18 maggio 2020

Cultura immateriale

 

Che cosa si intende per “patrimonio culturale immateriale”? Per trovare una definizione organica, ancorché non unitaria, è necessario fare riferimento alla Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale adottata nel 2013.

 

Con l’approvazione di questa nuova Convenzione, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di Cultura, Educazione e Scienze, ha riconosciuto valore culturale anche a quelle tradizioni, a quei riti, quegli eventi, quelle feste, che esprimono l’identità di una comunità e che non sono riconducibili direttamente a beni tangibili.

 

Nel testo della Convenzione del 2003, con una definizione volutamente di ampia portata, il patrimonio culturale immateriale viene definito come quell’insieme di “practices, representations, expressions, knowledge, skills – as well as the instruments, objects, artefacts and cultural spaces associated therewith – that communities, groups and, in some cases, individuals recognize as part of their cultural heritage. This intangible cultural heritage, transmitted from generation to generation, is constantly recreated by communities and groups in response to their environment, their interaction with nature and their history, and provides them with a sense of identity and continuity, thus promoting respect for cultural diversity and human creativity”.

 

L’articolo 2 della medesima Convenzione specifica ulteriormente tale concetto individuando 5 “domini” esemplificativi, ma non esaustivi, del fattore culturale che connota la natura intangibile di tale patrimonio. Per l’articolo 2, dunque, sono patrimonio culturale immateriale:

 

1) Le tradizioni e le espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale;

2) le arti dello spettacolo;

3) le pratiche sociali, gli eventi rituali e festivi;

4) le cognizioni e le prassi relative alla natura e all’universo;

5) il saper fare tradizionale.

 

Tali ambiti del patrimonio immateriale non sono, tuttavia, esaustivi, sia per la difficoltà di assegnare classificazioni precise e schemi predefiniti alla nozione di cultura, ma anche in ragione del carattere intersettoriale di alcune tradizioni orali, come ad esempio nel caso delle pratiche alimentari poiché si integrano con sistemi articolati di relazioni sociali e di significati condivisi collettivamente.

 

La Convenzione del 2003 ha imposto un aggiornamento, anche a livello nazionale, del concetto stesso di “cultura” non più legato alla sua dimensione materiale (il monumento, l’architettura, il paesaggio, il singolo manufatto) ma espressione anche della sua dimensione immateriale[1].

 

Secondo procedure di valutazione articolate e complesse, l’UNESCO ha riconosciuto, tramite l’organo di governo della Convenzione del 2003 (il comitato intergovernativo, appunto), valore culturale a danze e balli tradizionali (come il tango o il flamenco), a produzioni artigianali come quelle dei tappeti persiani, a pratiche alimentari come la Dieta Mediterranea, a feste religiose e spazi culturali dove tale patrimonio si ricrea quotidianamente tramandandosi di generazione in generazione.

 

Nel tempo presente, l’incessante cavalcata della globalizzazione, che pure ha prodotto esiti positivi in alcuni contesti, ha teso ad annullare le diversità, rendendo tutti e tutto omogenei: in un’epoca caratterizzata dalla frenetica ricerca della somiglianza, dell’apparire simile agli altri per non essere emarginato o escluso dal “gruppo”, siamo naturalmente portati ad abbandonare il nostro bagaglio culturale appiattendo la nostra cultura su quella dei gruppi dominanti.

 

Tali fenomeni, ampiamente esaminati dalle scienze antropologiche, uniti alla drammatica perdita di diversità bioculturale a causa dei cambiamenti climatici, hanno prodotto profonde alternazioni nel patrimonio culturale dei popoli mettendo a rischio proprio quella tipologia di patrimonio che - non connessa ad alcuna manifestazione tangibile - è apparsa essere di minore rilevanza quale testimonianza di civiltà e di identificazione con la comunità di riferimento.

 

È per questo che occorre porsi una questione di fondo: come si tutela il patrimonio culturale immateriale in tempo di crisi globale? Salvaguardare il patrimonio culturale immateriale di una comunità significa, quindi, in ultima istanza, proteggere i diritti culturali dei popoli e, con essi, il diritto stesso alla sopravvivenza.

 

 

* UNESCO Chair Professor on Intangible Cultural Heritage and Comparative Law

Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza

 

 

[1] J. Blake, Creating a new heritage protection paradigm?, in The Routledge Companion to Intangible Cultural Heritage, Routledge 2016, pp. 11 ss. Ora, diffusamente, P.L. Petrillo, The legal protection of intangible cultural heritage. A comparative perspective, Springer 2019.

 

 

Immagine: Estudio de la danza / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

 


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