27 marzo 2015

Geni del Baltico, da kant a Arendt

di Camilla Tagliabue

Che anime belle queste Anime baltiche, protagoniste del libro omonimo di Jan Brokken, edito poco tempo fa da Iperborea (pagg. 502, € 19,50): più che un saggio, questo è un florilegio, un’antologia, una galleria affascinantissima dei personaggi più influenti, e irriverenti, che sono nati e transitati per il Baltico – artisti, scrittori, filosofi, da Kant a Gary, da Rothko ad Arendt.

Sono tanti i giganti appollaiati sulle sponde del mare che, «secondo i marinai, è il più bello di tutti», ma secondo le statistiche è il più contaminato, dai popoli e dai rifiuti, con buona pace dei «funzionari sovietici che ci venivano per rimettersi in forze» e dei «fumatori più incalliti che giuravano sui poteri taumaturgici della sua aria pura». Come ricorda Alessandro Marzo Magno nella postfazione, «quelle storie sono dietro l’angolo, ci parlano di noi, del comune sentire di un’Europa terremotata dal nazionalismo, dalla violenza, dal sangue sparso… Anche nel lessico la vicenda è simile: Tallinn in tedesco si chiama Reval, in svedese Lindanäs; Vilnius per i polacchi è Wilno, per i tedeschi Wilna, in yiddish diventa Wilne. Non molto diverso da Trieste che in sloveno fa Trst e in tedesco Triest, o ancora Gorizia/Gorica/Görz… Anime baltiche alla fin fine potrebbe anche chiamarsi Anime mediterranee». Brokken ritrae magistralmente e affettuosamente quei paesi contradditori e perennemente in cortocircuito, repubbliche dai confini labili, dal passato aristocratico e totalitario, dalla vocazione orgogliosa se non nazionalista, attraversate nei secoli dalle etnie più disparate, in un fecondo, e talvolta drammatico, meticciato culturale e spirituale: in Lituania, ad esempio, nacque il poeta e Nobel Czeslaw Miłosz, cresciuto in quella Vilnius, «Gerusalemme del Nord», che ha dato i natali pure a Roman Kacev. Tuttavia, lo scrittore naturalizzato francese occultò, negò e contraffece le sue origini baltiche, tanto da maciullare e storpiarsi il nome in Romain Gary: dopotutto, Kacev significa “macellaio”. Anche Marcus Rothkowitz passò alla storia con il diminutivo di Mark Rothko: era un lettone di Dvinsk, che però «non ha mai pronunciato la parola Lettonia, la sua città era in Russia, e lui parlava del suo passato russo». Arvo Pärt, invece, era estone, dissidente e perseguitato dal regime sovietico, da quando nel 1968 aderì alla Chiesa russo-ortodossa e compose Credo, considerato antisovietico e inserito «nell’elenco delle composizione proibite». Nel ’72, poi, fu considerata sacrilega la sua versione contrappuntata dell’Internazionale, e lui dovette subire «interrogatori, minacce e il divieto di andare in Finlandia»: «Gli amici accorsero in suo aiuto, lo difesero pubblicamente, dissero che era importante per gli estoni quanto Šostakovič lo era per i russi. Secca risposta dei pezzi grossi del Partito: “Per noi Šostakovič non è così importante”». Di regime e dintorni ne seppe qualcosa anche Hannah Arendt, che proveniva dalla città che «non c’è più, la Königsberg prussiana diventata la Kaliningrad russa», già residenza di un altro grande filosofo: Immanuel Kant. «Di quel blocco d’ambra che sono i paesi baltici, Königsberg e Riga rappresentavano la faccia occidentale, tedesca; Tallinn e Tartu quella settentrionale, scandinava; Daugavpils e Vilnius quella orientale, russa». Sul Baltico non c’è solo un pantheon di illustri geni e venerati maestri; qui sfilano pure la gente comune e i notabili locali, noti perlopiù alle minute cronache: c’è Jānis Roze, il Libraio di Riga nella Lettonia degli anni Trenta, in cui «c’erano 30,4 studenti universitari ogni diecimila abitanti, contro i 20,8 della Francia e 16 della Gran Bretagna». Poi compare il concittadino Michail Ėjzenštejn, padre del più famoso Sergej, un «architetto che fece della città sulla Daugava la rivale di Vienna», o i violinisti Markus e Gidon Kremer, altra coppia di padre e figlio rivali. C’è la lituana Loreta Asanavičiūtė, vittima delle sanguinose repressioni russe perpetrate ancora nel 1991; o lo scultore Chaim Jacob Lipchitz, amico di Modigliani e Soutine; o Alexandra Wolff-Stomersee, moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che si ispirò anche alla Curlandia per ritrarre la Sicilia gattopardesca. Infine, superbi e sornioni, figurano i «Baltenritter, i baroni baltici, tutt’oggi odiati», come il nobile e talentuoso scrittore Eduard von Keyserling, «una vera anima baltica: un emarginato nel suo stesso mondo, uno sradicato che non voleva affatto esserlo, un mite derisore che cercava di nascondere quanto soffriva a essere rifiutato»: grazie a Brokken, oggi finalmente si sa chi fosse «il Proust baltico».


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