03 agosto 2016

Domon Ken, il demone

Una foresta naturale, la riva di un lago, i campi che si stendono fino ai piedi del monte Chokai, nella regione di Dewa. A qualche chilometro da Sakata c’è un museo dedicato a una sola persona. Domon Ken (1909-1990) è stato uno dei più grandi fotografi del Novecento; maestro del realismo giapponese, ha scattato più di settantamila fotografie. Centocinquanta di quegli scatti, in bianco e nero e a colori, realizzati tra gli anni Venti e gli anni Settanta, per la prima volta fuori dal confine giapponese, sono in mostra al Museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 18 settembre. Sono “in mostra”, ma anche in dialogo con il pubblico: hanno qualcosa di eloquente. Sì, signor Domon, sarebbe bello intervistarla. Chiederle se è vero che la vita di un fotoreporter è quella di un nomade, anche se lei non è mai uscito dal Giappone, ma ha fatto del Giappone il mondo intero. Oppure cercare di capire insieme a lei come si costruisce uno sguardo, una prospettiva – l’essenziale punto fermo per qualsiasi racconto. La sensazione è che la macchina fotografica c’entri poco, che lo scatto nasca dall’uomo, dal pensiero; ma forse qualcosa del genere lei l’ha già detta da qualche parte. Nell’Allenamento degli allievi del corpo della Marina, nella Cerimonia per l’invio delle crocerossine al fronte, nelle serie Bunraku e I bambini di Chikuhō e I bambini di Kōtō, nella serie Kojijunrei sui templi antichi, si sentono le intenzioni dello sguardo, o forse è solo un’impressione. Sembra che cerchi la coralità, che insegua sempre un punto di fuga lontano, dico bene? Molto tempo dopo gli scatti in mostra, costretto su una sedia a rotelle, Domon Ken si dedicherà alla pittura firmandosi “Domodigliani”, l’artista che più lo aveva ispirato. Cosa c’è di Modigliani in queste foto? Forse niente. Forse solo la compostezza, l’onestà della materia. Forse è qui la meraviglia che muovono nello spettatore le sue immagini, nel punto di equilibrio tra l’eleganza compositiva, la precisione maniacale, e la vitalità. La vitalità dei pescatori, delle giovani donne, dei bambini, soprattutto quelli. Così Kamekura Yūsaku (pioniere del graphic design giapponese) descrive il lavoro di Domon Ken: “I l distretto di Kōtō è una sorta di isola allungata, stretta tra i fiumi Sumida e Nakagawa. Comprende i quartieri di Fukagawa, Ryōgoku, Honjo, Midorichō, Kinshichō, Kamedo, Ōshima, Sunamachi, Kiba, Tōyōchō, Toyosu: basta pronunciare questi nomi per evocare l’atmosfera popolare dei quartieri bassi di Tokyo. In questi quartieri che erano stati quasi completamente rasi al suolo dai bombardamenti spuntavano dappertutto misere baracche e i palazzi sventrati ospitavano gli sfollati. All’ora del tramonto, prima di cena, i bambini si riversavano nelle strade e inventavano nuovi giochi. Domon si aggirava tra loro scattando una fotografia dopo l’altra. Vediamo i bambini così vitali perché Domon nutriva per loro un grande amore: i bambini lo capivano in maniera istintiva e per questo non ci sono muri a separare i bambini da Domon”. L’amore è assenza di muri. L’amore vero è sempre così: attaccato alla realtà. Ma il realismo è anche opposizione a qualsiasi manipolazione, il realismo è politico e democratico; così è stato per Domon Ken. E poi anche bello, bellissimo: riordinato dall’occhio dell’artista che sa guardarlo. Vorrei chiederle, Domon, se questa cosa del realismo è valida anche per la raccolta Hiroshima, visto che il 6 agosto sarà il triste anniversario dell’esplosione. Domon Ken ci andò nel 1957: era il 23 luglio. Arrivò che erano le 14:40, così ha registrato nel suo quaderno di appunti. Ottomila scatti tra luglio e novembre. Ottomila. F amiglie intorno a malati costretti a letto, pazienti negli ospedali; bambini negli orfanotrofi e con problemi fisici e psicologici dovuti alle radiazioni subite dalle madri; particolari di suture, cicatrici, cheloidi, interventi plastici. La raccolta si aggiudicò il premio “Mainichi Shashin” e il premio dell’Associazione Critici di Fotografia del Giappone (Nihon Shashin Hihyōka Kyōkai). Poi Domon Ken, prima di essere colpito da emorragia cerebrale, tornò a Hiroshima nel 1968, perché Hiroshima gli aveva cambiato la vita. Nel 1972 la raccolta entra nella collezione permanente del Museo d’Arte Moderna di New York (MoMA). Hiroshima non erano solo morti. Hiroshima era vita, vita che sboccia ancora, che rimane lì e lotta come può, quanto può. Non sono foto, è più di un libro di storia, ha detto il grande Kenzaburo Oe. È un’opera d’arte perché si concentra sull’umano, perché lo racconta senza esaltarlo. E allora sì, la domanda sarebbe ancora valida: il realismo aiuta ad allontanare la retorica? Il realismo ci avvicina all’umano? Alla fine ha trovato lo scatto assolutamente puro che l’ossessionava tanto?  “Non esiste verità né in superficie né in profondità. La cosa che c’è veramente è solo realtà. E la realtà non è cosa che mente. È una cosa che si può vedere con questi occhi, ascoltare con questi orecchi, toccare con queste mani. [...] non ha niente a che vedere con la nostra soggettività; è lì solennemente e accade solennemente. La verità è ideale, astratta, soggettiva, e probabilmente si limita in gran parte all’espressione letteraria; la realtà invece è materiale, concreta, oggettiva”. Domon, il demone, così lo chiamavano per il suo carattere burbero. Ma il “demone” è da sempre qualcuno a metà tra il divino e l’umano… chissà se gli avrebbe fatto piacere saperlo.

 

Domon Ken, Il maestro del realismo giapponese, Museo dell’Ara Pacis, fino al 18 settembre

 

Foto: Bagno presso il fiume davanti al Hiroshima Dome, dalla serie Hiroshima, 1957 535×748 - Ken Domon Museum of Photography

 


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