20 ottobre 2016

Eight Days a Week. Musica, rivoluzione e libertà

I Beatles chiusero ufficialmente la loro gloriosa storia con la pubblicazione del singolo Let It Be, uscito nel 1970. L’anno prima avevano tenuto il passo d’addio con un insolito concerto. Il pomeriggio del 30 gennaio 1969, infatti, si esibirono sul tetto della palazzina che ospitava la Apple, la loro casa discografica, nel cuore del West End  londinese senza avvertire nessuno. Davanti a un pubblico visibilmente sorpreso – composto prevalentemente dai curiosi affacciatisi dagli edifici limitrofi o saliti sul tetto per meglio godersi la clamorosa performance musicale – i Beatles eseguirono i pezzi di un loro album ancora sconosciuti ai fan. Qualcuno addirittura infastidito dall’improvviso “frastuono” – scandito da riverberi aspri e duri, che insieme al look sottolineavano gli ormai avvenuti mutamenti personali dei componenti della band – chiamò la polizia che interruppe il concerto a 42 minuti dal suo inizio. Strattonati e portati via con forza, mentre eseguivano per la terza volta Get Back, l’esibizione si concluse con il memorabile saluto di John Lennon: «Vorrei dirvi grazie, a nome mio e della band; e spero che abbiamo passato l’audizione». In barba alle etichette alle quali furono garbatamente sempre un po’ allergici, per nulla attratti dall’inimmaginabile somma guadagnata se avessero accettato di intraprendere un tour mondiale di addio, e fedeli alla forma mentis che rinfrescò la società, i FabFour «che per la prima volta osarono sfidare il timbro virile della musica adulta» (Michele Serra, The Beatles Revolution, Le iniziative di Repubblica, 2012) rappresentarono per i giovanotti e le ragazze degli anni Sessanta un’atomica esplosione di vitale importanza. A riaccendere l’attenzione sull’intramontabile fenomeno di massa ci ha pensato The Beatles: Eight Days a Week (proiettato in sala soltanto dal 15 al 21 settembre) diretto dal regista Ron Howard. Concentrato proprio sui Beatles intesi come incipit della cultura giovanile degli anni Sessanta, la pellicola racconta – attraverso una serie di filmati restaurati, convertiti in formato digitale, con audio accuratamente ripulito e digitalizzato – il periodo dei quattrocento concerti tenuti in tutto il mondo fra il 1962 e il 1966; anno in cui, fra l’altro, facendo infuriare i cattolici statunitensi, John Lennon dichiarò al London Evening Standard «Siamo più famosi di Gesù Cristo». Mantenendosi quasi a debita distanza dal punto di non ritorno e dalle tensioni che li avrebbero portati a dissolversi e a intraprendere strade diverse e carriere singole – senza tralasciare gli isterismi collettivi che sovvertivano l’ordine pubblico, riempivano stadi e forzavano i cordoni della polizia – l’eccezionale documentario ci mostra in maniera chiara e densa come la band seppe, a suon di musica, smussare tutte le spigolose regole del rock e del costume, divenendo l’emblema di una trasformazione radicale che ha rinvigorito i dettami sociali. Non sottraendosi al gioco delle apparenze vestimentarie, i quattro ragazzi di Liverpool permisero ai giovani di mettere le ali ai piedi, lasciandosi alle spalle le oscure convenzioni per agire in funzione di un mondo migliore. I FabFour sono da considerarsi, oltre che una clamorosa incarnazione dell’eterna contaminazione fra musica e costume, tra i protagonisti dell’èra in cui si sollevarono i fumi della contestazione e i tumulti della libertà sessuale che – prima ancora della minigonna inventata a Londra da Mary Quant nel 1963 – spronò le ragazze a voler indossare i pantaloni per «esprimere il desiderio di guadagnare la libertà che fino ad allora era concessa solo ai coetanei dell’altro sesso» (S. Grandi, A. Vaccari, S. Zannier, La moda nel secondo dopoguerra, Clueb, 1992). Piombati sulla scena delle strade metropolitane quasi  a voler emulare Paul McCartney, John Lennon, George Harrison e Ringo Starr, «nel corso degli anni Sessanta, i giovani sono diventati il gruppo sociale più egemone sia a livello culturale sia nell’ambito dei consumi» (V. Codeluppi, Dalla corte alla strada, Carocci, 2007), cercando in tutto e per tutto di essere protagonisti attivi del processo di progressiva disgregazione che avanzava anche per merito della musica, attraverso la quale si esprimevano sogni e sentimenti. Cucendo insieme circa duemila elementi tra video e foto, grazie all’abilità di un team di esperti, Ron Howard è riuscito nell’impresa assai ardua di trasformare Eight Days a Week in un viaggio di riscoperta o di scoperta (per chi non c’era) della beatlesmania, e a farci vivere o rivivere la magia di quegli anni. Nonostante abbia volutamente tralasciato l’ultima fase, quella della psichedelia corposa che conferisce ulteriore fascino alla musica dei FabFour.  


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