27 marzo 2020

Storie virali. Edipo e il Coronavirus

 

I greci tendevano ad attribuire di solito l’epilessia a un intervento demoniaco o divino. Per pacificarsi con le entità soprannaturali ricorrevano a dei riti di purificazione. Descrivendo queste pratiche, che condanna, il trattato di Ippocrate Della malattia sacra allude a degli oggetti, delle sostanze, che i guaritori utilizzano: «In quanto agli oggetti con funzione purificatoria li nascondono sotto terra, li buttano nel mare, li portano sulle montagne, là dove nessuno li toccherà né ci camminerà sopra». Qui si allude a una tecnica abituale di rigetto, utilizzata per curare altre malattie, che gli storici delle religioni indicano comunemente con il nome di apopompé, parola utilizzata nella versione greca della Bibbia (La Bibbia dei Settanta, Levitico, 16, 10) per indicare quello che correntemente (altrove a partire dalla Vulgata) viene definito ‘il capro espiatorio’. La procedura consiste nell’espellere, nel portare lontano (apopémpein) l’origine della contaminazione.

 

La Bibbia dei Settanta (Levitico 16, 8 e 10) chiama apopompaîos «eliminatore» (letteralmente «chi manda lontano [la contaminazione]»), l’entità soprannaturale (Azazel nella versione ebraica, ripresa dalla Vulgata) alla quale si offre un capro espiatorio estratto a sorte. Il capro non viene sacrificato, ma il sacerdote appoggia le mani sulla testa dell’animale, enumerando le colpe dei figli di Israele e caricandole in tal modo sull’animale, che una persona designata conduce poi nel deserto. Il sacerdote, allora, si cambia d’abito e si purifica in una vasca (Levitico 20-24). Si tratta di una procedura simile a quella relativa agli oggetti che hanno procurato la morte, che l’oratore Eschine (Contro Ctesifonte 244-245) si augura venga applicata al suo nemico politico: «Perché ecco cosa sarebbe veramente straordinario, cittadini di Atene: il legno, le pietre, il ferro, queste cose mute e prive di intelligenza, quando causano la morte di un uomo, noi le esiliamo dal nostro territorio; quando un uomo si suicida, noi sotterriamo separatamente dal corpo la mano che ha commesso l’atto; e questo Demostene, l’uomo che ha suggerito la più funesta delle spedizioni, l’uomo che ha abbandonato i nostri soldati, voi gli rendete degli onori!».

 

Il verbo apopémpein designa anche l’azione di depositare agli incroci ogni mese, a ogni nuova luna, un «pasto di Ecate», davanti all’effigie della dea o al suo santuario (Aristofane, Plutos, 594-597). Si portano gli avanzi, in parte già andati a male, che i poveri verranno a prendere e a mangiare. Questa usanza corrisponde al tempo stesso a una espulsione dell’impuro e a una offerta. Anche il sacrificio di carne di cane che si portava alla dea (verbo pémpein) è analogo alla pratica di offrire questi pasti fatti di ‘avanzi’. Gli incroci protetti da Ecate, dove si depositano tali offerte, sono uno spazio di transizione, interstiziale, liminare, che sfugge all’organizzazione sociale complessiva. Vi si ritrovano i fantasmi, gli spiriti malvagi, le anime dei morti senza pace… e i poveri.  La dea, che a volte li attira e a volte li respinge, è ambivalente. Come lo è anche l’arciere Apollo (padre degli dei guerrieri) le cui frecce causano la famosa epidemia di ‘peste’ dell’Iliade. I risultati della ‘pulizia’ in senso lato non vengono gettati necessariamente agli incroci; il testo di Ippocrate menziona anche le montagne, le profondità del suolo, il mare. Si possono aggiungere i luoghi desertici, i confini di una città, le acque che scorrono.

 

Tra tutti questi ‘depositi di rifiuti’, il mare gode di un ruolo privilegiato. Discarica miracolosa, immenso abisso (méga laîtma), è capace di trascinare via e rendere inoffensivo ogni sorta di miasma, compreso quello rappresentato dall’invasore straniero. Temistocle, dopo la battaglia di Salamina, fonda in riva al mare un santuario di Artemide Aristoboule («del buon consiglio»). Questo santuario, secondo Plutarco (Temistocle 22, 2) viene costruito precisamente nel punto dove si gettavano i cadaveri dei condannati a morte, e anche i vestiti e le corde degli impiccati.

 

Il mare compare anche a proposito dell’epidemia che decima i Tebani contaminati dalla presenza di Edipo. Il coro dell’Edipo Re di Sofocle assimila le numerose vittime al volo di uno stormo di uccelli che traccia una linea in direzione del dio del tramonto, Ade sovrano dei morti e dell’estremo Occidente. «Puoi vederli, l’uno dietro l’altro, come uccello veloce in un battito d’ali, lanciarsi rapidi più del fuoco inarrestabile verso la riva del dio del Vespro». 

 

A questa riva dove si dirigono gli uccelli, che bisogna immaginare al di là di Tebe, città situata lontano dal mare, fa eco sette versi più in basso la «riva degli altari», che costeggia il campo dove giacciono i morti, verso il quale si dirige il corteo delle spose e delle madri in lutto:

 

Si avvicinano alla riva degli altari; provengono da ogni parte,

piangendo, elevando suppliche per il terribile lutto

 

Ma non è tutto. Interpretato come un Ares privato delle armi (un killer non guerriero), all’intruso, allo straniero, alla macchia che apporta l’epidemia è richiesto di fare dietro front e di raggiungere la vasta dimora di Anfitrite oppure dirigersi verso i flutti inospitali della Tracia:

 

Ed Ares il selvaggio, che ora senza il bronzo dello scudo,

Con urla mi assale e mi avvampa,

Che egli sia risospinto verso un veloce ritorno in patria,

che sia trasportato dal vento o verso l’ampia dimora d’Anfitrite

o all’approdo inospitale allo straniero della riva Tracia.

Che ora, ciò che la notte risparmia,

il giorno s’avventa a distruggere.

O tu che governi la potenza del fuoco, padre Zeus,

Costui atterralo con il tuo fulmine!

(vv. 190-202)

 

All’origine della peste, non si può immaginare che uno straniero, un intruso. Si tratta infatti di Edipo, non ancora identificato.

 

L’originale in francese dell’articolo è disponibile qui

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

J.  Bollack, L’Œdipe Roi de Sophocle, t. 2, Lille, s.d. (per la traduzione e il commento dei vv. 194-197)

S. Isles Johnston, Crossroads, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 88 (1991), pp. 217-224

A. Zografou, La nourriture et les repas dans les Papyri Graecae Magicae, in Food and History, 6 (2008), pp. 57-72

 

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Immagine: Fulchran Jean Harriet, Edipo a Colono (1798). Crediti: The Cleveland Museum of Art (www.clevelandart.org/art/2002.3). Creative Commons (CC0 1.0)

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