09 ottobre 2014

Elsa, la pettegola di Hollywood

Aveva la penna biforcuta di Truman Capote, l’«incorruttibile sogno» di Jay Gatsby e il talento mondano di Maria Angiolillo, riconosciuto però su scala planetaria, non solo sulle terrazze romane: Elsa Maxwell è stata la regina dei salotti di mezzo mondo, dai suoi adorati Stati Uniti ai dorati palazzi della nobiltà europea, dal Ritz di New York al Maxime di Parigi, dal Lido di Venezia alla Costa azzurra. Il suo motto era: «Ho mirato alla luna, e l’ho raggiunta»; prima, però, si era concessa un bel giro sulla Terra, in compagnia di «parecchi presidenti degli Stati Uniti, una dozzina di re e metà dei titolati dell’Almanacco del Gotha». Così si racconta nell’irriverente e croccante autobiografia Ho sposato il mondo, edita per i tipi di elliot (pagg. 378, € 14,50): eccellente padrona di casa, ideatrice e ospite dei party più luccicanti ed esclusivi, proprietaria di locali notturni, pianista nelle taverne, autrice di canzoni, attrice, confidente e amica di vip e politici, giornalista di gossip, Maxwell fu maestra nell’arte dell’intrattenimento e della cattiveria aggraziata, e il suo libro è una miniera di aneddoti pettegoli e sfiziosi: vi si legge, ad esempio, che «sul palcoscenico, Nijinskij era un dio greco diventato miracolosamente vivo, ma tra uno spettacolo e l’altro era uno schizofrenico cupo e silenzioso». Con la sua corte di starlette, divi e arrampicatori sociali Elsa inventò e manovrò il jet set, non solo a Los Angeles: da buona cariatide, intelligentissima e potentissima, riuscì addirittura a far ottenere il visto per gli Usa ad Arturo Toscanini, telefonando personalmente a Ciano. Poi, per aver lanciato il turismo in Laguna e aver animato le serate veneziane, fu omaggiata da Mussolini con una «decorazione… Gliela restituii tre anni dopo, quando capii la vera natura del fascismo». Maxwell non era irreggimentabile: possedeva il fascino magnetico di una Gorgone obesa e la forza di un’Amazzone da divano. Non bella, non elegante, non particolarmente erudita, riusciva a incantare tutti con la sua sfrenata ambizione e voglia di vivere: «Dopo essere stata conosciuta come la più grande sciattona d’America e d’Europa, ora sono la vecchia grassona più elegante del mondo... L’intolleranza della mediocrità è stata la molla principale della mia indipendenza». Nacque nel 1883 a Keokuk, nello Iowa, e crebbe «a San Francisco senza denaro, né famiglia né posizione e nemmeno un diploma di scuola elementare». Fu un’autentica self-made woman, un’imprenditrice e venditrice di se stessa: «Non mi atteggio a modesta – una posa ridicola quanto lo sarebbe un gonnellino d’erba sulla Venere di Milo – se dico di aver compiuto un percorso stupefacente consumando pochissima intelligenza. Per quanto mi si colleghi di solito a grandiosi balli mascherati, i ricevimenti che hanno stabilito la fama della mia personalità nella gabbia di scimmie del Gran Mondo erano basati su una formula semplicissima: sono le persone divertenti e interessanti a creare i ricevimenti ben riusciti». Tra le sue conoscenze più famose figurano Einstein, Chaplin e Freud: al primo chiese di spiegarle la teoria della relatività «in parole di una sillaba»; il secondo era il miglior padrone di casa di Hollywood e il terzo le disse che era «una donna sana che non soffrirà mai di nevrosi». D’altronde, l’unico vero trauma della Maxwell (a detta sua) fu di essere stata «vittima dello snobismo, a dodici anni», quando, insieme con la famiglia, non venne invitata alla festa dei vicini di casa perché era «troppo povera». Nel suo portfolio di amicizie sfilano, poi, Wilde, Shaw, Wells, Gershwin, Garbo, Dietrich, Churchill, Maugham, London, Diaghilev, Agnelli, Hepburn… Ma l’incontro più divertente fu quello con Caruso a San Francisco, subito dopo il terremoto del 1906: «Mi dissero che ero pazza a pensare di poter andare a colazione al St. Francis. L’albergo era crollato e avevano sentito dire che Caruso era morto. Invece Caruso era sano e salvo… Prese il terremoto come un’imperdonabile mancanza di riguardo e giurò che non sarebbe mai più tornato in una città “dov’era permesso un simile disordine”». Con questo testo del 1955, l’autrice ha dipinto forse il più bello e spietato affresco dell’alta società americana di inizio Novecento, con le sue paranoie e i suoi vezzi, la sua noia e i suoi tic: Elsa era il fenomeno da baraccone che tutti volevano portarsi a casa; era divertente e generosa, velenosa e arguta. Qualcuno sparlava della sua malcelata omosessualità, mentre lei si dichiarava illibata e allergica al sesso; altri la accusavano di avidità, intanto lei puntualizzava di essere povera e disinteressata al denaro. Indubbiamente era volitiva e sardonica: seppe fare dell’allegrezza un talento e della frivolezza un business: «Sono sempre stata una perfetta edonista dedita al culto della felicità. Non c’è niente che io adori quanto le risate e l’allegria». In fondo, la regina dei salotti era soltanto un irredimibile cuor contento: nessun uomo riuscì a spezzarglielo; le si spezzò da solo, a New York, nel 1963.


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