30 ottobre 2015

Fo & Rame: la satira, la censura e il potere

Più che un prontuario per teatranti sembra una storia di dissidenti politici ai tempi di un angusto regime: il Nuovo manuale minimo dell’attore di Dario Fo e Franca Rame, appena aggiornato ed edito da Chiarelettere (pagg. 234, € 16,90), è, infatti, una lunga affabulazione sui misteri buffi nostrani dal dopoguerra a oggi, scorrazzando nel frattempo sui palcoscenici di mezzo mondo, da Harvard a Parigi alla Cina, e zigzagando nelle questure di mezza Italia, dove, ad esempio a Sassari, il futuro Premio Nobel fu incarcerato per essersi opposto a un pretestuoso e provocatorio controllo di polizia.

A bottega dall’istrione, la prima cosa da imparare è un’equazione: «Il teatro, la nostra vita». Così si apre epifanicamente il libro, non tanto un bigino per aspiranti guitti, quanto una biografia di artisti visionari, istrionici e imprevedibili, dagli studi a Brera alla formazione in palco con Rame e famiglia. «Recitare con Franca è stata l’occasione di apprendere l’arte della scena, come frequentassi un’accademia. Di più, imparavo a vivere la finzione come fatto scientifico», spiega Fo, che da anni si era ripromesso di aggiornare il suo Manuale dell’87 e che, in questo sequel ideale, pubblica anche ricordi e appunti della compianta moglie.

La storia dei Fo è picaresca e «all’improvvisa», eccezionale, rocambolesca: i due, da soli o in compagnia, lavorarono pure con maestri del calibro di Franco Parenti e Giorgio Strehler, il quale, molto umilmente, si propose di disegnar loro le luci per Il dito nell’occhio, «la prima rivista satirico-politica del dopoguerra», anno 1953. Numerosi, poi, furono gli incontri con le star del teatro e dell’intellighenzia internazionale, da Samuel Beckett e Jean-Paul Sartre, dal Living Theatre a Pier Paolo Pasolini.

Nutritissimo, inoltre, è il capitolo dedicato a “La satira, la censura, il potere”, con le cacciate celebri prima dalla radio, poi dalla tv pubblica per aver osato parlare di Cosa nostra: in quell’occasione, anno 1962, «si mosse perfino l’alta curia siciliana per voce del cardinal Ernesto Ruffini, il quale intervenne dicendo: “La mafia non esiste”». Gli indignados ebbero la meglio, così Fo e Rame furono estromessi dal piccolo schermo per 16 anni, «il che, nel mondo dello spettacolo, significa essere messi al bando per una vita».

«Ma di’ un po’, il tuo sogno, o programma, era quello di trasformarti in un impiegato Rai con tanto di cartellino da timbrare ogni mattina?», lo rimbrottò la madre, appena Dario fu “licenziato”, per la prima volta, da un programma radiofonico. «No, tu devi diventare un fuori norma, uno scassatutto, ma con idee, coraggio e festosità, a costo di andar tutti a ramengo!». Detto fatto, i Fo si rifugiarono, per i loro allestimenti, in palazzetti e cinema, giardini pubblici e chiese sconsacrate, case del popolo e (le) comuni, fino alla lunga residenza/occupazione della Palazzina Liberty di Milano, dove scamparono a un attentato terroristico. Nonostante il grandissimo successo di pubblico, o forse invidiosamente anche per quello, l’ensemble fu duramente osteggiato dal Partito comunista e dall’Unità: addirittura Franca dovette farsi ricevere da Enrico Berlinguer, il quale li riabilitò presso i “compagni”.

Al limite della tragicommedia, questo Manuale offre tranche de vie spassosissimi, fin inverosimili: vi si narra, ad esempio, della signora che sorprese il marito a teatro con l’amante, e obbligò la prim’attrice a dichiarare, a scena aperta, che si trattava di una «sceneggiata» concordata e recitata da «attori scritturati». Viceversa, in un’altra messinscena, Fo e Rame orchestrarono un finto colpo di stato. Durante una replica di Coppia aperta, quasi spalancata, poi, uno spettatore morì letteralmente dal ridere e un’altra volta, invece, fu Franca a rifiutarsi di recitare una farsa anticlericale per «non turbare la religiosità di sua madre».

Infine, dopo aver assistito a Morte accidentale di un anarchico, Franco Basaglia credette che l’espressione “malore attivo”, riferito a Pinelli, fosse nata dalla penna irriverente di Fo e non dal giudice che chiuse l’inchiesta: da non crederci! «Eppure vi possiamo assicurare che nell’intero racconto non c’è nessun punto frutto di fantasticheria e la ragione per cui ci siamo imposti di narrarvelo è per dimostrare che, in questo mestiere, se hai grinta e ti trovi carico della gioia di vivere il teatro, tutto può accadere. Anche l’impossibile!».

 


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