06 settembre 2013

Dalla Maturità all'Esame di Stato

di Alessandro Albanese

Tra pochi giorni le aule delle scuole secondarie superiori torneranno a registrare le tensioni, le attese e anche il sollievo finale che caratterizzano ogni anno lo svolgimento dell’Esame di Stato. Un passaggio importante della vita giovanile, ma anche un rito che si ripropone annualmente in forme simili, con analoghe attese e altrettante mini-polemiche, sebbene la sua struttura organizzativa e il suo stesso significato siano andati mutando dalla sua introduzione a oggi. Mentre ferve la preparazione, alcuni si interrogano su quale sia stato il percorso di questa prova, dalla sua introduzione alla forma attuale: si domandano cioè chi lo abbia voluto, quando sia stato introdotto e come sia cambiato negli anni. L’esame a conclusione del ciclo di studi superiore viene introdotto nel sistema scolastico italiano con la riforma Gentile nel 1923: è l’esame di ‘maturità’. Alla base di questa significativa innovazione c'è certamente la necessità, molto sentita sul piano ideologico dal fascismo della prima ora, di mettere a punto uno strumento in grado di operare una selezione rigorosa e severa della classe dirigente e al contempo capace di limitare, specie alle classi meno abbienti, l'utilizzo della scuola come ascensore sociale. Va anche però ricordato, che l'esame di maturità viene fortemente auspicato da don Sturzo e dal Partito Popolare: reclamano infatti una piena parità tra le scuole statali, dove, prima della riforma gentiliana, non sono previsti esami alla conclusione delle secondarie, e le scuole private cattoliche, dove è invece obbligatorio un esame finale con commissari esterni. La storia racconta che in quasi novanta anni di vita la maturità ha cambiato pelle molte volte: sul piano dei promossi il trend ha registrato un vertiginoso aumento a partire da quel quasi irreale 25% di candidati che, nella prima sessione dell'esame, supera indenne la prova, fino alle percentuali, non troppo lontane dal 100% di successi, degli ultimi decenni. Un breve resoconto della sua evoluzione segue alcune tappe scandite da interventi legislativi e conseguenti cambiamenti della composizione della commissione esaminatrice e dei programmi oggetto d’esame. Nella sua prima versione, l'esame di maturità prevede una commissione formata da docenti esterni, prevalentemente professori universitari; gli esami si tengono fuori sede e sono durissimi: la percentuale di promossi non raggiunge mediamente il 60%. Successivamente il fascismo, che non vuole inimicarsi i ceti medi, riduce la severità della prova apportando vari correttivi e, in piena guerra, introduce la novità delle commissioni formate da docenti interni alla scuola, con esclusione del presidente e del suo vice. È nel dopoguerra (1947, ministro Guido Gonella) che si ritorna alle commissioni formate da docenti esterni integrate prima con due e poi con un solo insegnante della scuola: il cosiddetto ‘membro interno’. Le materie d’esame sono tutte quelle studiate nel triennio, anche se l’esame che inizialmente poteva riguardare tutti i contenuti degli ultimi tre anni, verrà ridotto nel tempo a quelli dell’ultimo anno con in aggiunta alcuni argomenti di riferimento ai programmi degli anni precedenti. Nel 1969, sulla spinta del movimento studentesco che dall’università ha coinvolto anche la scuola superiore e ha posto fortemente l’istanza di accesso all’istruzione come motore di mobilità sociale, passa – ministro Fiorentino Sullo – una riforma radicale dell'esame di maturità che coincide anche con la liberalizzazione degli accessi universitari. Avrebbe dovuto assumere un carattere sperimentale e durare al massimo un paio d'anni, e invece è rimasta in vigore per quasi trent'anni. La sua formula: due scritti e due materie all'orale, di cui una scelta dal candidato; il punteggio non è più dato materia per materia, ma complessivo, espresso in sessantesimi. Il suo tallone d'Achille è legato al fatto che una volta note le materie d’esame – e questo accade alcuni mesi prima di giugno – quelle che non ne fanno parte vengono automaticamente accantonate da insegnanti e studenti, per dedicare tutte le energie a quelle su cui verteranno le prove d'esame. La commissione è formata da commissari e presidente esterni, a parte il ‘membro interno’ del consiglio di classe. La percentuale di promossi schizza da una media di poco più del 70 % dei primi anni sessanta a oltre il 90 % subito dopo la riforma, per toccare il 94 % agli inizi degli anni Ottanta. Un ritocco a questa struttura si ha nel 1995 a opera del ministro Francesco D'Onofrio che, per limitare le spese di trasferta, emana un provvedimento che pone dei vincoli non solo alla nomina di commissari da fuori regione, ma anche da fuori provincia: una decisione che non giova alla condivisione di parametri valutativi comuni nelle varie aree del Paese. L’attesa riforma dell’esame viene nel 1997, quando ministro è Luigi Berlinguer, di formazione accademica prima che politica. Cambia innanzitutto il nome e si adotta quello attuale: esame di stato. Viene intanto abolito lo scrutinio di ammissione, mentre l'esame si articola su tre prove scritte (delle quali una proposta dalla commissione) e l'orale che verte su tutte le materie dell'ultimo anno. Commissione formata per metà da docenti interni e per metà da esterni con il presidente esterno. Il punteggio è espresso in centesimi e tiene conto del cosiddetto credito scolastico. Gli effetti sulla percentuale di promossi sono evidenti: pur in assenza dello sbarramento costituito dagli scrutini di ammissione (che toccava generalmente il 6 -7 % degli studenti dell'ultimo anno), la percentuale sale ancora, attestandosi in pochi anni verso il 96 %. La successiva iniziativa ministeriale, a opera di Letizia Moratti è del 2001: si rinuncia alla presenza di commissari esterni, anche in questo caso prevalentemente per motivi economici, a parte l'unico presidente che coordina tutte le commissioni. Se l’intento era il recupero di serietà delle prove, l’iniziativa si rivela un flop: la percentuale degli studenti promossi, già alta dopo la riforma Berlinguer, sale ancora di più. Si passa al 97 % circa del 2004-05 con punte del 99 % nel liceo classico e del 98,6 % nel liceo scientifico. Oltretutto la presenza nelle scuole paritarie di commissioni formate solo da docenti interni favorisce il proliferare di scuole-diplomifici nelle quali è frequente il salto dell’ultimo anno, grazie all’aver riportato una media di voti superiore a otto decimi nell’anno precedente. Nel 2007, con Giuseppe Fioroni, si ritorna perciò alle commissioni miste con presidente esterno al quale vengono affidate, al massimo, due commissioni, mentre viene reintrodotto lo scrutinio di ammissione e l'obbligo, per gli studenti, di aver saldato i debiti formativi per accedere all'esame. Vengono cambiate anche le regole per la scelta della sede d’esame da parte dei privatisti: si può fare domanda solo nella regione di residenza. Infine, e siamo ai nostri giorni, è il ministro Mariastella Gelmini a introdurre nel 2010 il requisito della sufficienza in tutte le materie per poter ottenere l'ammissione (prima bastava la media del sei), mentre per i privatisti si prevede un pre-esame di ammissione prima del vero e proprio esame di stato. Va anche precisato che anche dopo la cura ricostituente alla maturità prescritta dai ministri Fioroni e Gelmini nella dichiarata intenzione di accrescere nella scuola il ‘rigore’ e il ‘merito', la prova conclusiva del secondo ciclo continua a non far paura ai maturandi: lo scorso anno l'hanno superata 98 candidati su 100.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0