18 novembre 2014

Flaubert: consigli ai giovani scrittori

“Troppe puttane! Troppo canottaggio!” è la mitica frase che Gustave Flaubert ha scritto in una lettera al suo protégé Guy de Maupassant. Tra tutti i consigli ai “giovani scrittori” quelli dell'autore di Madame Bovary sono dei più intensi. Flaubert sapeva scrivere anche meravigliose lettere. Non per niente il libro edito da minimumfax, e dedicato al tema dell'apprendistato letterario secondo i grandi del passato – oltre a Flaubert troviamo Baudelaire, Zola, Balzac, Gide e Proust -, prende il titolo da questo passaggio.

Che continua così: “Sissignore! L'uomo civilizzato non ha tanto bisogno di locomozione quanto lo pretendono lor signori medici. Siete nato per fare dei versi, fatene! 'Tutto il resto è vano', a cominciare dai vostri piaceri e dalla vostra salute, ficcatevelo nella capoccia”.  Flaubert è consapevole della situazione in cui si trova Maupassant, non ancora diventato famoso e dunque oberato da un lavoro scelto solo allo scopo alimentare. Sa che si trova in un inferno ma “dalle cinque della sera alle dieci del mattino tutto il vostro tempo può essere consacrato alla musa, che è anche la miglior zoccola. Suvvia, mio caro giovanotto, rialzate il capo! A cosa serve rimuginare la propria tristezza. Bisogna porsi faccia a faccia con se stessi da uomini forti; è il mezzo per diventarlo”. E ancora: “Ciò che vi manca sono i 'principi'. Si ha un bel dire, ce ne vogliono. Resta da sapere quali. Per un artista ce n'è uno solo: sacrificare tutto all'Arte”. E infine: “mio caro Guy: state in guardia dalla tristezza. È un vizio, si trae piacere dall'essere sconfortati, e quando lo sconforto è passato restiamo inebetiti, perché abbiamo consumato forze preziose”. Da un lato colpisce la quantità di parolacce, il linguaggio franco, da uomo a uomo, usato da Flaubert. Dall'altro c'è un continuo richiamo al lavoro. Non solo come unico dovere dell'artista ma anche come unico sistema di servire il talento. L'ispirazione è dedizione, pazienza. “L'ispirazione va inseguita con una mazza baseball” dirà qualche anno più tardi Jack London. O se vogliamo: “Il genio è per l'un per cento ispirazione e per il 99 traspirazione”. Cioè sudore, fatica, come diceva Edison, l'inventore della lampadina. Per quanto riguarda il cosiddetto turpiloquio e dintorni, Flaubert si lascia andare nelle lettere ma lo sconsiglia in letteratura: “Si arriverà a pensare che le espressioni sguaiate producono un buon effetto di stile, come, una volta, lo si abbelliva con termini scelti. La retorica è invertita, ma rimane sempre retorica. Sono deluso nel vedere un uomo originale come voi guastare la propria opera con simili bambinate”. Teniamo presente lo storico processo a Flaubert per Madame Bovary, accusato di offendere la morale pubblica. Per il contenuto, non certo per la forma. Del resto l'Ottocento era il secolo dell'ipocrisia. Le parolacce si usavano ma solo nella vita. L'adulterio e il tradimento esistevano eccome ma non bisognava scriverne. Dall'inferno si passa al paradiso. Flaubert si complimenta con Maupassant per il suo primo grande racconto: Palla di sego, la storia della prostituta grassa che si sacrifica, durante la guerra franco-prussiana, concedendosi a un militare, pur di far procedere la carrozza sulla quale si trova. Gli altri passeggeri, benpensanti, non esitano a fare pressioni per il sacrificio ma quando Palla di sego lo compie e il convoglio viene fatto passare poi la trattano con disprezzo. Balzac esprime il proprio punto di vista sull'apprendistato letterario in un brano delle Illusioni perdute: “Avete la stoffa di tre poeti, ma prima di sfondare avrete avuto sei volte il tempo di morire di fame, se per vivere contate sui prodotti della vostra poesia”. Di più: “Vi troverete immischiato per forza in lotte orribili, opera contro opera, uomo contro uomo, fazione contro fazione, e dovrete combattere senza sosta per non farvi abbandonare dai vostri. Queste battaglie ignobili disincantano l'animo, depravano il cuore e spossano senza dare nulla in cambio, poiché i vostri sforzi servono spesso a far incoronare un uomo che detestate, un talento secondario presentato, vostro malgrado, come un genio”. Si invita, sempre e da parte di tutti, a diffidare dei salotti letterari, dei giornali, dei critici. (Possiamo citare, come esemplare, la bellissima risposta di Beckett a chi gli chiedeva a quale genere letterario appartenesse Aspettando Godot: un western. Nel caso qualcuno si senta fare domande del genere). Tutto quanto svilisce, distrae, distoglie, corrompe: “Avevo – si legge nelle Illusioni - il cuore puro: ora ho per amante un'attrice del Panorama-Dramatique, io che sognavo splendidi amori con le donne più distinte del gran mondo! E, per una copia rifiutata al mio giornale, parlo male di un libro che trovo bello!” Fregarsene delle stroncature, che in fondo sono utili: “Le attrici pagano anche gli elogi, ma le più astute pagano le critiche, il silenzio è ciò che temono maggiormente. Così, una critica fatta per essere confutata altrove è meglio, e viene pagata più cara, di un elogio stringato, già dimenticato l'indomani. La polemica, mio caro, è il piedistallo della celebrità”. Tutti gli scrittori dicono ai loro 'discepoli' di fregarsene delle mode, cercare la propria voce, l'originalità, quello che sfugge anche alle intenzione, al controllo: “Quanto a me – scrive Zola in una lettera – cerco di lavorare il più tranquillamente possibile, ma rinuncio a vedere chiaro in ciò che faccio, perché più vado avanti e più sono convinto che le nostre opere in gestazione sfuggono alla nostra volontà”. Zola ironizza su di uno scrittore che da romantico si è fatto realista, ed è il destinatario della lettera, Antony Valabrègue: “se non impugnate coraggiosamente la penna per scrivere così come viene sul primo soggetto disponibile, se non vi sentite la forza di comprendere da voi stesso la natura, non avrete mai la minima originalità, e non sarete che un riflesso di riflessi”. Tornando al tema della disciplina, anzi autodisciplina, André Gide, che consiglia di lavorare in uno studio spoglio, dove ci sono solo dizionari, usa una immagine molto bella: “Si racconta che Géricault, quando lavorava alla sua Zattera della Medusa, desideroso di costringersi al lavoro, di rompere con la sua epoca, immaginò di raparsi la testa da un lato solo, volendo così rendersi ridicolo al punto di non osare più scendere in strada”. Fin troppo facile osservare che oggi, per conciarsi in modo da essere impresentabile, bisogna spingersi a limiti ben più estremi. Come ha detto più recentemente Roberto Bolaño, che ha fatto appena in tempo a pregustare un assaggio di gloria prima di andarsene, “un capolavoro deve passare inosservato”. Si intende quando esce. Al contrario Busi, in Sodomie in corpo 11, fa una fantastica intemerata contro la gloria postuma, che è stata fin troppa e riempie le fosse. Gide: “Il grosso del pubblico plaude soltanto a ciò che può riconoscere, qualsiasi cosa tu gli porti di nuovo, lo mette a disagio. Di conseguenza, devi innanzitutto sapere se quel che cerchi è il successo. Dici di no, ma credo che sia il successo. In tal caso, non seguire nessuno dei miei consigli; fai piuttosto il contrario”. Secondo la leggenda, Flaubert, che il successo lo aveva conosciuto in vita, ha insultato la Bovary, perché gli sarebbe sopravvissuta, mentre lui moriva come un cane. Lo racconta Filippo D'Angelo, che ha curato il volume Troppe puttane! Troppo canottaggio!, nella postfazione. Dove non lesina pure lui qualche consiglio: non autocensurarsi (avendo scelto quel titolo potevano esserci dubbi che la pensasse così?), non attendere la morte dei genitori prima di “diventare se stessi attraverso la scrittura”, come invece hanno fatto Gide e Proust, anche perché la vita media è aumentata troppo, non temere di “vampirizzare” chi ti sta intorno, non avere fretta di pubblicare (“Dopo qualche anno, sarai sollevato al pensiero di non avere dato alle stampe il tuo libro nel cassetto”), mantenere spirito autocritico: “Se pensi di avere già scritto buoni racconti, rileggiti Palla di sego, il primo che, dopo anni di tentativi, Maupassant si decise di pubblicare a proprio nome”. Ai tempi del selfpublishing in cui su Facebook la gente si mette come secondo nome “scrittore” o “scrittrice” il consiglio è quanto mai valido.


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