26 febbraio 2015

Floraleda: arpa primo amore

di Grazia Lissi

Per Floraleda Sacchi l’arpa è stato un amore al primo ascolto. Ha iniziato a desiderarla senza nemmeno sapere il suo nome «Suonerò quello strumento» diceva ogni volta che ne riconosceva il suono, ascoltando i dischi di musica classica dei genitori. A cinque anni la vide in un concerto in televisione e il desiderio diventò certezza. Oggi è fra le maggiori arpiste internazionali, compositrice, ideatrice e direttrice artistica del Lake Come Festival. Con Maristella Patuzzi, poliedrica violinista, ha inciso Astor Piazzolla Intimamente Tango (Decca), un’interpretazione singolare di alcuni brani del compositore argentino, visionario Maestro del bandoneon.

Quando ha iniziato a studiarla? Al Conservatorio di Como, mia città, non c’era la classe di arpa.  I miei mi avevano suggerito di suonare la chitarra, ma non mi piaceva. Un giorno a nove anni passeggiando con mio padre ho intravisto da una finestra un’arpa, abbiamo convinto l’anziana proprietaria a darmi alcune lezioni, ma dopo un paio non se l’è più sentita. Ho iniziato a studiare seriamente a 14 anni, quando al Conservatorio è arrivata un’insegnate.

 

I Maestri a cui deve di più? Judy Loman, ho studiato con lei e ci sentiamo spesso. Ho ascoltato Nicanor Zabaleta in uno degli ultimi concerti, aveva un suono meraviglioso, gli spettatori erano commossi. Sono rimasta profondamente impressionata.

 

Per arpa sono state scritte molte composizioni ma sono poco eseguite. Perché Ci sono stati autori che hanno scritto solo per questo strumento, quindi famosi nella loro epoca e oggi poco conosciuti al grande pubblico. È musica splendida ma difficile da convogliare nelle stagioni concertistiche. L’arpa è uno strumento macchinoso per via dei pedali e, come il pianoforte, è polifonico. Fino all’Ottocento venivano considerati strumenti intercambiabili, ci sono romanze di Gioacchino Rossini, Gaetano Donizetti in cui è segnato: accompagnamento per piano o per arpa. In quel periodo le letterature per arpa erano legate a un aspetto languido, melanconico, quelle per piano al cosiddetto “stile galante”.

 

Lei passa dalla musica barocca a quella minimalista di Philip Glass o Michael Nyman. Come sceglie il repertorio? Un’artista deve essere credibile, inventarsi percorsi, mondi sonori in base a ciò che sente in quel momento. Amo sperimentare. Glass ha scritto tanto per pianoforte, le stesse partiture sono perfette anche per l’arpa, non c’è nulla da trascrivere, la sua sonorità si presta benissimo allo strumento. È accaduto anche con la musica di Nyman. Ho sempre trovato una grande apertura nei compositori contemporanei, hanno sempre apprezzato il mio lavoro.

 

Con Maristella Patuzzi ha inciso brani di Astor Piazzolla. Ero insofferente nei confronti di questo autore, c’è stata un’invasione di interpretazioni della sua musica in stile nazionalpopolare. Quando ho ricominciato ad ascoltarlo, ho iniziato la trascrizione di Oblivion. Ho lavorato sulla ricerca sonora, Piazzolla lascia libertà agli interpreti, lo stesso brano arrangiato da lui per la sua orchestra, o anni dopo per un quintetto o un trio diventano brani differenti in cui riconosci il tema principale. La possibilità di trascrivere la musica per qualsiasi tipo di ensemble era già prevista dall’autore stesso, un vocabolario parallelo al suo lavoro di composizione.

 

In orchestra c’è questo detto: l’arpista passa più tempo ad accordare che a suonare. Come risponde? L’orchestra non regala all’arpa particolari momenti, spesso viene usata come collante per gli archi. Non ho mai voluto suonare in orchestra perché non ci sono tante partiture che rendono grazia allo strumento.

 

È un’artista di successo. Cosa prova in scena? Prima dei concerti sono solo felice, serena e non vedo l’ora di iniziare, durante vivo la gioia dell’empatia con il pubblico. Ma mi emoziono anche alla fine, ogni volta una bambina entra in camerino per chiedere l’autografo e mi confida: ho iniziato a studiare l’arpa dopo averti ascoltato.


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