14 ottobre 2015

Figueras: nella terra di una nuova lingua

Aquarium di Marcelo Figueras, scrittore argentino conosciuto nel mondo per il libro Kamchatka (la tragedia dei desaparecidos vista dagli occhi di un bambino), è la storia di un viaggio. Un viaggio che inizia a singhiozzi: un interrogatorio in aeroporto, dettagli accennati con pennellate centripete. Nell’inizio c’è già tutto, perché s’intuisce che questo viaggio sarà un’odissea per il corpo, per l’anima e per le parole di Ulises Rosso.

Con una foto in tasca, Ulises va in Israele alla ricerca dei figli che la moglie ha portato via con sé, e dei quali non ha più notizie.

Da subito però la sua si trasforma anche nella ricerca di una lingua nuova, un linguaggio interiore che vada al di là dei conflitti. Ed è così, sull’idea del comporsi di un nuovo fraseggio, che l’autore orchestra anche il montaggio della sua storia: una sorta di puzzle, di giustapposizione di quadri che accennano, che evocano pezzi di vita, in una specie di procedimento cubista della narrazione. Figueras parla alternatamente di più personaggi; nel narrarli accelera, poi gira in tondo, a volte torna indietro.

E allora troviamo Ulises bambino per cui le chiese sono navi spaziali, poi le digressioni sul daimon, sull’origine dei nomi che segnano un destino, le considerazioni sul concetto d’innocenza. Troviamo le citazioni di tanti scrittori (Borges, Conrad, Carroll, Kundera, Sacks, Shakespeare, Eliot, Greene…). Troviamo Irit, la donna di cui Ulises s’innamorerà: la sua arte, il suo cuore più grande del normale che da bambina le aveva dato problemi, poi lei che balla in discoteca e si libera da qualcosa. Nel procedimento prismatico della narrazione si fa largo anche la storia di David e Miriam Kaufman. La storia del loro amore silenzioso. Miriam che per trent’anni  non aveva più detto una parola e si era limitata ad andare tutti i giorni all’Acquario dove suo marito lavorava. Sedeva a guardare i pesci per ore. Conosceva a memoria la tassonomia, a casa guardava solo documentari sul mare. Miriam, il silenzio. L’ultima cosa che aveva detto era stata “Sono angeli”, guardando le meduse. I pesci le ricordavano il figlio perso dopo solo sei mesi dalla nascita. Dopo la morte di Miriam, a lui, a David, il narvalo sembrerà per sempre sua moglie. “Sei tu?”, chiede senza farsi sentire da nessuno.

E poi ci sono le suggestioni musicali: John Cage, i Beatles, Julie Andrews, Julio Iglesias, Jacques Brel… la vita di Ulises che è come Metal Machine Music di Lou Reed, puro rumore.

Un rumore di sottofondo, che attraversa tutto il libro.

Diceva Foster Wallace che le parole sono lo strumento con il quale cerchiamo di capire e dire noi stessi agli altri, sapendo benissimo che sono inadatte, insufficienti a questo compito. Eppure sono il solo mezzo che abbiamo. E, per paradosso, più parole usiamo e più sentiamo quello che siamo, percepiamo il rumore pieno di senso che sostiene la nostra esistenza.

Aquarium è un romanzo sulla perdita di ogni cosa (l’arte di perdere le cose, come nella poesia di Elizabeth Bishop, ma anche nelle tele bianche di Rauschenberg, nel brano silenzioso di John Cage), e dunque sulla ricerca di un linguaggio che dica questa perdita e faccia sentire l’odissea umana che implica ogni separazione. C’è il balbettio del montaggio narrativo, come si diceva. C’è Ulises che non conosce alcuna lingua che non sia lo spagnolo. C’è Israele, un luogo dove la paura trasuda dalla folla, dove si convive con una violenza sempre sul punto di esplodere. Che lingua si parla in un luogo del genere? Bisogna trovare un linguaggio che protegga, che metta distanza. Irit, che aveva vissuto in Belgio, “poteva passare mesi senza parlare francese, ma quando l’aggressività che la circondava era troppa tornava a cantare la vecchia musica. Una chiocciola che rientra nella conchiglia.” La violenza però abita anche Ulises, che per anni ha lavorato come psicologo a contatto con i peggiori criminali, e ne è rimasto affascinato. Tanto che quella violenza gli ha fatto perdere i suoi figli. Anche lui deve trovare un modo nuovo per dire sé stesso.

“Se esiste ricchezza è figlia della mescolanza”: Ulises la prova nella chiesa del Santo Sepolcro. È quella la strada. Nuovi percorsi con effetti insoliti, sorprendenti. Come la storia d’amore con Irit, la donna così magra da sembrare “un punto esclamativo in cerca della frase da completare”. Lei e Ulises si capiscono subito senza avere una lingua comune da parlare. Lui ha trovato qualcuno che lo ascolta, ma non lo capisce. Tra loro ci sono i gesti, gli odori, i sapori, gli sguardi, l’arte. “Inventerò per te / parole senza senso / che tu capirai”, dice Jacques Brel in Ne me quitte pas, la canzone che amano entrambi. Le loro sono parole molecola che costituiscono la materia della loro lingua privata. Una lingua che dà pace come la vista da Habad Street a Gerusalemme, il posto dove convivono i templi.

Fino a quel momento per Ulises le parole erano legate alla menzogna, lo rendevano vulnerabile. Senza le parole il suo destino, il suo nome, lo ha raggiunto. La via del ritorno nella patria del senso è possibile grazie a un linguaggio senza fraintendimenti, all’esplorazione di un territorio vergine. Ulises morirà proprio perché non può farsi capire da una guardia. Ma alla fine, nonostante tutto, è arrivato davvero da qualche parte: una forma di conoscenza con gli occhi bendati, come nelle tragedie greche. Grazie all’amore, la lingua era diventato l’ultimo dei problemi. “Voleva guidare a fari spenti, cedere alla notte tutto lo spazio”.


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