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09 novembre 2017

Diamoci del voi

di Carlo Pulsoni

Il 15 febbraio del 1938 usciva sulla terza pagina del Corriere della Sera un articolo dello scrittore Bruno Cicognani dal titolo parlante: Abolizione del “Lei”. L’autore si proponeva infatti «lo sradicamento e l’abolizione di un uso che non solamente urta contro la legge grammaticale e logica, ma è testimonianza […] dei secoli di servitù e d’abiezione. Dare del “lei”: l’uso è così inveterato che la gente non avverte più che cosa codesto significhi, che cosa implichi: non ci ragiona più sopra: è così, sembra naturale che sia così: come potrebb’essere in altro modo? […]. Perché quest’aberrazione grammaticale e sintattica non fu che un portato dell’incortigianamento, dell’artificiosità dei costumi, dei sentimenti, delle idee, delle parole venutaci dalla Spagna di allora». Cicognani ricorda che «Roma repubblicana non aveva conosciuto che il “tu”. La Roma cesàrea poi conobbe il voi». Da lì la proposta di tornare «all’uso di Roma, al “tu” espressione dell’universale romano e cristiano. Sia il “voi” segno di rispetto e riconoscimento di gerarchia».

La tradizione vuole che questo articolo suscitasse l’entusiasmo di Benito Mussolini, il quale non solo convocò Cicognani per complimentarsi con lui, ma incoraggiò anche il passaggio al “voi”, coinvolgendo nell’impresa alcuni linguisti, tra i quali si può annoverare Bruno Migliorini, autore dell’articolo Il Lei in soffitta, apparso nella rubrica “Lingua e politica” del numero di marzo della rivista quindicinale Critica fascista (XVI, 1938, 9, p. 136), diretta da Giuseppe Bottai. Queste le linee guida espresse da Migliorini: «Come ogni piano regolatore per l’assetto d’un centro urbano comprende demolizioni e ricostruzioni, così le nuove forme di trattamento (o, come dicono i linguisti di “allocuzione”) comprendono una demolizione e una ricostruzione. È abolito il lei; ed è sistemato in modo nuovo l’uso del voi e del tu. La seconda norma è per ora formulata solo nelle linee generalissime: tu = “cameratismo”; voi = “superiorità gerarchica”».

Ma non tutti gli accademici del periodo dovettero pensarla allo stesso modo, a giudicare da una lettera del 20 aprile 1938 inviata dall’anglista Mario Praz al filologo Michele Barbi. Questa lettera, segnalatami da Francesco Giancane (che qui ringrazio), è conservata nel cosiddetto Fondo Barbi della Biblioteca della Scuola normale superiore di Pisa.

Diversamente dalle missive precedenti a Barbi nelle quali è costante il “lei”, questa si caratterizza per l’uso del “voi”: «Caro Professore, avrei dovuto mandarvi prima di ora la noterella sull’articolo del Foligno […]. Aggiungo in compenso, una nota su un estratto di J. E. Shaw che m’è direttamente pervenuto; ma dubito che di quest’ultimo vogliate occuparvi voi stesso, dacché è soprattutto a vostra intenzione che lo Shaw scrive».

Sembrerebbe a tutti gli effetti che Praz si sia allineato alle posizioni del Migliorini, ma il finale non lascia margine a dubbi sul fatto che Praz stia ironizzando su questa tendenza: «Scusate il tono un po’ arcaico di questa mia lettera, ma il novellamente ripristinato “voi” mi ci invita».

Un bell’esempio insomma di come il dissenso linguistico si trasformi in amara ironia.


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