23 marzo 2020

Diritti dell’uomo

 

Nell’ambito del programma “Resilientia Italiae”, l’Associazione Cultura Italiae, aderisce all’iniziativa lanciata dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, di costruire un “Dizionario della Cultura”, una guida ragionata delle voci che esprime la mappa semantica della parola “Cultura”.

L’iniziativa vuole contribuire a fare in modo che le parole, e i loro diversi significati, possano continuare a essere espressione di ragionamento, condivisione e anche, senz’altro, confronto sincero tra diverse posizioni, ma sempre rispettoso e costruttivo, finalizzato alla crescita della democrazia.

 

Inaugura l’iniziativa Filippo Patroni Griffi, giurista e presidente del Consiglio di Stato, con la voce “Diritti dell’uomo”

 

Angelo  Argento, Presidente dell’Associazione Cultura Italiae

Massimo Bray, Direttore generale della Treccani

 

Per Antonio Genovesi, nei Paesi in cui «ogn’uomo è riguardato com’uomo, dove ritiene tutti i diritti dell’umanità» i sovrani sono grandi e gloriosi, a differenza di quel che avviene dove si «guardano i sudditi siccome pecore».[1] Circa ottant’anni dopo, un altro pensatore, di tutt’altro orientamento e diversa formazione, ebbe a dire: «L’idea dei diritti dell’uomo (…) non è innata nell’uomo (…). I diritti umani non sono un dono della natura, non una dote della storia trascorsa, bensì il premio della lotta contro la causalità della nascita e contro i privilegi».[2]

E la storia dei diritti dell’uomo[3] è tra le più controverse tra le storie dell’umanità, e non solo quando questi diritti sono stati apertamente negati, ma anche perché, a volersene cogliere un dato di fondo, tra i molti possibili, essa è caratterizzata dal costante scarto tra declaratoria dei diritti e loro realizzazione pratica; uno scarto, però, da cui è scaturita una tensione ideale che, posta l’utopia nell’accezione marcusiana del termine, ha consentito di risolvere la dialettica tra potere e diritti in un processo di avvicinamento alla garanzia piena dei diritti dell’uomo nei confronti di ogni potere.

Il rapporto tra potere e diritti, tra autorità e libertà, è centrale nella storia dei diritti umani e lo è ancora oggi, in una società in cui le persone reclamano al tempo stesso, nei confronti del “sovrano”, riconoscimento e tutela delle libertà e dei diritti, ma anche garanzia della realizzazione pratica dei diritti: dagli Stati liberali ottocenteschi fino alla moderna cultura giuridica europea e occidentale in genere – cui si vuole riferire questa riflessione ‒, le comunità di diritto devono garantire le libertà fondamentali delle persone; ma l’ottica del rapporto individuo-Stato, propria della cultura liberale, si arricchisce progressivamente della considerazione dell’individuo come persona inserita nella società, nella quale alle libertà fondamentali si affiancano i diritti e i doveri delle persone come membri di una collettività. Diritti e doveri legati, nelle Costituzioni del secondo dopoguerra, dal collante della solidarietà (art. 2 Costituzione italiana).

La storia dei diritti umani tradizionalmente muove dall’idea giusnaturalista dei diritti innati dell’individuo (Grozio, Hobbes) soprattutto nella versione “contrattualista” di Locke, che pone i diritti al centro del rapporto tra governanti e governati; passa attraverso la riflessione teorica e l’esperienza illuminista, che, muovendo dal patto sociale e dalla divisione dei poteri, si riversa nelle prime Carte dei diritti (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 in Francia e Costituzione americana del 1787); approda infine al positivismo giudico, che riconduce il diritto soggettivo dell’individuo nel quadro del diritto dello Stato come diritto soggettivo pubblico che nasce da un auto-limite dello Stato alla propria sovranità.

 

La connessione “pratica” tra i diritti, intesi come proiezione della libertà, e potere pubblico è tipica dello Stato di diritto.

Ma, a mano a mano che la componente liberale alla base dell’elaborazione teorica dello Stato di diritto si è arricchita dell’apporto dell’idea democratica di uguaglianza, ha preso piede il concetto dei diritti sociali quale strumento per «riequilibrare le disuguaglianze sociali e intervenire a sostegno delle categorie più svantaggiate»[4].

Diritti soggettivi classici e nuovi diritti sociali vivono nella società, in una società organizzata in cui l’incremento delle funzioni amministrative è strumentale al perseguimento della vita ordinata. E così, nel pensiero giuridico contemporaneo, anche i diritti sociali, insieme con i diritti di libertà classici e i diritti della persona, sono ricompresi nei diritti fondamentali, secondo un catalogo storicamente e anche geograficamente variabile.

I diritti fondamentali dovrebbero quindi costituire un parametro di riferimento su cui modellare i rapporti tra “persona” e potere nelle moderne comunità politiche. In queste si sono sviluppati i cosiddetti “diritti di terza generazione”, che vivono in terreni di grande attualità: diritti delle donne, diritti di genere, diritti nel campo della bioetica e della salute.

Oggi due (tra i molti) mi appaiono i punti nevralgici della tematica dei diritti dell’uomo.

Il primo è costituito dalla tensione tra vocazione universalistica dei diritti dell’uomo e recupero di “sovranità nazionali” nell’accezione schmittiana del termine. Un recupero di nazionalismo che pone in crisi le stesse strutture e dinamiche sovranazionali, le quali invece tendono a svincolare le comunità da un anacronistico legame a un territorio che oramai, nelle dinamiche socioeconomiche e culturali, va oltre i confini. E così, assistiamo al ritorno ad una situazione tipica dell’ordinamento feudale (persone che vivono nello stesso contesto sono sottoposte a regimi giuridici differenziati) che era stata superata dalla concezione e dal carattere universalistico dei diritti umani. Il diritto torna a essere prevalentemente legato a meccanismi territoriali e di “appartenenza” a una comunità di “cittadini”, tali per nazionalità se non per etnia, e non per lo stabile collegamento alla comunità medesima e meno che mai per essere “persona”: il “cittadino” prende il sopravvento sulla “persona”.

Il secondo è costituito dalla correlazione dei diritti con il potere e con i doveri di solidarietà che garantiscono i diritti degli altri. In questo ambito, diventa centrale l’intermediazione pubblica e un intervento dello Stato che, attraverso la garanzia delle libertà, ma anche grazie alle prestazioni amministrative, assicura il soddisfacimento pratico dei diritti sociali e di terza generazione, senza il quale non vi è democrazia amministrativa e la declamazione dei diritti resta un mero flatus vocis.

 

[1] A. Genovesi, La logica per gli giovanetti, Napoli, 1769, p. 319

[2] K. Marx, La questione ebraica (1843), in K. Marx, F. Engels, Opere complete, a cura di N. Merker, vol. III, Roma 1976, pp. 182 ss.

[3] Nella letteratura sconfinata, un panorama interessante si rinviene in V. Ferrone, Storia dei diritti dell’uomo, Bari 2014, e in A. Facchi, Breve storia dei diritti umani, Bologna 2007

[4] A. Facchi, op.cit., p. 109

 

* Presidente del Consiglio di Stato

 

Immagine: Manifestazione in occasione della Giornata mondiale contro il razzismo indetta dalle Nazioni Unite, Londra, Regno Unito (18 marzo 2017). Crediti: John Gomez / Shutterstock.com

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