25 settembre 2019

Da Brera a Bianciardi, un’epopea del giornalismo sportivo

L’onda lunga del centenario della nascita di Gianni Brera, a prescindere dagli intenti divulgativi o agiografici e dall’originalità delle ricerche e dei lavori pubblicati o proiettati sulle diverse testate, ha avuto quantomeno il merito di riportare nel mainstream la figura – e la lettura di alcuni suoi scritti – di quello che può essere considerato in effetti il più rilevante esponente del giornalismo sportivo italiano. La lettura, già, aspetto questo da non sottovalutare, data la tendenza a dare per scontata la conoscenza di Brera – morto in un incidente stradale nel dicembre 1992, pertanto quasi ventisette anni or sono – da parte di generazioni che, anche solo per questioni anagrafiche, non possono averne memoria diretta, e si parla sostanzialmente di tutti gli appassionati che hanno meno di trentacinque anni e sono cresciuti con un giornalismo sportivo in drastico e rapido mutamento, tanto sotto l’aspetto del mezzo quanto, conseguentemente, sotto quello del linguaggio, per non parlare dell’immagine proiettata dai suoi protagonisti.

Impossibile valutare, foss’anche per ipotesi teorica, un suo eventuale impatto sullo Zeitgeist del giornalismo sportivo attuale e, del resto, rileggere Brera oggi ha senso soprattutto inserendolo coerentemente in un’epoca e in un contesto che poco hanno a che vedere con quello attuale e che lo hanno eletto quale giornalista sportivo alfa per stile, riferimenti culturali e, indiscutibilmente, vis polemica.

Il contesto di quel giornalismo sportivo va inquadrato innanzitutto nell’ambito di una stampa ad alto tasso di credibilità percepita, incoraggiata da dati di vendita e diffusione rilevanti e, per questo motivo, consapevole del proprio ruolo sociale anche in tema di miglioramento dell’alfabetizzazione dei lettori. Essendo poi lo sport tema di per sé assai popolare, la presenza di Brera su una qualsiasi testata – si trattasse de La Gazzetta dello sport, Il Giorno, Guerin Sportivo, Il Giornale o la Repubblica – aveva quale effetto un circolo virtuoso sui giornali concorrenti sui quali, oltre a firme dalle peculiarità diverse, ma di assoluto prestigio (solo per citarne alcuni: Mario Fossati che a lungo lavorò con lo stesso Brera, Aldo Giordani, Gianni Clerici, Rino Tommasi, Vladimiro Caminiti), non era infrequente imbattersi in ospiti quali Mario Soldati, Giovanni Arpino, Orio Vergani, scrittori illustri capaci anche di incursioni memorabili sulle pagine sportive del tempo. Arpino, peraltro, fu inviato per La Stampa ai Mondiali del 1974, e nel 1977 pubblicò per Einaudi il romanzo Azzurro tenebra, ispirato proprio a quella esperienza.

Tra le figure più singolari, tuttavia, merita una particolare menzione Luciano Bianciardi, poliedrica figura di letterato noto ai più per la “trilogia della rabbia” (Il lavoro culturale, L’integrazione, La vita agra, pubblicata fra il 1957 e il 1962), ma che fu ben di più. Una corrispondenza di letterari sensi portò, nel settembre 1970, proprio Gianni Brera a volerlo tra le firme del Guerin Sportivo, di cui era direttore, e ciò che ne uscì fu dirompente.

L’autore maremmano esordisce sul Guerin in terza pagina – storicamente casa di scrittori e letterati – con quattro racconti alti e godibili (Il secondo Risorgimento del cavalier Facchetti, La professione sbagliata della mamma Scopigno, Maledetto menisco, sarei Bernardini! e Lo ‘spiritus frumenti’ del mentitore Scopigno), ma è dal numero del 21 settembre che Brera gli passa il testimone della rubrica delle lettere, sua (sotto il titolo de La bocca del leone) sino alla settimana precedente. Con Bianciardi la rubrica prende il nome pirandelliano Così è se vi pare e assurge a formidabile pretesto per permettergli ampie divagazioni non solo sullo sport, ma anche e soprattutto sullo spirito dei tempi e così, tra missive di lettori reali e altre ideate ad hoc – alcune dallo stesso editore del settimanale, Alberto Rognoni – ecco Bianciardi argomentare su Gadda e Rivera, Nino Bixio e Achille Lauro (definito icasticamente «l’abominevole uomo delle navi»), Coppi e Valpreda, Celestino V e Romeo Benetti, divorzio («una battaglia di retrovia. Occorre battersi contro il matrimonio») e rivoluzione («occupare le banche e far saltare la televisione. Non c’è altra possibile soluzione rivoluzionaria»).

Bianciardi poteva disporre di una libertà pressoché assoluta e, attraverso una prosa caustica e accattivante, dispensava anticonformismo, eterodossia e cinismo, un cinismo che, secondo Brera, era finzione, essendo Bianciardi «di animo dolce e spesso indifeso». Così è se vi pare rappresentò una strepitosa analisi di costume e di modernità di pensiero, tagliente e ironica, a tratti ermetica a volte torrenziale: durò poco più di un anno, perché Bianciardi morì il 14 novembre 1971, una domenica, e l’ultima rubrica uscì postuma, il lunedì successivo alla sua scomparsa. L’intero corpus della corrispondenza pubblicata sulle pagine del settimanale sarebbe stato poi raccolto ne Il fuorigioco mi sta antipatico, edito da Stampa Alternativa nel 2007 e ripubblicato da ExCogita nel 2015. «Bianciardi galoppava sui quesiti sportivi come un ardito cosacco sui fiori della steppa», scrisse poi Brera di quell’esperimento, perfettamente inserito nel contesto di un giornalismo sportivo che oggi difficilmente troverebbe cittadinanza, e forse anche pubblico.

 

Crediti immagine: Happy_Nati / Shutterstock.com

 


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