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12 settembre 2018

David Foster Wallace: il rischio mortale dell’intrattenimento infinito

Infinite jest, il romanzo-fiume di David Foster Wallace venne pubblicato negli Stati Uniti il 1° febbraio 1996: più di 1200 pagine, di cui un centinaio di sole note, che descrivevano la società distopica di un futuro prossimo, percorsa da varie tipologie di dipendenza, attraversata da relazioni umane disgregate, inserite in contesti paradossali se non grotteschi. Un complesso incastro di storie che Wallace, appassionato di matematica, descrive come un ‘triangolo di Sierpiński’, con figure che si ripetono in diverse scale all’interno del racconto e che rimandano un mondo in cui l’intrattenimento e la pubblicità hanno preso il sopravvento su tutto; un mondo in cui si sta diffondendo un inquietante filmato, Infinite jest appunto, che ha il potere di ridurre chi lo vede a un essere privo di volontà, desideroso solo di continuare all’infinito a guardarlo.

Un romanzo straordinariamente visionario e attraversato da intuizioni di grande acutezza sulle potenzialità distruttive, fisiche e spirituali, dell’intrattenimento a oltranza, considerando che è stato scritto ben prima che i social, da Facebook, a Instagram e Snapchat imperversassero nella vita quotidiana della maggior parte delle persone come ‘arma di distrazione di massa’, ben prima delle TV on demand, delle serie, di Netflix e delle session di binge watching tra amici. Un romanzo che parla anche di solitudine, e della difficoltà di avere relazioni non superficiali, di vivere in modo consapevole, con coscienza di sé, senza essere travolti da modalità preimpostate dal contesto in cui si vive.

Dodici anni dopo la pubblicazione del libro che lo ha reso famoso, e diventato nel tempo un controverso cult, il 12 settembre del 2008 David Foster Wallace poneva fine alla sua esistenza impiccandosi nel garage della propria abitazione a Claremont in California, all’età di 46 anni, dopo avere combattuto una lunga battaglia a colpi di farmaci con la depressione – “la Cosa brutta” come la chiamava lui – lasciando una mole enorme di scritti, romanzi, racconti, saggi, reportage, articoli, caratterizzati da una grande varietà di temi e di approcci ma accomunati, a prescindere dalla minore o maggiore ‘serietà’ dello spunto, da un’intensità morale e da un rigore a tratti spietato, a cui l’ironia smussa solo apparentemente gli angoli: che si trattasse di un tagliente reportage su una crociera (l’esilarante Una cosa divertente che non farò mai più), dell’influenza della televisione sugli scrittori americani (E unibus pluram), del ‘catalogo degli orrori’ dei racconti di Brevi interviste con uomini schifosi o di Forza Simba, in cui raccontava una settimana al seguito di John McCain durante la campagna elettorale – solo per fare qualche titolo.

Ora a dieci anni dalla sua scomparsa è venuto il momento, come sostiene Christian Raimo, di mettere da parte il Wallace personaggio e «interpretare tutto il suo sforzo intellettuale – dal famoso discorso al Canyon college, Questa è l’acqua, alla lotta contro la malattia – come una pedagogia della responsabilità, necessaria per considerare la condizione umana e il proprio ruolo nel mondo con tutta la serietà possibile».

 

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