8 ottobre 2019

Divagazioni e garbuglio, di Carlo Emilio Gadda

Chiunque volesse evocare, a proposito della prosa saggistica di Carlo Emilio Gadda, la celebre e mai a sufficienza lodata pagina del Pasticciaccio, nella quale la saggezza molisana del dottor Ingravallo si declina nella constatazione della catastrofe quale «vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo», dovrebbe altresì rammentare che la predetta considerazione, sebbene riferita naturalmente a quella «debilitata ragione del mondo» scossa da una «rosa di causali», non potrà non indicare e non toccare anche la lingua con la quale essa si esprime. Rifacendomi ad un esempio secentesco, di quell’epoca barocca cui con giusta ragione l’opera di Gadda è stata avvicinata, potrei opporre al punto di vista sinottico sul theatrum mundi che tenta di mettere a fuoco la totalità dell’universo, tipico della contemplazione dall’alto leibniziana, quella filosofia tutta pascaliana della vita vissuta come avventura senza forma, «un’avventura senza né capo né coda che si svolge fra le sue due notti», visione quest’ultima la quale perfettamente si attaglia a quella dell’ingegnere; il quale, al pari di Fabrizio sbandato a Waterloo, non si solleva al di sopra della materia di cui tratta, con la trascendenza di un Napoleone dal proprio osservatorio, bensì partecipa della disfatta, definitiva e immedicabile, che il fante sprofondato nel fango avverte come ineludibile catagenesi.

In questa prospettiva apparirà, dunque, del tutto improprio, se non impossibile, l’esercizio di un linguaggio la cui neutralità scientifica (sarebbe più corretto definirla positiva) si ponga come semplice strumento di trasmissione di un contenuto, ratifica in breve di quel rifiuto della simbiosi fra spirito e materia i cui disastrosi effetti sono visibili oggi su molteplici livelli; al contrario, sarà una lingua poetica e spessa, densa, opaca, plasmata come una «cosmografia di carta» (per citare la bellissima definizione di Matteo Meschiari), ad imporsi, una lingua nella quale tutto è intrecciato e ingarbugliato al punto tale che l’evanescenza dell’immagine non possa distogliersi dall’amplesso col significante, pena il suo divenire indicibile.

Di questa prosa, si potrà trovare fulgida rappresentazione nella raccolta dei saggi da poco approntata da Adelphi, nella curatela di Liliana Orlando, ove persino il titolo è significativo: Divagazioni e garbuglio. Ampia selezione di scritti apparsi fra il 1927 e il 1968, la silloge traccia un quadro vivido e complesso di quei lavori «da pane immediato», come l’autore stesso li definisce in una lettera a Gianfranco Contini del 6 ottobre 1945, che inevitabilmente rallentano la redazione dei progetti che più gli stanno a cuore, come Eros e Priapo o lo stesso Pasticciaccio. Ciononostante, varrà quanto detto in principio: la pagina critica si nutre, fra le sue mani, di lieviti preziosi e unici, di quegli stessi elementi dei quali egli colma le pagine dei suoi romanzi o racconti.

Non a caso, è un’Apologia manzoniana ad aprire la raccolta, «una specie di interpretazione», come scrisse nel 1927 l’autore ad Alberto Carocci, direttore di Solaria, nell’inviargli il pezzo, «del romanzo manzoniano, fatto più di intuizioni che di pedanteria». E nella rappresentazione di «un seicento lombardo, spagnolesco, lanzichenesco, e borromeiano e sinodale e cattolico», Contini, in alcune importantissime pagine, riconosce che «la gaddizzazione di Manzoni consiste capitalmente nel rilevarne la profonda, irrimediabile tragicità degli eventi, travolti, nonostante il lume dell’intelletto giudicante (“analista”), nel fluire d’una fatale necessità. La ragione attiva nel moralista e soprattutto nello storico, non senza una flagrante complicità geografica (Lombardia, infatti, come barocco), riceve il più alto omaggio nella trasformazione di quel suo cosmo, la cui complessità opera ancora in termini ‘chiari e distinti’, in un grumo di compresenze e contiguità: il primo grumo gaddiano».

Trovano spazio fra le pagine del volume, oltre all’amore per Manzoni, temi importanti e ricorrenti nella produzione di Gadda: l’odio viscerale per Foscolo a fianco dell’amore per Belli, per la sua poesia composita e contaminata, lontana da purismi o linguaggi accademici (o pedissequamente ricalcati sulle lingue classiche, come ne Le Grazie); il disprezzo per interpretazioni eccessivamente specializzate e sbriciolanti l’unità dell’opera, come quella perpetrata da parte di Moravia a I promessi sposi, così come l’ammirazione viva e attenta per la gnosi montaliana, tutta orientata a rompere la rete delle causalità, per sfuggire in un lampo. Pagine che si approfondiscono di riflessioni dense e articolate sulla vita del latino all’interno delle lingue moderne e sul ruolo, fondamentale, del dialetto come forma espressiva pastosa e brulicante, a scapito della medietà inerte di una lingua concepita come cadaverico fondo di bottiglia, capace di lasciare filtrare la luce della realtà viziata dall’abitudine.

Gadda, al contrario, tenta un’operazione difficile e ambiziosissima, che non si esaurisce nella sua prosa narrativa, come si è visto, ma che coinvolge anche la critica, in un movimento del quale il nome più adeguato non può che essere scrittura, se con questa parola si intenderà un segno ritrovante continuità fra mondo e mente, declinazione avanzata e raffinata di quanto elaborò Gregory Bateson nell’ambito di una nuova visione della realtà.

 

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