15 novembre 2019

Dostoevskij e il suo castigo senza delitto

«La vita è vita dappertutto»

(Dalla lettera di Fëdor Michajlovič Dostoevskij al fratello Michail del 22 dicembre 1849)

 

Il 16 novembre 1849 Fëdor Michajlovič Dostoevskij veniva condannato a morte per attività antigovernative collegate a un gruppo intellettuale radicale; lo scrittore allora ventottenne frequentava il circolo politico culturale promosso da Michail Vasil′evič Petraševskij, un giovane intellettuale che propugnava idee di socialismo utopistico, ispirate al pensiero di Owen e di Fourier. Nel circolo erano attivi molti scrittori liberali e progressisti, come Sergej Durov e Michail Saltykov, ma anche personalità più radicali come Nikolaj Spešnev. Le loro attività non erano però sfuggite alla polizia zarista, anche grazie alle attività di una spia, e nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1849, furono arrestati molti dei frequentatori del circolo, tra cui Dostoevskij, tra l’altro accusato della lettura in pubblico  di una lettera di Vissarion Belinskij rivolta a Gogol′, in cui rimproverava l’autore di Le anime morte per aver abbandonato gli ideali liberali e progressisti, difendendo così insieme alla religione e all’autocrazia quanto in Russia c’era di corrotto e di autoritario. L’intera rete dissidente fu smantellata e al processo che si svolse in novembre Dostoevskij e altri venti imputati furono condannati a morte. La loro esecuzione venne cancellata all’ultimo minuto con una messa in scena plateale e venata di sadismo: il 22 dicembre nove condannati vennero condotti alla piazza Sëmenov e furono fatte loro indossare delle camicie bianche, abbigliamento delle esecuzioni. Tre di loro furono legati al palo dell’esecuzione mentre Dostoevskij aspettava di essere giustiziato al turno successivo, essendo il sesto della fila. Solo a questo punto fu annunciata la revoca della condanna e la sua commutazione nei lavori forzati. Lo scrittore trascorrerà quattro anni in prigiona, in condizioni durissime, fino alla grazia per buona condotta. Le esperienze della condanna a morte, delle condizioni straordinarie in cui fu revocata e della prigionia condizionarono, comprensibilmente, tutta la vita e l’opera di Dostoevskij. Il tema della pena capitale apparirà più volte all’interno dei romanzi. Nell’Idiota attraverso le parole del principe Myškin («Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante») e in Delitto e castigo. Il ricordo della dura detenzione subita, trasfigurato dalla riflessione filosofico-religiosa e dalla forza della scrittura, è rievocato nelle dolenti pagine di Memorie di una casa morta. La pietas verso gli ultimi e i ‘malfattori’ verrà in parte riattraversata con accenti meno indulgenti nella maturità, in cui avvenne una sorta di ripensamento, simile per alcuni aspetti a quanto aveva rimproverato a Gogol′ lo stesso Dostoevskij nella sua gioventù progressista. Dostoevskij approdò a una filosofia politica di ‘slavofilismo democratico’ e populismo mistico, in cui la religione ortodossa giocava un ruolo decisivo. Ma se i suoi giudizi sul cristianesimo, sul liberalismo, sull’autocrazia, sulla giustizia penale cambieranno, in alcuni casi in modo sorprendente, il rifiuto della pena di morte rimase costante, nel ricordo forse di quella mattinata del 22 dicembre 1849.

 

Immagine: Fëdor Dostoevskij in un dipinto di Vasilij Grigor'evič Perov (1872). Crediti: Pubblico dominio, attraverso it.wikipedia.org

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