pontiggia sarebbe un libro bellissimo, non fosse che l’autore detesta l’aggettivo «bellissimo»: «“Bellissimo” è tranquillo, non lo si nega a nessuno: “è una cosa bellissima”, mentre dire “è una cosa bella” è molto più impegnativo».

L’aggettivazione disinvolta non è l’unico bersaglio polemico di queste venticinque “Conversazioni sullo scrivere”, conversazioni tenute dallo scrittore, su invito di Aldo Grasso, per il programma Dentro la sera di Rai-Radio Due nel 1994 e ora trascritte ed edite dalla neonata casa editrice Belleville (pagg. 310 + cd audio, € 21,00).

Più che un manuale o un sussidiario per aspiranti scribacchini, Dentro la sera è una raccolta di riflessioni «problematiche, non normative» sul «tema dello scrivere, i problemi dello scrivere, le modalità e i percorsi dello scrivere... Quello che vorrei ottenere è disseminare una serie di stimoli, di indicazioni, di esempi... Mi interessa, come dire, mobilitare la sensibilità, attivare l’attenzione piuttosto che circoscrivere una materia così fluida e così complessa in frasi ripetibili».

In cosa consiste dunque il mestiere di scrivere? Non nella verbalizzazione né nella trascrizione né nel ricordo, ma nell’invenzione, cioè, etimologicamente, nell’invenire, nel trovare, nello scoprire: «Un testo è riuscito se ne sa più dell’autore», se è «qualcosa di vitale, qualcosa che viva al di fuori di lui e dopo di lui». È la curiosità che muove l’«ars», come la chiamavano i Romani, o la «techne», come dicevano i Greci: la scrittura è movimento, dinamismo; è un procedere per immagini e azioni più che per idee e psicologismi. La stasi in letteratura non esiste, così come la morte, che sulla pagina è sempre vitale, mossa.

Ma la scrittura è innanzitutto etica: ha a che fare con la «scelta», l’«ascolto», la «responsabilità», l’«impegno», il «coraggio», l’«economicità», la «precisione», la «coerenza», l’«efficacia», la «giustezza», la «tenuta», la «potenza». Poiché il linguaggio è «potenzialmente violento», mai innocuo, neutro, trasparente, lo scrittore è chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte linguistiche: la lingua pretende onestà con sé stessi, è un riconoscimento di sé, un rispecchiamento.

Poi certo c’è molto spazio per il gioco, per i paradossi, per la sapienza retorica: sono pagine in cui Pontiggia snocciola un’aneddotica straordinaria (altro aggettivo che non avrebbe gradito), citando massime e aforismi di gesuiti e scalatori, economisti e storici, pittori, colleghi letterati e tutti quegli Antichi Maestri – qui, ad esempio, Dante, Machiavelli, Manzoni, Hemingway, Roth, Blixen... – che è indispensabile frequentare per imparare l’arte e metterla da parte. «Imparare a scrivere vuol dire anche imparare a leggere», imparare a scegliere un aggettivo, un avverbio e i nomi propri dei personaggi; imparare a usare sinonimi e pronomi; imparare a iniziare, ad «aprire» come negli scacchi, e imparare a finire...

Col suo sornione understatement (altra parola tabù per GP), l’autore sentenzia: «Io non incoraggio mai a scrivere, cerco di avvicinare ai problemi di chi scrive e a prenderne distacco». Le “lezioni” più divertenti, in tal senso, sono proprio quelle dedicate agli errori, alla pars destruens, alla demolizione dei più comuni vezzi e pregiudizi letterari. Cosa non funziona in letteratura? Il linguaggio settoriale o specialistico; l’uso autoritario o difensivo della lingua; «le recensioni dei sentimenti»; il narcisismo; il didascalismo; il “realismo” e la “realtà” («Nella realtà le cose possono essere andate in molteplici modi, nella pagina devono andare nel modo giusto»); i «visceri in piazza» – «Ma per l’amor di Dio! Nessuno vuole vedere i tuoi visceri, tienili nascosti! Non è quello il problema, noi non abbiamo nessun interesse per i tuoi visceri! Noi abbiamo interesse per un’arte capace di coinvolgerci, capace di comunicarci qualcosa di importante».

Alla fine, Dentro la sera, cosa abbiamo – proficuamente – imparato? Che «la differenza tra uno scrittore e un buffone può essere anche l’uso dell’avverbio». Evidentemente.

 


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