28 agosto 2014

Curarsi il cervello mangiando bene

Nel tempo in cui i maître à penser sono i maître di sala, gli chef vengono paparazzati come divi del cinema e i libri di ricette assurgono al rango di manuali di vita, è necessario studiare Il cervello in cucina, il bel saggio di David DiSalvo che spiega come e perché ci stanno cucinando il cervello. L’agile raccolta di “Science Help della buona tavola” (ben diverso – attenzione – dal Self Help!), appena pubblicato da Bollati Boringhieri (pagg. 124, € 13,00), affastella una serie di articoli di neuroscienza e gastronomia, esperimenti di laboratorio e scorribande tra i fornelli: è un antidoto intelligente, e scientifico, alla dilagante moda culinaria, dai guru di Masterchef ai cronisti convertiti alle torte, dalle diete Dukan al problema dell’obesità. Il giornalista americano si è messo a curiosare persino nell’elenco degli ingredienti dei piatti a base di uova propinati nei fast food (McDonald’s, Burger King, Dunkin’ Donuts…), ha spulciato il dna dei maiali, ha analizzato e confrontato le più bizzarre statistiche di Freakonomics. È nato così questo curioso «vademecum» sul cibo, alla scoperta delle verità, spesso anti-intuitive, della scienza alimentare, con excursus pure in campo psicologico, farmacologico e medico. La carne al fuoco è tanta: dall’allarmismo ingiustificato contro il “glutine killer” al chewing gum che funziona come un antidepressivo, dall’aspirina utile come anti-tumorale alle astuzie per perdere peso senza fatica, dai neuroni ipotalamici che fanno ingrassare al mito della caffeina e degli integratori vitaminici o probiotici o anti-colesterolo… Dopotutto, «nella società dei consumi, non è per niente facile distinguere tra marketing e informazione». Convinto che il cervello sia «come un ragazzino in un parco a tema che non vede l’ora di provare tutte le attrazioni disponibili», DiSalvo stigmatizza, senza peloso moralismo, le cattive abitudini a tavola e i presunti regimi dietetici a base di grassi e dolcificanti artificiali e bibite ingannevolmente dette «light». Manco a dirlo, «l’assunzione abituale di zuccheri aggiunti non è un problema meno grave del fumo e dell’alcolismo», cui sono dedicati due ampi e sconfortanti capitoli: si stima, infatti, che «nel corso della propria vita diventa alcolista il 10% degli uomini e il 3-5% delle donne». Viceversa, «la carne non fa male al cervello» e l’olio di pesce è un vero toccasana: «Il Giappone ha uno dei tassi di disturbo bipolare più bassi del mondo civilizzato, il più basso in assoluto fra i Paesi ad alto reddito», e questo non per il minore stress o le migliori condizioni di lavoro (anzi!), ma per il grande consumo di pesce, circa 70 kg a persona all’anno contro, ad esempio, i 7 kg abbondanti degli americani. Assodato che gli Omega-3 sono acidi grassi essenziali per la salute mentale, si è scoperta poi una inspiegabile correlazione tra la toxoplasmosi (la malattia causata da un parassita del gatto, spesso silente nell’essere umano) e il suicidio femminile. Ma ancor più sorprendete, in campo psichiatrico, è lo studio condotto da due ricercatori della University of British Columbia, Steven Heine e Daniel Randles, «i quali si sono domandati se la sofferenza esistenziale abbia la stessa origine neurologica di altri tipi di dolore, persino quello che si prova quando ci si schiaccia un dito». La risposta parrebbe affermativa: i due, infatti, sono riusciti a «curare l’angoscia esistenziale grazie a un banalissimo farmaco per il mal di testa». Oltre agli antidolorifici, gli scienziati hanno testato poi il più blando paracetamolo, e «anche questa volta sembra che l’analgesico abbia curato il disagio esistenziale e la sofferenza psichica». Altro che strizzacervelli!


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