22 ottobre 2019

Enrico Dindo, “l’emozione di una partitura contemporanea”

Intervista a Enrico Dindo

Enrico Dindo, violoncellista e direttore d’orchestra di fama internazionale, chiude il suo tour estivo in Sardegna, ospite di Costa Smeralda Classical Music Festival che si svolge a fine settembre a Porto Cervo, lontano dalla mondanità e dai paparazzi. La rassegna musicale fortemente voluta dal Consorzio Costa Smeralda ‒ ogni concerto è a ingresso gratuito ‒ vede la direzione artistica di Guglielmo De Stasio, violinista e docente di violino al Conservatorio di Sassari. Dindo, capace di letture raffinate, originali e chiare, si è esibito con altri due talenti assoluti della cameristica internazionale: il violinista Massimo Quarta e il pianista Pietro De Maria. Dal 2001 Enrico Dindo è direttore dell’ensemble cameristico I Solisti di Pavia, oltre che dell’Hrt Symphony Orchestra di Zagabria; il violoncellista suona un Pietro Giacomo Rogeri (ex Piatti) del 1717 della Fondazione Pro Canale. E racconta:

La Sardegna per me è una terra speciale, ho sposato una sarda, il mio futuro è qui.

 

Come ha scelto il violoncello?

Sono nato in una famiglia di musicisti, la musica alimentava il nostro quotidiano. Mamma e papà cantavano nel coro dell’Orchestra della Rai di Torino. Fu proprio mio padre a decidere lo strumento per me su consiglio di un collega orchestrale, avevo sei anni ma non mi interessava suonare. Quando mi levarono violoncello e arco mi sentii sollevato, poi a poco a poco ne ho sentito la mancanza, a undici anni sono entrato in Conservatorio.

 

Come è nata la passione?

Suonando con altri ho avvertito una gioia particolare e mi sono innamorato della musica da camera. A ventidue anni sono diventato primo violoncello alla Scala, un privilegio; dopo dieci anni ho sentito il desiderio di andare oltre ma non è stato facile. Avevo superato l’età dei concorsi, nel 1997 mi sono iscritto al concorso Rostropovich di Parigi e ho vinto il primo premio. Il Maestro era il mio mito, conoscerlo a fondo, essere diretto da lui è stato uno dei grandi doni che la vita mi ha fatto: lui mi ha insegnato l’onestà intellettuale e la generosità. Porto sempre con me una foto in cui Rostropovich è con me e papà: i miei due padri.

 

Cosa significa, per lei, alternare l’attività solistica, la cameristica e la direzione d’orchestra?

La mia passione sgorga dalla musica da camera, non riesco a stare molto tempo senza eseguirla. Da solista non interpreto la parte sperando che tutti mi vengano dietro ma interagisco con i colleghi. E nella direzione mantengo un approccio cameristico basato sull’ascolto, su un’idea musicale condivisa.

 

Quanto è importante suonare con grandi solisti?

Spesso capita di trovarsi con altri musicisti, montare in poco tempo un quartetto, un quintetto e bisogna sintetizzare, è un dialogo produttivo. Con Pietro De Maria e Massimo Quarta suoniamo da vent’anni, trascorriamo lunghi periodi senza incontrarci, ma fra noi c’è un’affinità elettiva, nel tempo abbiamo sviluppato una capacità di lettura e di ascolto profondo.

 

Molti compositori contemporanei (fra cui Luca Francesconi, Carlo Boccadoro, Giulio Castagnoli, Roberto Molinelli, ndr) le hanno dedicato brani

La musica contemporanea è una parte importante nella vita di ogni musicista. Per lungo tempo l’ho sottovalutata, poi l’ho scoperta. Oggi la consiglio ai giovani musicisti, rende liberi di affrontare una partitura. Un brano di repertorio ha già tantissime registrazioni, esecuzioni diverse, si trovano anche in Internet, ma tutto questo può creare confusione. Con una partitura contemporanea, soprattutto se è una prima esecuzione, non ci sono confronti, possiamo entrare intellettualmente nello spartito, leggerlo come fosse un libro e trasformare in musica il segno scritto. La musica contemporanea insegna a elaborare quella del passato.

 

Perché nel pubblico persiste una certa diffidenza ad ascoltarla?

Il nuovo fa paura, il non sapere spaventa. È vero che per alcuni decenni, dopo gli orrori della Seconda guerra, la musica contemporanea non ha fatto nulla per avvicinare il pubblico, dopo Auschwitz non si poteva più comporre come prima. Oggi ci sono tanti compositori bravissimi che scrivono musica interessante, piacevole da ascoltare ed eseguire, sempre più giovani la seguono: è la musica del nostro tempo.

 

Come avvicinare il grande pubblico alla musica classica?

Secondo me l’arte non sarà mai “popolare”, ci vuole la giusta preparazione per avvicinarla. Questo non significa che tutti debbano sapere a memoria la data di nascita di Mozart o van Gogh, ma vorrei una scuola in cui si insegnino le note come le lettere, non per avere un mondo di musicisti ma per rendere la grande musica fruibile. Se un diciottenne non ha mai ascoltato musica d’arte perché dovrebbe iniziare a farlo?

 

È sempre in viaggio. Cosa porta con sé?

L’amore per i miei cari, non potrei vivere senza.

 

Crediti immagine: Enrico Dindo (foto di G. Lissi)

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