24 maggio 2020

Cultura viva

 

Durante il confinamento ci siamo concentrati soltanto sul restare a casa, non vedere gli altri, non toccarli, tenerci a distanza. Con il confinamento, il nostro orizzonte si è ristretto, si è congelato, come si sono congelate le nostre possibilità. È difficile essere agganciati al presente, soprattutto in una situazione di costrizione. Difficile imparare a farne un buon uso. Diffidiamo dei ricordi del passato, perché temiamo la nostalgia e i rimpianti. Abbiamo difficoltà a immaginare il domani perché nel breve termine nessun progetto riesce a dare forma a un tempo che scorre con difficoltà; si protrae troppo, si appesantisce; ci mettiamo in pausa. Facciamo fatica a passare da una iperattività tutta esteriore a un’attesa che potrebbe essere un’occasione per ritirarci in noi stessi, intensificare la nostra vita interiore, pensare di più, comprendere meglio. Ma quando il rumore del mondo non ci lascia in pace, quando il conteggio dei morti ci deprime, lo spirito è inquieto e l’attenzione si riduce. Il tempo in più di cui disponiamo – a causa del confinamento - non è in realtà veramente ‘libero’. C’è da temere che non sia altro che ‘vuoto’ – un’angoscia supplementare dunque.

 

Agire con il virtuale

 

Non mancano proposte di tutti i generi, che ci vengono fatte attraverso l’etere e gli schermi, per occuparlo questo tempo, per riscoprirne l’‘impiego’ in senso letterale. Le attività culturali cercano di averne la loro parte: siamo invitati con accesso libero ad ascoltare concerti, ad assistere a opere o a spettacoli teatrali, a visitare musei, a leggere… In questo tempo così difficile, ‘riempire’ al meglio un vuoto, dentro un bisogno compensatorio di distrazione, è più che legittimo, è necessario; anche se non ci placa del tutto, aiuta. Ma per gli operatori della cultura la scommessa è anche dimostrare che la cultura dovrebbe avere un ruolo più centrale nelle nostre vite quotidiane. Che svolgano una funzione istituzionale o siano indipendenti, gli operatori culturali lo hanno del resto ben compreso. Dopo il disorientamento dei primi giorni, si sono mobilitati molto rapidamente. Convinti che la cultura in tutte le sue forme siaun viatico che collega ciascuno di noi con il mondo e con gli altri, a condizione che ne sia assicurata la continuità, hanno accettato di giocare la carta del virtuale, rinunciando momentaneamente a quello che è un aspetto fondamentale del loro mestiere: il contatto diretto del pubblico con le opere, e con i loro interpreti quando è necessario. Le azioni individuali sono state fin da subito numerose, spontanee e con impegno militante, che venissero da scrittori, da musicisti, da cantanti o da pittori, e anche le istituzioni non sono state da meno. L’insieme di tutto ciò che è stato messo a nostra disposizione esprime sia l’attenzione alla qualità sia la preoccupazione di non escludere nessuno, rifiuta la disputa tra cultura popolare e cultura di élite per dare nuovo respiro all’ambizione di una ‘cultura per tutti’, fondamento della democratizzazione culturale. L’utilizzo del digitale offre l’opportunità di allargare il pubblico, sia da un punto di vista geografico sia da un punto di vista sociale, arrivando direttamente a casa di ognuno. E il pubblico ha raccolto l’invito. La frequentazione del sito del museo del Louvre è raddoppiata dopo l’inizio della quarantena. Le visite virtuali alle esposizioni della Bibliothèque nationale de France sono aumentate del 113%. Mentre la Manon di Massenet, che ha potuto essere rappresentata soltanto tre volte all’Opéra di Parigi, una volta messa in rete è stata visionata più di 370.000 volte. La necessità di restringere l’offerta a proposte soltanto digitali si è rivelata anche un’occasione per aumentare la partecipazione. Si tratta di un risultato di cui il mondo della cultura dovrà avvalersi nel dopo-pandemia, forte di quanto ottenuto durante la quarantena e delle esperienze maturate da ciascuno in materia di relazioni virtuali.

Le diverse istituzioni hanno costruito la loro programmazione con modalità proprie, ognuna secondo la sua specificità. Quelli che citiamo sono tutti, nella loro diversità, casi esemplari. La Comédie-Française e la Philharmonie de Paris non si sono accontentate di attingere dai loro archivi e di fare repliche. Hanno inserito nella programmazione quotidiana, pianificata settimana per settimana, dei veri e propri appuntamenti. Rispettando il rito dell’orario di inizio dello spettacolo, hanno cercato di restituire nella dimensione virtuale, almeno in parte, quell’attesa, quell’eccitazione, quel patto particolare che si crea tra lo spettatore o l’ascoltatore e gli attori o i musicisti. Hanno salvaguardato così qualcosa della relazione particolare che prende forma proprio nello spettacolo dal vivo, quella capacità di riunire in uno stesso luogo e per un medesimo tempo individui isolati che si ritrovano a essere una comunità. Da parte sua, la Comédie di Valence propone dei progetti di creazione partecipata, come la scrittura collettiva, durante tutto il periodo della quarantena, di un viaggio immaginario a partire da un testo di Marc Lainé.

Il violinista Renaud Capucon offre un piccolo concerto quotidiano di due minuti e venti secondi su Twitter e, in omaggio agli operatori sanitari, ha convocatodegli amici musicistiper un concerto virtuale, nel quale suonare tutti insieme- ma ciascuno da casa sua - Le Carnavauxdesanimaux di Saint-Saëns. Il teatro T2G di Gennevilliers ha organizzato dei laboratori virtuali ad accesso libero, con incontri di pratica artistica con un artista il cui nome è stato tenuto segreto fino all’inizio del laboratorio, allo scopo di mantenere l’effetto sorpresa. L’energia messa in campo negli spettacoli dal vivo in particolare è straordinaria: si misura così anche quanto la posta in gioco economica della propria sopravvivenza mobiliti coloro che corrono il rischio di veder sparire la propria professione e la propria missione.

 

Riflettere e sognare

 

L’impegno del mondo della cultura è impressionante, l’abbondanza dell’offerta notevole e molto promettente. Tuttavia, quando si trattava di immaginare il dopo-pandemia, la cultura - fin dal momento dell’annuncio dell’annullamento dei festival e delle misure di sostegno per farvi fronte - è stata generalmente assente dalle discussioni sui media così come dalle dichiarazioni dei politici. È vero che c’erano, e ci sono tutt’ora, gravi urgenze sul piano sanitario, economico e sociale, che si avviano a protrarsi nel tempo anche dopo lo shock che abbiamo vissuto e che continuerà ancora per un po’ a trasformare le nostre esistenze. Ma sarebbe necessario che dopo le cancellazioni dell’estate e le loro conseguenze drammatiche, la cultura non apparisse solo in via incidentale nel dibattito pubblico. Questo testimonierebbe allora una devitalizzazione della cultura nella ‘società del tempo libero’ e un consenso intorno a questo stato di fatto. Non si può ritenere che la cultura non rientri più nell’ambito dei bisogni primari in quanto si sarebbe più o meno dissolta nell’industria del divertimento, nell’entertainment, con tutto ciò che questo presuppone in termini di formattazione, stereotipi, uniformazione, così come Adorno ha descritto nel 1947 ne La dialettica della ragione, e ripreso nelle sue conferenze radiofoniche del 1962 sull’industria culturale[1].

Non si tratta qui di condannare né di fare del moralismo. Siamo i primi a ritrovare con piacere Louis de Funès sullo schermo televisivo nei grandi ruoli che ha interpretato, a vedere e rivedere le nostre serie preferite su Netflix, e a concentrarci sui video giochi. L’entertainment offre evasione, concede un tempo per dimenticare. L’oblio crea una parentesi, ci riesce benissimo. Ma proprio in un frangente di crisi, se il divertimento è necessario, non è però sufficiente. Dobbiamo anche affrontare gli shock emotivi che invadono le nostre vite. Abbiamo bisogno di munizioni. La cultura ce le fornisce. Come spiegare altrimenti il ritorno dell’interesse nel mondo intero per La peste di Albert Camus, dopo l’inizio della crisi del Covid-19, e quello per Notre Damede Paris di Victor Hugo dopo l’incendio della cattedrale, esattamente un anno fa? Quando i nostri riferimenti vacillano, la lettura è un rifugio, più ancora, può essere una risorsa. A differenza dei prodotti di consumo formattati per l’intrattenimento, le opere d’arte sono dei precipitati di esperienze che ci aiutano a costruire le nostre, e a procedere.

 

A differenza dei prodotti di consumo formattati per l’intrattenimento, le opere d’arte sono dei precipitati di esperienze che ci aiutano a costruire la nostra e a procedere

 

«Riflettere e sognare a fronte del confinamento», lo slogan militante scelto da MC93 per il suo magazine online esprime bene questo potere della cultura, e il suo programma lo mostra. Il sito della MC93 permette così di selezionare a seconda della propria situazione, del proprio umore, andando alla rinfusa, tra Bajazet di Racine, il pensiero 139 di Pascal sul divertimento, gli interventi degli abitanti di Seine-Saint Denis, una discussione con Achille Mbembe, una lettura proposta da attori di differenti Paesi e in diverse lingue del Decameron di Boccaccio, scritto dopo la peste nera del 1348. Proprio perché la cultura sa mischiare e tenere insieme i tempi, i luoghi, i testi, i generi e gli interventi, coloro che vivono questo nostro tempo possono iniziare a riflettere per meglio immaginare come costruire il dopo. Un regista e direttore di teatro, Jean-Pierre Vincent, aveva ben formulato questo pensiero: «Se non si ha un sogno fin dall’inizio, poi non si fa che gestire». E nel dopo-pandemia, la gestione efficace non sarà sufficiente, sarà necessaria l’immaginazione.

Siamo arrivati a una soglia. Sicuramente la pandemia, al di là della quarantena, provocherà una crisi economica di una violenza senza precedenti. Il mondo della cultura ne sarà colpito in pieno. Non soltanto gli verrà chiesto di ridurre i suoi costi più drasticamente rispetto ad altri settori considerati vitali, ma dobbiamo addirittura temere la scomparsa di molti dei suoi protagonisti, se non delle sue istituzioni. Inoltre la cultura non esiste e non può svolgere il suo ruolo se non nell’ambito e per mezzo della condivisione e dello scambio; gli incontri, le interazioni, sono il suo ossigeno, la cultura ne ha bisogno per vivere ed è questo che la rende indispensabile per noi. Affinché possa contribuire a nutrire l’intersoggettività che è il fondamento di una società, della sua umanità, essa richiede il confronto diretto, dei visi e dei corpi. Cosa sarebbe una rappresentazione senza la presenza degli spettatori, un museo senza visitatori? Le opere sono sempre rivolte a qualcuno, non raggiungono la loro pienezza che quando vengono accolte.

Malgrado il riuscito investimento nel virtuale realizzato durante la quarantena, il settore riuscirà a sopravvivere a un ‘tutto virtuale’ che il capitalismo digitale, dentro il quale stiamo entrando, incoraggerà per motivi economici? Per parafrasare Victor Hugo in Notre Dame de Paris, questo ucciderà quello? Forse sopravviverà ciò che può avere una redditività immediata, ma niente è meno sicuro. L’economista Daniel Cohen descrive così quello a cui stiamo andando incontro: «La crisi sanitaria apparirà retrospettivamente come un momento di accelerazione di questa virtualizzazione del mondo. Come il punto di curvatura del passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo digitale, e del suo corollario, il crollo delle promesse umaniste della società postindustriale»[2].

 

Per un impegno dello Stato

 

Quali che siano state le divergenze di prospettiva e di concezione e gli attacchi subiti, la cultura, dopo il 1945 e fino a poco tempo fa, non è mai stata considerata come un accessorio. Collante sociale, legame sociale, o al contrario manipolazione di una classe su un’altra, alienazione, piacere riservato a una casta, troppo costosa o troppo sulla difensiva, oppure emancipatrice e mezzo per apprendere come ribellarsi, la cultura era là e la sua esistenza non era messa in discussione. Aveva bene o male resistito al ruolo crescente che assumevano le industrie culturali e al gusto dilagante che loro stesse producevano per l’entertainment. Le «promesse umaniste» risuonavano ancora e la preservavano. 

Anzi, lo Stato, in Francia, se ne era fatto garante, con una politica culturale presa in carico da un ministero dedicato, a partire dal 1959. C’erano state delle incertezze rispetto al suo ruolo, agli orientamenti da stimolare. Nonostante questo,la cultura restava associata concretamente alle sfide fondamentali della società, che si trattasse di educazione, di democratizzazione, di decentramento, di innovazione…

Ma quando è esplosa la crisi del Covid-19, non eravamo più in quel contesto. In primo luogo, nell’ambito delle politiche pubbliche, l’evidenza del carattere centrale della cultura aveva ceduto il passo, da qualche decennio e in particolare dopo la crisi del 2008, a una razionalità economica sempre più esigente, che ha burocratizzato le istituzioni culturali. In seguito, il peso crescente nella ‘società del tempo libero’ dei giganti dell’entertainment e del turismo di massa aveva già autorizzato a considerare la cultura come una forma di distrazione tra le altre. Infine, le pressioni dal punto di vista sociale su ciò che dovevano proporre le istituzioni culturali avevano condotto a chiedere incessantemente di dare delle risposte in campi per i quali non erano sempre competenti: la promozione sociale, il benessere degli individui, esperienze da vivere in luoghi dove non erano la finalità principale.

Siamo alla fine di un’era. La situazione esige un impegno forte dello Stato in un momento in cui, anche se ignoriamo che cosa riservi il domani, gli operatori della cultura dovranno lottare per la propria sopravvivenza. È questa l’urgenza prioritaria nel nostro domani. Essa spazza via tutte le contrapposizioni che, sullo sfondo del decentramento e della democratizzazione culturale, hanno occupato l’orizzonte delle politiche pubbliche della cultura dopo Malraux, e a partire da là, nell’epoca di Lang, e che si sono attenuate dagli anni Novanta; accademismo/avanguardia, tradizione/creazione-innovazione, patrimonio/arti dal vivo, persino economia/cultura. Si tratta di un cambiamento radicale che obbligherà a rifondare una politica pubblica della cultura, e a pensare, con nuovi costi, la posizione e il ruolo che assumeranno le istituzioni culturali. Abbandonarle alle leggi della domanda e del mercato per sopravvivere e affidarsi alla relativa autonomia di alcune, esigendo che costino il meno possibile alla collettività, sarebbe controproducente. In un mondo dilaniato da nuove divisioni, le istituzioni culturali dovrebbero al contrario essere considerate sotto gli auspici delle loro capacità di aggregazione, della reattività che la solidità della loro esperienza e l’investimento nelle loro risorse umane conferiscono alla loro rete territoriale. Non saranno un freno in Francia, ma una risorsa: lo si è d’altronde già visto durante la crisi del Covid-19.

La cultura viva è uno dei mezzi per curare una società ferita, travagliata da conflitti interni, e angosciata, nella quale l’altro è diventato, con il Covid-19, ancora di più oggetto di diffidenza. Nelle urgenze che ci attendono, ci sarà bisogno anche di rinforzare la coesione democratica. Abbiamo bisogno per fare questo dell’esperienza estetica e della presenza reale delle opere d’arte, da cui attingere l’energia per «riflettere e sognare». Jean-Luc Lagarge così esortava: «Una società, una città, una civiltà che rinuncia all’Arte, che se ne allontana, in nome della viltà, della pigrizia inconfessata, del ripiegamento su di sé, che si addormenta su sé stessa, che rinuncia al patrimonio del futuro, al patrimonio in divenire per accontentarsi, in un beato autocompiacimento, dei valori che essa crede siano stati ormai forgiati e che si accontenta di ereditare, quella società rinuncia al rischio, si allontana dalla sua sola verità, dimentica in anticipo di costruirsi un avvenire, rinuncia alla sua forza, alla sua parola, non dice più niente agli altri e nemmeno a sé stessa»[3]. Il virtuale non sarà sufficiente. Il suo tempo non è lo stesso, la sua disponibilità permanente un ostacolo a un rapporto differente con il mondo: quello di un’attenzione, di una coscienza responsabile e dell’esercizio del giudizio che è il tempo proprio della cultura.

 

La versione originale in francese del presente articolo, apparso su n. 464 (maggio 2020) della rivista Esprit, è disponibile qui

 

[1]T. W. Adorno, M.Horkheimer, La dialectique de la raison. Fragmentsphilosophiques [1944], trad. par É.Kaufholz, Paris 1983; T. W. Adorno, Introduction à la sociologie de la musique. Douzeconférencesthéoriques [1962], trad. par V.Barras, C. Russi, Genève 1994.

[2]Entretienavec Daniel Cohen, La crisedu coronavirus signale l’accélération d’un nouveau capitalisme, le capitalismenumérique, «Le Monde», 2 avril 2020.

[3]J.-L.Lagarce, Duluxe et de l’impuissance, et autrestextes, Besançon, 2008.

 

* Direttore del Dipartimento dipinti del Museo del Louvre

** Professoressa di Filosofia all’Università Parigi I Panthéon-Sorbonne

 

Immagine: Maurizio Nannucci, More than meets the eye MAXXI Roma 2015. Crediti: Galleria fumagalli / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0).

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